Il sogno abkhazo di Matteo Salvini

Un paio d’anni fa Matteo Salvini girava per le piazze, ma soprattutto per le televisioni (era già iniziata l’era del telesalvinismo), spiegando che era assolutamente necessario uscire dall’euro. Uomo di vaste e profonde letture, ma

LEGAlandUn paio d’anni fa Matteo Salvini girava per le piazze, ma soprattutto per le televisioni (era già iniziata l’era del telesalvinismo), spiegando che era assolutamente necessario uscire dall’euro. Uomo di vaste e profonde letture, ma sobrio e controllato come sanno essere i veri dotti, il Salvini corredava le sue affermazioni con un argomento di ferro: «Non lo dico io, che non sono nessuno, lo dicono sette premi Nobel».

L’opinione pubblica leghista forse non ha molta dimestichezza con i premi Nobel, ma che persino i barbassori del sapere economico condividessero il suo punto di vista («euro, föra di ball”, per dirla alla bocconiana») la inorgogliva molto. Naturalmente quella di Salvini era una balla e fu facile smascherarla, ma l’effetto dirompente della comunicazione (dilatata dai media) sopravvisse alla smentita e ancora oggi non pochi leghisti ci credono. In effetti, dei sette premi Nobel richiamati da Salvini, due (Friedman e Tobin) non potevano difendersi: erano morti da anni e non avevano fatto in tempo a condividere le trovate salviniane, mentre degli altri cinque, uno solo (lo scozzese Mirrlees, per sua stessa ammissione sommariamente informato del problema) era favorevole a uno smantellamento dell’euro, mentre i due più famosi (Stiglitz e Senn) nell’aprile di quest’anno hanno dichiarato: “Siamo assolutamente a favore di un’Europa più unita e, da ultimo, di un’unione politica. L’unione monetaria dovrebbe andare di pari passo con un’unione fiscale e un’unione bancaria, riforme che speriamo vivamente avvengano a tempo debito”. Insomma, il contrario dell’uscita dall’euro invocata da Salvini. Il quale Salvini, però, non demorde. Ha capito che le “patacche” rendono e, deposto, almeno per ora, il sogno del ritorno alla Lira, ha confezionato un altro sogno, anche in questo caso umilmente ammettendo che la primogenitura della genialata non è sua. È il sogno della“flat tax”, la tassa piatta. Dice Salvini: è necessaria una profonda riforma fiscale per rilanciare l’economia; e il perno di questa riforma deve essere l’introduzione di una aliquota uguale per tutti. Dopo approfonditi studi, Salvini ha stabilito che l’aliquota deve essere del 15%. In questo modo tutti pagherebbero meno tasse, ma non ci sarebbe più evasione fiscale e finalmente emergerebbe anche l’economia sommersa.

Che un evasore incallito e un cultore del lavoro in nero siano incoraggiati a diventare virtuosi contribuenti grazie alla diminuzione delle aliquote ci pare credibile come la speranza che i periodici condoni fiscali inducessero i campioni dell’evasione a un comportamento più corretto. È come se lo stato dicesse: «Amico gioielliere di via Frattina, che denunci un reddito annuo di 6.000 euro, è vero che io, se anziché chiederti il 43% del tuo reddito vero, te ne chiedo solo il 15, tu me lo dai?».

Ma per ora lasciamo da parte questo argomento. Andiamo al cuore della proposta salviniana.

Ruspante_Portos

Se a tutti lo stato chiede meno, tutti pagheranno, dice Salvini. E il minor gettito (diversi miliardi: difficile fare un calcolo preciso) sarà compensato dall’onestà fiscale e della emersione del nero. Non è vero. Nella più ottimistica delle ipotesi, mancherà all’appello ancora almeno un miliardo e mezzo. Come recuperarlo? Col taglio della spesa pubblica, naturalmente. Non c’è demagogo che non ricorra a questo slogan. Nel taglio della spesa pubblica sono comprese anche le am- ministrazioni locali. Chiedere ai sindaci a cosa sono ancora disposti a rinunciare.

In questo insistere nel taglio della spesa pubblica c’è naturalmente l’antica vocazione della destra “meno stato più mercato”, con la convinzione (assai diffusa di questi tempi) che tutto ciò che è stato, è truffa, è ruberia, è clientelismo, è parassitismo: tutte cose di cui bisogna fare a meno. Ma, ridotto all’osso lo stato, resta da capire se i servizi essenziali (scuola, sanità, assistenza, anziani, asili nido, etc.) debbano ancora essere a carico della mano pubblica o se li vogliamo affidare anch’essi al mercato. È una scelta: i servizi, anche quando sono gestiti al meglio (e la sanità italiana, ad esempio, è per riconoscimento internazionale all’avanguardia in Europa) costano alla collettività. Si pensa che un privato li gestirebbe per beneficenza o in perdita?

Ma supponiamo che l’idea salvifica di Salvini sia praticabile e garantisca meno spesa pubblica e più efficienza. La domanda è perché a pagarla debbano essere soprattutto le fasce di minor reddito.

La Costituzione italiana ha fissato due criteri di fondo per il prelievo fiscale: la proporzionalità e la progressività. La prima per fortuna, nessuno, nemmeno Salvini, l’ha ancora messa in discussione. Ma la progressività (ovvero, più elevato è il reddito, più elevata è l’aliquota), con la tassa piatta scompare. È un colpo mortale al concetto di equità contributiva. 150 euro per chi ne guadagna mille sono una cifra ingente; 15.000 per chi ne guadagna centomila sono una sciocchezza. Non occorre aver studiato alla Bocconi per rendersi conto di questa elementare verità. Ed è ciò che fecero i nostri padri costituenti, senza inventare nulla peraltro, perché la progressività era – diversamente modulata – presente in tutti i sistemi fiscali. Proprio tutti? Eh, no. Ed ecco l’asso nella manica del professor Salvini. «Ci sono già quaranta paesi al mondo che applicano la flat tax». Per me, convintissimo progressivitista, è una mazzata. Dunque, nel mondo globalizzato, le economie più floride, le democrazie più avanzate hanno la tassa piatta, con tanti saluti ai concetti equitativi delle vecchie ideologie del secolo scorso!

Dunque, vediamo. Gli Stati Uniti no, non hanno la tassa piatta, benché a Reagan una mezza idea in questo senso fosse venuta. Anzi la loro progressività è ancora più accentuata di quella italiana. Neppure la Gran Bretagna, che pure ha subìto il ciclone Thatcher ha la flat tax. E neppure la Germania, o la Francia, o la Spagna, o la Svezia, o l’Olanda. Insomma non c’è un solo paese dell’Europa occidentale (quella di cui celebriamo virtù, valori e tradizioni, in contrapposizione alle orde asiatiche e africane) che abbia la flat tax. Forse il Canada, l’Australia, l’India, la Cina, il Brasile?… Nulla: sono tutti stupidamente ancorati ai criteri della progressività.

Traduzione: in nessuna delle nazioni a economia più sviluppata e a democrazia avanzata (uso queste definizioni perché sono quelle correnti) è stata adottata la tassa piatta. In compenso, essa è presente in stati a forte vocazione autoritaria (come la Russia di Putin o la Georgia) o a economie meno complesse (come gli stati baltici, ove comunque il prelievo è almeno del 24%). Fino a poco tempo fa, Salvini citava con orgoglio anche l’Ungheria, poi qualcuno gli ha segnalato che perfino il governo di Orban applica scaglioni progressivi.

Ma non è finita. Campioni della tassa piatta, quelli ai quali Salvini guarda con desiderio – forse sull’onda di ricordi turistici – sono nazioni come le Seychelles, Trinidad e Tobago, le isole Tuvalu; ma soprattutto la decisiva repubblica caucasica della Abkhazia, 240.000 abitanti, nata da una controversa secessione dalla Georgia. Così, nel Caucaso, nasce il sogno abkhazo della flat tax di Matteo Salvini.

Piero Pantucci

(Settembre 2015)

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

Recensioni
NESSUN COMMENTO

SCRIVI UN COMMENTO