Il Priore dell’Abbazia di Chiaravalle: «Chi voglia passare anche solo un giorno con noi è il benvenuto»

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, Il Priore dell’Abbazia di Chiaravalle: «Chi voglia passare anche solo un giorno con noi è il benvenuto»

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Quando si sta per arrivare con l’autobus da Milano, la torre dell’Abbazia, detta Ciribiciaccola, si staglia già da lontano: è praticamente impossibile non notarla. Poi, quando si è lì, si rimane colpiti dalla bellezza del luogo, così silenzioso e ancora immerso nel verde. Il traffico, il caos e soprattutto i rumori della città, all’Abbazia, diventano solo un ricordo.
Devo ammetterlo, nata e cresciuta a Milano, all’Abbazia di Chiaravalle ero stata una volta sola e molti anni fa. Allora un sabato pomeriggio di fine febbraio ho deciso di tor- narci. Un pomeriggio fortunato, perché ho avuto l’occasione non solo di passeggiare nel chiostro e di goderne la tranquillità, ma soprattutto di parlare con alcuni dei monaci cistercensi che vivono nel convento. Sono così venuta a conoscenza delle persone che abitano l’Abbazia e in seguito ho potuto assistere ad alcuni dei loro momenti di pre- ghiera, sempre “corale” e in cui non manca mai il canto gregoriano.
Solo la presenza dei monaci, la loro fede e il loro incessante impegno fanno sì che un luogo tanto splendido e ricco di storia non cada in rovina. E la nostra intervista con il Priore Padre Stefano ha proprio lo scopo di stimolare tutti quei milanesi che conoscono l’Abbazia solo “per sentito dire”: li invitiamo caldamente ad andarla a visitare. Si troveranno in un mondo “fuori dal mondo”? No, potranno invece scoprire un universo straordinario immerso nella contemporaneità, fatto di bellezza, preghiera e lavoro.
Padre, voi professate la regola benedettina: come si adatta questa regola alla vita del ventunesimo secolo?
«La regola di San Benedetto che noi professiamo ha attraversato molti secoli ed è arrivata fino al ventunesimo. Questo vuol dire che ha una grande capacità di adattamento, di mettersi dentro la vita perché quello che propone è vivere».
Come vive un monaco cistercense? Quali sono i suoi doveri verso il Priore e verso gli altri monaci?
«I rapporti all’interno di una comunità monastica, sia benedettina che cistercense, sono ispirati al Vangelo e alla regola benedettina. Il Santo dice: “Si venerino gli anziani e si amino i più giovani”, due criteri fondamentali per la nostra esistenza. Una venerazione che è un rispetto per l’anziano, per la sua età, per la sua esperienza e per la sua vita e un amore per il giovane. Il giovane ha bisogno di essere amato e custodito. La regola stabilisce la modalità di questo rapporto che si basa su una stima reciproca, che noi più onestamente chiamiamo obbedienza ed è sia verso l’abate sia verso i confratelli».
Com’è scandita la vostra giornata?
«Possiamo dividere la nostra giornata in tre parti, di otto ore ciascuna. Otto ore di sonno – forse sono un po’ di meno – poi otto ore di preghiera, mentre le altre otto sono dedicate al lavoro. Ogni monaco ha una propria mansione e una propria responsabilità, e in queste otto ore trovano spazio anche il tempo per mangiare e un po’ di riposo durante la giornata».
Può parlarci dei momenti di preghiera?
«E’ suddivisa in due grandi blocchi, al mattino dalle 4,20 per circa un’ora e alla sera dalle 17,30 fino alle 20,30. La preghiera può essere corale, quindi assieme e in chiesa, e può essere preghiera personale, ovvero lectio e meditazione individuali. Il tempo non è scandito dall’orologio che portiamo al posto: l’orologio del monastero è la preghiera. La giornata di un monaco inizia come S. Benedetto vuole, con la preghiera delle 4,20 del mattino che, come ho detto, dura quasi un’ora. Il canto delle Lodi è alle 6 ed è quello che apre praticamente la giornata. “Terza” è alle 8 [I Cistercensi si riuniscono in preghiera durante la giornata a ore prestabilite secondo la Liturgia delle Ore, NdR]; “sesta” a mezzogiorno; “nona” alle 14,45. Questi momenti di preghiera collettivi, in cui eseguiamo sempre dei canti gregoriani, richiamano a quello che per noi è l’essenziale: siamo qui unicamente per cercare Dio. La preghiera del Vespro, alle 18,30 chiude la giornata, e per ultima c’è la preghiera di compieta, alle 20,15. Al mattino le forze si sono ristorate grazie al sonno quindi la preghiera è lunga, alla sera si è un po’ stanchi quindi è più breve. L’andare a pregare tutti assieme in coro ovviamente interrompe il lavoro di ciascuno di noi e libera dalla dipendenza di finire ad ogni costo quello che si sta facendo. Il vero lavoro per noi è un altro, è la ricerca di Dio».
Qual è l’importanza del canto gregoriano durante la Liturgia delle Ore?
«Il canto gregoriano è nato basandosi sulla parola di Dio ed è quindi mettere in musica quella parola. La custodia di un patrimonio non è assolutamente nostalgia del passato, ma è accogliere invece una tradizione che fa cantare la parola di Dio. Quando una persona canta è più facilmente coinvolta nei concetti che esprime cantando».
Durante i pasti si sta in silenzio ascoltando un monaco che legge brani, tratti dai Vangeli o dalle Sacre Scritture: anche questo è uno dei precetti della regola benedettina?
«Quando San Benedetto parla del silenzio usa una parola latina che è “taciturnitas”. Per noi il silenzio è fondamentale perché se si vuole imparare a parlare necessariamente si deve imparare ad ascoltare. All’interno della giornata il clima è quello di silenzio e durante i pasti il silenzio è finalizzato a indurre il monaco a ricordare che non deve nutrire solo il corpo ma soprattutto lo spirito. La lettura dei brani fa parte di una serie di impegni chiamati conventuali, che durano una settimana. Il monaco di turno legge per sette giorni durante i pasti, per edificare i propri confratelli. E’ una rotazione che applichiamo sia per leggere sia per servire a tavola come per altre mansioni: ad esempio, lavare i piatti».
Si sente parlare spesso di crisi delle vocazioni, ne subite gli effetti anche voi?
«La crisi si sente e non da oggi. Posso dire però che questo monastero è un’eccezione, su 19 monaci più della metà ha meno di quarant’anni. Solo il Signore può dire il perché, io non sono andato a cercarli, sono venuti loro».
Alcuni dei suoi confratelli vengono dall’estero: che collegamenti ha l’Abbazia con gli altri monasteri cistercensi nel mondo?
«Ogni monastero è autonomo ma questo non impedisce uno scambio con gli altri monasteri cistercensi sparsi nel mondo. Ogni anno i giovani professi monaci e monache si trovano per un mese in casa generalizia per un corso di formazione. Questo corso diventa un’occasione di scambio tra un monastero e un altro. Presso di noi abbiamo attualmente un fratello sudamericano e uno africano – c’è anche un cileno, ma è solo in transito – la loro presenza è dovuta alla chiusura del monastero di cui facevano parte: invece di tornare nei loro paesi sono venuti qui».
Chi sono gli oblati e che ruolo hanno in quest’Abbazia?
«L’oblato è una persona che ha il desiderio di vivere in monastero ma che per un qualsiasi motivo non si sente o non può assumere l’impegno dei voti. Oblato significa letteralmente “donato”, ed è una persona che si dona al monastero. La persona che sente questo desiderio, che valutiamo caso per caso, fa un suo cammino di formazione e si impegna a vivere regolarmente all’interno senza però essere tenuto, come il monaco, a osservarne tutta la disciplina. Stabilisce con il priore i propri ambiti e i propri doveri come, ad esempio, venire in coro in certi momenti oppure fare un certo tipo di lavoro. Ci sono poi gli oblati che noi chiamiamo secolari, o esterni, persone che nel loro cammino di crescita spirituale sentono un particolare “feeling” con questo monastero e scelgono la regola di San Benedetto come elemento ispiratore della loro esistenza, pur vivendo a casa loro con le proprie famiglie».
A differenza di altri monasteri, l’Abbazia ha una foresteria, per laici e religiosi: com’è organizzata?
«San Benedetto ha voluto che ogni monastero avesse una foresteria e c’è un capitolo ben preciso in cui si parla dell’ospite e del modo di accoglierlo. I monaci vivono dentro al monastero ma le sue porte devono essere aperte, con senso di accoglienza e disponibilità verso tutti. Chi arriva, chiunque esso sia, può condividere l’esperienza della nostra vita, anche solo parzialmente. Noi abbiamo solo otto stanze e chi vuole venire deve prendere prima contatti con il monaco incaricato di gestire la foresteria. Poi può passare qui da noi tutto il tempo che desidera, secondo la sua necessità. L’ospite non ha l’obbligo di seguire tutta la liturgia, è libero di pregare per conto proprio o di meditare, oppure passare un tempo di riflessione. Noi non andiamo in giro a predicare ed è il benvenuto chiunque voglia passare anche solo un giorno con noi».
Un giovane può venire da voi a fare un percorso spirituale per capire se quella che sta vivendo è vera vocazione?
«Sì, è possibile e di solito i primi contatti sono proprio con la foresteria. Alcuni ospiti sentono il bisogno di tornare o di parlare con qualcuno e chi lo desidera può essere accompagnato in un percorso di discernimento. Se una persona viene qui con questo spirito, anche il suo stare in foresteria avrà un senso diverso, il suo occhio avrà un’attenzione particolare e la comunità avrà per lui un’attenzione speciale. Insomma potrà condividere qualcosa in più rispetto a tutti gli altri ospiti. Diamo a chi ce lo chiede gli strumenti per comprendere se la propria è vera vocazione e soprattutto se in lui c’è la forza per vivere questa vita».

Chiara Zampagni

Elisa Paci, 24 anni, laureata in Comunicazione e Società (Scienze Politiche), blogger e fotografa, ha uno spirito internazionalista, che la porta a viaggare a Milano e nel mondo, in aiuto di chi non ce la fa, siano persone, interi popoli o piccole redazioni digitali. Per lei il reaggae è il massimo.

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