Il parassita della politica italiana

L'ultima vergognosa performance del caporale leghista più che indignarmi mi fa tristezza. Una cosa è la battaglia politica per cui, legittimamente, si approfitta anche degli scivoloni dell’"avversario”, altra cosa è la pietà umana per un

L’ultima vergognosa performance del caporale leghista più che indignarmi mi fa tristezza. Una cosa è la battaglia politica per cui, legittimamente, si approfitta anche degli scivoloni dell’”avversario”, altra cosa è la pietà umana per un disperato che annaspa scomposto nelle sabbie mobili che lui stesso ha creato.

Qui siamo di fronte ad un caso umano. Siamo di fronte a un “niente” che ha dovuto sempre indossare una “maschera” che gli desse una identità che non ha mai avuto.

Il giubbotto della polizia o quello dei pompieri o di chiunque altro. La mascherina con Trump o la maglietta con Putin; il cappellino del Milan o della Ferrari; addirittura gli occhiali, probabilmente finti considerando che li ha portati si è no per un paio di settimane. Per la figuraccia polacca aveva più adesivi di brand incollati sul cappotto di quante mostrine si porta in giro il mitico generale anti-covid.

Una sorta di triste “liquido” che cerca disperatamente di assumere la forma di un contenitore qualsiasi nel quale si riversa o, più verosimilmente, si rifugia.

Al sedicente uomo politico ovviamente si rinfacciano scelte più che discutibili (vedi Trump e Putin), ma per quanto riguarda il “caso umano” poco sarebbe cambiato se sulla mascherina si fosse inneggiato a Kennedy e sulla maglietta ci fosse stata l’effige di Ghandi.  Lui ha comunque bisogno di rappresentarsi in qualcun altro, perché è una sorta di “sotto il vestito niente” come titolava un vecchio film.

Anche Berlusconi, al suo esordio, si presentò con vari “cappelli”: imprenditore, operaio, riformatore, conservatore, ferroviere, panettiere… ma era diverso lo spirito. Nel suo delirio di onnipotenza lui era probabilmente convinto di poter essere davvero uno e trino (o anche più di trino). Nel caso del caporale no: c’è solo un vuoto drammatico che cerca di riempire di volta in volta dicendo tutto e il contrario di tutto. Italexit o europeista; no euro o sì euro; oppositore o governista; a favore dei “muri” o totalmente “ospitante”. È suggestivo il corsivo di Gramellini sul Corriere che lo paragona al pesciolino che dimentica un attimo dopo ciò che ha detto/fatto l’attimo prima, ma viene il dubbio che il caporale non dimentichi affatto, solo che non si renda nemmeno bene conto di cosa lo si accusa. Non si può imputare ad un litro d’acqua se in una bottiglia assume una forma cilindrica e nella boccia del pesciolino quella di una sezione di sfera.

Non so se questo uomo-liquido è il frutto di quella società liquida teorizzata da Bauman, ma l’effetto è comunque grottesco. Una sorta di parassita di qualunque evento gli capiti a tiro a cui si adatta, a modo suo, ad onta di qualunque sia pur minima coerenza.

Non so se la figuraccia polacca segnerà la fine della sua effimera e – per fortuna dell’Italia – ininfluente parabola politica, ma certo dovrebbe essere un segnale di sveglia, soprattutto per chi ancora pensa di votarlo. Non è più neanche una questione di destra o di sinistra ma, lo ripeto ancora, umana.

Maurizio Tucci è nato a Potenza si è laureato in Ingegneria presso l’Università di Bologna e vive a Milano dal 1992. Lavora nel campo della comunicazione e della ricerca sociale. Ideatore e curatore dell'indagine "Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani" realizzata annualmente dalla Associazione no-profit “Laboratorio Adolescenza”, di cui è fondatore, e dall’Istituto di Ricerca IARD. È Presidente della Associazione “Laboratorio Adolescenza” e membro del Consiglio Direttivo della dalla Società Italiana di Medicina dell'Adolescenza. Giornalista e scrittore, collabora dal 1995 con il Corriere della Sera. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche e saggi e ha scritto tre romanzi.

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