Intercettazioni, tema scottante

Se è vero quel che dice il signor Francesco Mele, c’è da alzare bandiera bianca. Questo Mele è un imprenditore arrestato nei giorni scorsi in Toscana per corruzione; con lui sono finiti in carcere tre

parlamentoSe è vero quel che dice il signor Francesco Mele, c’è da alzare bandiera bianca. Questo Mele è un imprenditore arrestato nei giorni scorsi in Toscana per corruzione; con lui sono finiti in carcere tre dirigenti dell’Anas Toscana, che garantivano all’imprenditore lucrosi appalti (in cambio di mazzette del 5%). Dice Mele con cinica spavalderia che i controlli sugli appalti non frenano la corruzione. Al contrario: «Non hanno fatto altro che aumentare i costi di produzione, perché la corruzione è aumentata, perché se c’è il controllo del terzo, anche lui deve mangiare».

È così? È irrimediabilmente così? Allora ogni sforzo per tentare di riportare la legalità nel mondo degli appalti è inutile, anzi controproducente?

Quello dell’Anas Toscana è uno dei tanti scandali del mondo politico-finanziario: di dimensioni modeste rispetto ad esempio a quelli dell’Expo di Milano o di mafia capitale, di cui riproduce in piccolo i meccanismi e le logiche di rapina. La frequenza e l’intensificarsi di questi scandali (è ancora giusto chiamarli così?) sembra dar ragione al cinismo del signor Mele, alla sistematicità e inevitabilità del sistema corruttivo. «Tutti corrotti e tutti corruttibili» ha sentenziato. Ma è anche vero che se ce ne accorgiamo e ne parliamo, è perché molte di queste pentole vengono scoperchiate. Denunce e attività investigativa, insomma, consentono che almeno una parte di corrotti e corruttori venga scoperta. C’è a monte un problema di dimensioni enormi, ed è quello suggerito dal signor Mele: “Così fan tutti”. Che sembra definire la corruzione come un male endemico, diffuso nella società italiana come la malaria nei territori paludosi.

Ma anche la malaria può essere combattuta. Bonificando. Compito immane, che parte dalla scuola, dalla famiglia, dai meccanismi che regolano il mondo degli affari, dalle abitudini consolidate, insomma dal senso di assuefazione. È giusto investire, ma è inutile illudersi: il costume di una società non si modifica che con lenti processi molecolari. Nel frattempo, e siamo a valle del problema, occorre la lotta di legalità, per colpire corruttori e corrotti. Occorrono leggi e strumenti che individuino, puniscano, scoraggino. Ed è il terreno sul quale ci conducono vicende come quelle dell’Anas toscana. Vicenda che è stata portata alla luce grazie soprattutto a uno strumento che si chiama “intercettazioni”.

Tema delicatissimo, di cui si parla molto, anche in Parlamento. «Le intercettazioni sono uno strumento indispensabile – ha detto il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo -. Deve toglierle chi non vuole scoprire reati di mafia o corruzione”. Parole pesanti, ma estremamente chiare. Di cosa si sta discutendo in Parlamento? Di fissare nuove regole che in sostanza limitino l’uso delle intercettazioni da parte dell’autorità inquirente e impediscano la diffusione e la pubblicazione di registrazioni “carpite in modo fraudolento” o relative a “conversazioni irrilevanti ai fini dell’indagine”.

Ma il confine fra ciò che è penalmente rilevante e ciò che non lo è, è estremamente labile nel corso delle investigazioni. Il profilo penale certo emerge solo alla fine dell’indagine. Parlare di legge liberticida è sicuramente eccessivo, ma è inquietante che il governo si attribuisca con una legge delega la facoltà di disciplinare la materia al di fuori del Parlamento. Si vuole tutelare la privacy? D’accordo, ma questo deve avvenire senza ledere il dovere d’indagine e il diritto di cronaca, che è un fondamentale strumento di informazione della pubblica opinione.

Questo equilibrio oggi è in forse. «Sulle intercettazioni – diceva quattro anni fa Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd – non possiamo andare contro la Corte di Giustizia europea che pone il diritto di cronaca prima di tutto anche prima del diritto alla privacy dei politici». È ancora di questa opinione? La tutela della privacy è una nobilissima battaglia, e va condivisa: purché, per evitare la divulgazione di imbarazzanti gossip (problema che riguarda pochissime persone) non si sacrifichino le facoltà della autorità inquirente e il ruolo degli organi di informazione.

Intanto in Senato si combatte la guerra degli animali

Nel frattempo al Senato si combatte una spietata battaglia politica che va sotto il segno di zoomachia: la guerra degli animali. Canguri contro porcelli. E forse anche altre specie. L’efferato autore della famosa legge porcellum, ovvero Roberto Calderoli, ha presentato 85 milioni di emendamenti, con l’evidente obiettivo di rendere rapida e agevole l’approvazione della riforma istituzionale. Un senatore del Pd, Roberto Cociancich, ha presentato un solo emendamento – definito emendamento canguro – che ha spazzato via la raffica milionaria di Calderoli. Il canguro ha prevalso sul porcello.

Ma non è un grande giorno per la democrazia.

L’ostruzionismo che si manifesta con 85 milioni di emendamenti è insensato, ma i canguri procedurali che azzoppano il dibattito non lo sono di meno. Renzi ha fretta. La sua riforma istituzionale (che ridefinisce il Senato, per alcuni lo annulla) forse è utile al paese, ma non si capisce perché debba sottostare a una scansione temporale così ravvicinata. La politica è anche – non solo – pazienza. E mediazione. Renzi dice: «Non posso accettare diktat». Giusto. Ma perché dovrebbero accettarli gli altri?

Gli animi si infiammano, in Senato, e si eccede. A suon di insulti sessisti. Si segnala per intemperanza il “verdiniano” (come dire un ex berlusconiano convertitosi al renzismo di supporto) Lucio Barani, che rivolge a una senatrice grillina, Barbara Lezzi, il più triviale dei gesti sessisti. Pandemonio. “Porco, maiale” gli urlano dai banchi dei grillini, giustamente indignati. Ma non dimentichiamo che un anno fa fu un deputato grillino, Felice De Rosa, ad affermare che le parlamentari del Pd «sono solo capaci di fare sesso orale» (il linguaggio era meno forbito, naturalmente). Pandemonio anche in quel caso. Ma la cosa finì lì. Barani e De Rosa sono la fisiologica manifestazione di una società in larga parte maschilista e sessista che stenta a riconoscere alle donne funzioni diverse dalla devozione domestica e dalla generosità sessuale.

Ma a proposito di Barani, ricordiamo che il suo galateo istituzionale si manifestò anche quando, una ventina di anni fa, come sindaco socialista di Aulla fece apporre all’ingresso della sua città cartelli che indicavano Aulla “città dedipietrizzata”, in dichiarata polemica con il pool di “Mani pulite”, che stava perseguendo molti esponenti socialisti, a partire da Craxi. Quel cartello non fu mai rimosso (non poteva pensarci un prefetto?) e Barani continuò la sua carriera di “craxiano più di Craxi” nel partito di Berlusconi. Oggi sta con Verdini e questo indigna i suoi ex compagni di partito, come la craxiana Cinzia Bonfrisco, anch’essa evasa di recente dal recinto berlusconiano per andare con Fitto (quanta migranza in Parlamento!), la quale approfittando del gesto sessista di Barani, ha manifestato la sua solidarietà femminile alla collega grillina, gridando all’ex sindaco di Aulla di togliersi il garofano dall’occhiello (vestigia del Psi), di cui è evidentemente indegno. Se sia più commendevole lasciare Berlusconi per andare con Verdini o per andare con Fitto, non lo so. So però che la Bonfrisco è la stessa senatrice che otto anni fa urlò, in pieno Senato, al senatore Gerardo D’Ambrosio (sì, quello di Mani pulite) “sei un assassino, sei un criminale!”. Ecco questo non l’ho dimenticato. Nella tumultuosa giornata senatoriale della zoomachia, l’urlatrice Bonfrisco si è ritagliata la parte della custode della memoria storica. Parte veramente modesta.

Piero Pantucci

(Ottobre 2015)

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

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