Incalziamo gli amici islamici

Prendo spunto da un passaggio del bellissimo fondo di Piero Pantucci “Le radici di Charlie, le radici di Guisa”, comparso sul numero scorso di Milanosud, per dare un contributo al dibattito sul tema della tolleranza,

Prendo spunto da un passaggio del bellissimo fondo di Piero Pantucci “Le radici di Charlie, le radici di Guisa”, comparso sul numero scorso di Milanosud, per dare un contributo al dibattito sul tema della tolleranza, che come giornale tanto avete trattato in questi anni e che è sempre più urgente, anche alla luce dei recenti tragici eventi in Europa e nel mondo.

C’è una frase nel fondo di Pantucci che non mi convince completamente. Si tratta del periodo in cui si cita il “famoso capo di governo finito ai servizi sociali”, affermando che non avrebbe dovuto dire quel che disse (in quanto capo di governo e non avventore del bar sport). È fuori di dubbio che si sia trattato di un’uscita pericolosa e inopportuna. Ma ho sempre pensato che in quella frase vi fosse un fondo di verità: la civiltà occidentale non “deve” (come in sostanza affermò Berlusconi) “estendere a chi è fermo da almeno 1400 anni” le sue conquiste, la sua visione del mondo. Però un fatto rimane: gran parte del mondo cristiano (sottinteso: occidentale) ha svoltato, rispetto a concetti come la separazione fra Stato e Chiesa, fra Legge e Religione… e nel contempo ha accettato che sia la laicità a governare i rapporti sociali, lasciando che il credo religioso sia coltivato nella sfera privata, fra le mura domestiche ed ecclesiali. Ha svoltato, si vorrebbe definitivamente, rispetto ai tempi delle crociate e dell’inquisizione, delle abiure, dei roghi e perfino rispetto ben più recenti chiusure e discriminazioni, vedi la “scomunica” del comunismo, che data 1949. Cito di sfuggita anche il grande tema del rapporto fra generi, fra uomini e donne, non perché sia minore ma perché è un terreno su cui la differenza è così abissale che non vale la pena di spendere righe per descriverla, per quanto di strada ne abbia da fare molta, ancora, pure il “nostro mondo”.

Mi esprimo a grandi linee, so che vi sono pesanti eccezioni e mai sopiti tentativi di regredire su vari fronti. Ma nel complesso non si può negare che quei valori che Pantucci ricorda nel suo pezzo abbiano, alla lunga, forgiato, cristiani e no. Salvo quei “nipotini del Duca di Guisa” – come vengono chiamati dall’autore – che sembrano immuni a ogni mutazione culturale e civile. In definitiva una minoranza che si spera rimanga tale.

Viceversa in certi mondi, e il mondo musulmano non è nemmeno il solo, una determinata strada è ancora da compiere, se mai sarà percorsa. Il punto credo sia incoraggiare quella minoranza di islamici (mi pare purtroppo che si tratti di una minoranza) che credono al loro dio (Allah) ma nello stesso tempo sono pronti a “svoltare” su alcuni principi che se non diverranno universali – non facciamoci illusioni – rappresenteranno sempre un muro e il focolaio di un conflitto tragico fra chi li condivide (chi crede nella libertà, nella tolleranza, nell’eguaglianza fra gli uomini e fra uomini e donne, nel rispetto dei valori e delle opinioni dell’altro) e chi non li condivide (ed è convinto che il mondo vada semplicemente convertito al proprio credo con le buone o con le cattive). Un conflitto che nella sua espressione più estrema e cruenta assume i contorni che oggi vediamo, ma che rischia di avere una base sociale infinitamente più ampia.

Dialogare con i musulmani non esclude, secondo me, né rinunciare a incalzarli e sfidarli pacificamente e fraternamente sul piano intellettuale, né nascondere le colpe gravissime e gli errori di un capitalismo e di una cultura dominante che hanno seminato danni e oggi raccolgono tragedie.

Negare che esista un problema di conservazione tenace nel mondo islamico (se non vogliamo chiamarla “arretratezza”) rispetto a una rivoluzione illuminista che una parte del mondo ha invece metabolizzato, significa ridurre la visibilità sul problema con una spruzzata di ideologia. Un’ideologia che ha esaurito ogni sua utilità, ed anzi rischia di offrire praterie al “buon senso” di chi predica l’esclusione e vorrebbe innalzare muri sempre più alti.

Saverio Paffumi

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

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