In CdZ5 le religioni dicono no alla violenza

«Organizzeremo un altro appuntamento, per rispondere a tutte le sollecitazioni e gli stimoli emersi stasera». Con queste parole il presidente del Consiglio di Zona 5 Aldo Ugliano ha congedato, alle ore 20,15, dopo oltre due

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religioni_cdz5«Organizzeremo un altro appuntamento, per rispondere a tutte le sollecitazioni e gli stimoli emersi stasera». Con queste parole il presidente del Consiglio di Zona 5 Aldo Ugliano ha congedato, alle ore 20,15, dopo oltre due ore di confronto intensissimo e di grande interesse, i numerosi cittadini presenti all’incontro “Religioni per la pace e la convivenza, contro il terrorismo” del 26 febbraio scorso. Nella sala del Consiglio di Zona i rappresentanti delle religioni ebraica, mussulmana, cattolica e buddista hanno spiegato come pace e tolleranza siano alla base del loro credo e come combattere la deriva violenta che sta avvelenando il mondo.

Il presidente Ugliano nell’introdurre la serata ha esortato tutti a lavorare per trasformare «l’intreccio di vite e di storie personali che abitano il nostro mondo» da problema a opportunità «smentendo tutti coloro che per paura, ignoranza o, peggio, per calcolo politico, si oppongono al realizzazione di una società aperta e rispettosa dei diritti di tutti». Il confronto è stato aperto dal rabbino Paolo Sciunnach della Comunità Ebraica di Milano che partendo dall’analisi di una Mishnà (i precetti della tradizione orale del giudaismo) del secondo secolo dopo Cristo, che dice che tre sono le colonne su cui si regge il mondo – Giustizia, Verità e Pace – ha spiegato come per l’Ebraismo la pace non possa che essere il risultato di giustizia e verità. Aggiungendo che giustizia non è l’applicazione della legge alla lettera, ma una tensione continua verso la pace, che contiene implicitamente i concetti di rispetto della dignità di tutte le persone e della vita. Un paradigma questo che, in realtà, secondo il rabbino, è universale e condiviso da tutte le religioni abramitiche.

Altrettanto interessante è stato l’intervento di abd al-Sabur Turrini, direttore della Comunità religiosa Islamica Italiana, che è entrato, tra le altre cose, più nell’attualità, spiegando la storia e la radicale alterità del fondamentalismo islamico – ma Turrini rifiuta questa definizione – rispetto all’Islam. Jihad, Al Qaida e Isis, ha spiegato Turrini, sono movimenti eterodossi – nel senso che la loro ideologia non ha alcun fondamento nel Corano – risultati di eventi storici, che risalgono alla nascita del wahabismo, nel XVIII secolo. Movimento questo che per primo lega l’Islam allo Stato, la religione alla legge e al potere. Da questa prima ideologia eterodossa sono poi sorti il Salafismo e i Fratelli Musulmani e tutte le deformazioni attuali, che hanno finalità completamente diverse, rispetto alla prospettiva sacrale del Corano. Le stesse guide di questi movimenti, come coloro che compiono atti terroristici – ha continuato Turrini – sono nella maggior parte dei casi «avanzi di galera», nel senso letterale del termine, perché non si sono formati nelle moschee, ma nelle prigioni. Essi contraddicono il Corano, perché il Libro dice espressamente che i musulmani sono tenuti a conformarsi alle leggi del paese ospitante, che il rispetto della vita è sacra e che la tolleranza religiosa è un valore, perché, come dice il Corano, se «Dio avesse voluto avrebbe fatto di voi una sola comunità (religiosa NdR). Ma vuole provarvi con ciò che vi ha dato. Gareggiate dunque reciprocamente nelle opere buone. Tutti tornerete a Dio, che allora vi informerà su ciò su cui divergete».

Il concetto di Perdono è stato invece al centro dell’intervento di padre Paolo Nicelli del Pontificio Istituto Missioni Estere. Partendo dal concetto di relazione e integrazione padre Nicelli ha sottolineato come la pace, nella visione cristiana, non può prescindere dal riconoscimento della realtà come dato di fatto e da essa imparare a cogliere le opportunità di un mondo plurale, nel rispetto della centralità delle persone e nella ricerca del bene comune. In questo contesto il perdono è un concetto e un comportamento fondamentale, perché senza di esso non ci può essere giustizia e pace, che sarebbero altrimenti svuotate di contenuti e provvisorie. «Essere capaci di perdonare fino in fondo – ha spiegato padre Nicelli – significa riconoscere i propri limiti e i propri sbagli, per creare lo spazio spirituale e umano per relazioni di giustizia, di verità e quindi di pace». L’ultimo intervento della serata è stato quello di Anura Kalubowilage del Tempio Buddista di via Pienza. Rifacendosi a un discorso di Buddha sulla pace, ha analizzato il sentimento dell’odio «Se una persona ci odia anche noi iniziamo a odiarla e così questo odio reciproco diventa infinito – ha spiegato Anura Kalubowilage, citando Buddha – e tutto il dolore sofferto si trasforma in vendetta. Se invece una persona ci odia ma noi non ricambiamo questo odio, l’idea della vendetta non ci passa per la mente e si instaura la pace del mondo».

Per non esprimere i sentimenti d’odio però – ha continuato Kalubowilage – bisogna provare compassione e rispetto per gli altri. Se non si è in grado di produrre questi comportamenti significa che non si è in pace con se stessi. Quindi, come primo passo, secondo l’insegnamento buddhista, dobbiamo agire sul nostro spirito per allontanare odio, rabbia e vendetta e poter intraprendere la strada verso una pace interiore completa, presupposto di una pace nel mondo.

Conclusi gli interventi dei relatori, il giornalista Gianni Santucci del Corriere della Sera, moderatore della serata, ha dato la parola ai cittadini presenti. Le domande sono state molte e all’altezza dei temi affrontati. Alcune persone, in prevalenza giovani di religione buddhista, mussulmana e cattolica, hanno portato le proprie esperienza di tolleranza e discriminazione. Altri hanno posto l’accento sulle difficoltà, nelle condizioni attuali, di portare nelle vita di tutti i giorni «le belle parole di perdono, giustizia e tolleranza dette questa sera». Altri ancora hanno sottolineato come la lotta al pregiudizio e all’incomprensione non possano prescindere da un percorso e uno sforzo comune di conoscenza reciproca. Domande a cui i relatori – data l’ora: la sala del CdZ5 doveva chiudere – non hanno potuto rispondere, se non per accenni. Da qui l’impegno del CdZ a organizzare un altro incontro «focalizzandoci sul punto di vista delle donne e il loro rapporto con la pace e la religione» ha detto il presidente Ugliano, cogliendo l’invito di una cittadina, che ha sottolineato come non ci fosse nessuna donna tra i relatori.

Stefano Ferri

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

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