INTERVISTA a Damiano Gulli «Triennale per l’estate in città apre il suo Giardino: si parla, si balla, si gioca e sicuramente si riflette»

Torna Triennale Estate. Quattro mesi di programmazione (si prosegue fino al 25 settembre) con un ricco calendario di oltre 130 eventi pomeridiani e serali rivolti a un pubblico ampio e trasversale: incontri, letture, festival, proiezioni, spettacoli,

Torna Triennale Estate. Quattro mesi di programmazione (si prosegue fino al 25 settembre) con un ricco calendario di oltre 130 eventi pomeridiani e serali rivolti a un pubblico ampio e trasversale: incontri, letture, festival, proiezioni, spettacoli, concerti, DJ set, performance, laboratori per bambini. Palcoscenico straordinario: il Giardino Giancarlo De Carlo di Triennale, nel parco Sempione, con la celebre Fontana dei Bagni Misteriosi di De Chirico.

«Odio l’estate cantava Bruno Martino, e invece a noi della Triennale piace molto. L’estate diventa un momento di condivisione, di scambio di idee con la città, per tornare a vivere insieme la cultura», ci racconta Damiano Gulli (nella foto in alto), curatore per l’arte contemporanea e il public program di Triennale, fra le istituzioni culturali più dinamiche di Milano e punto di riferimento internazionale. «Durante la sua lunga storia, Triennale ha dimostrato la capacità di leggere e interpretare il proprio tempo, di intercettare con anticipo temi e urgenze, di porsi come un luogo aperto di dialogo, confronto e dibattito. Siamo molto orgogliosi di questo. Oggi più che mai Triennale vuole essere simbolo e riferimento della ripartenza culturale per la città di Milano e per tutta l’Italia. Dopo il successo delle prime due edizioni, anche quest’anno Triennale, che nel 2023 celebrerà i 100 anni dalla sua fondazione, non si risparmia e per l’estate in città apre i cancelli del Giardino a tutti: si parla, si balla, si gioca e sicuramente si riflette.

Il programma è davvero ampissimo (sul sito triennale.org) proprio per affermare la volontà di esserci e di esserci per tutti». Tra gli appuntamenti, una serie di incontri, in collaborazione con il magazine ZERO, per raccontare le storie e le realtà dei quartieri che fanno parte integrante della citta, le loro storie le loro architetture. «È dai quartieri che si lancia lo sguardo altrove; l’altrove comincia in una geografia dei dintorni tutta da scoprire, un reticolo frastagliato da cui ripensare la città come un puzzle, policentrica, dove ogni centro è un quartiere. Milano e il suo slancio verso il futuro passano dalle energie che abitano i suoi quartieri», sottolinea Gulli.

Milano, le sue periferie e la loro possibilità di riscatto attraverso l’espressione artistica, hanno fatto da sfondo a (T)rap&Architecture, il progetto di Triennale, a cura di Bianca Felicori.

«Marciapiedi, muri grezzi (e poi dipinti), cavalcavia, palazzoni, piazzette e panchine sono le architetture al centro della narrazione della musica trap, che è capace di raccontare la città – e in particolar modo le periferie – con uno sguardo inedito e coinvolgente, riuscendo a portare l’attenzione anche su tematiche di disagio sociale. I videoclip sono diventati lo strumento comunicativo per eccellenza dell’architettura dimenticata della Milano metropolitana, in attesa di un rilancio, di una valorizzazione, di un futuro. Allo stesso tempo Il rapper di successo, quello che ha “svoltato”, diventa un faro per quelli che non hanno niente, cresciuti nei deserti sociali ai margini delle grandi città. Triennale ha voluto invitare tre artisti della scena rap e trap italiana, Frah Quintale, The Night Skinny, Rkomi a parlare delle problematiche dei quartieri dove sono cresciuti.

Rkomi al secolo Manuele Martorana, classe 1994 è cresciuto a Calvairate, casa popolare Aler, e ha iniziato a rappare parlando proprio del quartiere milanese raccontando i luoghi a lui più cari. Calvairate Mixtape, l’album del 2014. Primo rapper Adriano Celentano, cresciuto in una modesta casa di ringhiera nella periferia Nord di Milano, le periferie degli anni 60 le aveva ha cantate con la sua via Gluck che omaggia la via del quartiere Greco di Milano in cui il cantante viveva con la sua famiglia: “là dove c’era l’erba, ora c’è una città, mentre là in centro io respiro il cemento”. 

«La musica, espressione culturale per eccellenza, è anche una forma di riscatto sociale. Questi contesti sociali spesso spezzano esistenze e spazzano via i sogni di chi li vive, ma coloro che “sopravvivono” ne escono fortificati e imparano a ricostruire il futuro attraverso il loro talento. Il ragazzo della via Gluck non racconta solo la vita di Adriano Celentano, ma un simbolo, ha raccontato l’ammodernamento della città, con il prato che ha lasciato il posto a quintali di cemento».

Rkomi in concerto.

Il futuro di Milano?

«Nel segno della qualità urbana e territoriale, costruita attorno a comunità coese, servizi di mobilità efficienti. Portare le energie dei quartieri dritte nel cuore della città. Non si tratta di aprire i quartieri alla città, ma la città ai quartieri. Credo che le periferie siano una grande sfida per architetti e urbanisti, dando loro una nuova identità. Le periferie sono l’inizio della città, non la fine. E sarebbe quindi auspicabile iniziare a chiamare i quartieri per nome. È un segnale lampante di come tanti quartieri, attraverso la cura dello spazio pubblico, stiano sviluppando una nuova attrattività, che si rafforzerà ulteriormente con l’insediamento di luoghi legati alla cultura. Un esempio? Il progetto di recupero dell’ex Macello. Da un mercato dismesso nascerà un polo culturale d’eccellenza, con edilizia di qualità a prezzi accessibili, verde e servizi. Spostandosi più a sud, a Rogoredo è stato recuperato il parco Cassinis, grazie allo straordinario lavoro di Italia Nostra, mentre a Santa Giulia è stata approvata la variante che consentirà di completare il quartiere e realizzare l’arena per le Olimpiadi del 2026».

Sei nato e cresciuto a Fidenza. Come e quando sei arrivato a Milano?

«Dopo la laurea in Lettere Moderne presso l’Università di Parma ho frequentato un master in Organizzazione e comunicazione delle Arti visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ho avuto l’opportunità di fare uno stage in Triennale, assunto a sorpresa nel 2004, dove sono entrato per occuparmi di comunicazione».

Il primo impatto con la città?

«Tutte le sere fuori. Una grande abbuffata. Un turbine di mostre, di eventi, di incontri, feste e sorprese di ogni tipo. E l’ho subito amata».

Cosa o chi ti manca di più?

«Gillo Dorfles, il leggendario critico d’arte, artista, intellettuale, pittore .Mi manca la sua inesausta curiosità. Era dappertutto e vedeva tutto».

Descrivi Milano usando solo 3 aggettivi

«Generosa. Propositiva. Connettiva, nel senso che sa creare connessioni. Di idee, persone, luoghi».

Villa Necchi Campiglio.

I luoghi che ti fanno stare bene?

«Amo immergermi nell’atmosfera sospesa nel tempo della Casa Museo Boschi di Stefano di Via Jan 15. Qui hanno abitato Antonio Boschi (1896-1988) e Marieda di Stefano (1901-1968) che nel corso di una vita, hanno raccolto una straordinaria collezioni d’arte contemporanea del XX secolo comprendente opere di Campigli, Savinio, Lucio Fontana, Mario Sironi, Giorgio De Chirico, Arturo Martini, Giorgio Morandi, Filippo de Pisis, Lucio Fontana, Aligi Sassu, Enrico Baj, Piero Manzoni. E amo Villa Necchi,  gioiello dell’art Dèco, anche questa dimora progettata da Piero Portaluppi negli anni Trenta. C’è anche una piscina, con i sedili in marmo ed il pergolato, un maestoso ingresso. Mi piace percorre il vialetto ricoperto di ghiaia con le magnolie e i platani monumentali, che attraversa il giardino e conduce all’ingresso, dove  gli efficienti volontari Fai ti accolgono come se fossi ospite di una casa ancora abitata». 

Milano in una immagine?

«Il grattacielo Pirelli, una torre in cemento armato, progettata nel 1950 dall’architetto Gio Ponti, maestro della leggerezza come pochi altri e inaugurato nel 1960. Con i suoi 127 metri e 32 piani per oltre sessant’anni ha caratterizzato lo skyline della città di Milano. È il monumento all’Italia industriale, un potente veicolo di immagine di modernità, progresso, slancio verso il futuro, internazionalità e nello stesso tempo di profonda milanesità».

L’oggetto icona che ha fatto Milano capitale internazionale del design?

«Una lista lunghissima. Oggi ti direi Carlton, la libreria totem disegnata da Ettore Sottsass nel 1981 e da allora simbolo per eccellenza dell’intera produzione del gruppo Memphis, il movimento più rivoluzionario e dirompente nella storia del design collettivo, fondato dallo stesso Sottsass e da alcuni dei massimi esponenti del design. Prepotentemente ottimista. Ironica. Coloratissima, quella che secondo Christoph Radl, curatore della mostra Memphis Again, con cui abbiamo dato il via al palinsesto estivo di Triennale “non serve tanto a riordinare i libri quanto a farli danzare nella nostra casa”. Sprigiona una energia dirompente e giocosa. E Milano ha sempre riso e sdrammatizzato». 

Un’icona del design milanese per l’arredo urbano della città?

«Il dettaglio più famoso e conosciuto da tutti, milanesi, pendolari e turisti, e che utilizzano abitualmente, presente in tutte le stazioni della M1 e M2: il corrimano tubolare di ferro chiamato Filo d’Arianna perché conduce il passeggero, dalle scale d’ingresso alla banchina, fuori dal labirinto della metropolitana: verniciato in rosso per la linea 1 e verde per la linea 2, dall’andamento sinuoso riconoscibile a che terminano con un ricciolo, simile a un punto di domanda, opera del designer Franco Albini e Franca Helg».

Il murales di piazza Angilberto, ispirato alla pittura di Piet Mondrian, realizzato dell’artista olandese Zedz.

Un’eccellenza milanese?

«Milano si riconferma città d’avanguardia quando si parla di arte pubblica. È il primo Comune in Italia ad avere un ufficio Arte negli Spazi pubblici, dedicato esclusivamente all’arte urbana, “per riqualificare attraverso l’arte luoghi e piazze milanesi”, ospitato all’interno del Mudec (diretto dalla storica dell’arte Marina Pugliese – Ndr). La prima opera del progetto la possiamo ammirare a Corvetto, quartiere della periferia sud di Milano, che negli ultimi anni sta trasformandosi in distretto creativo e diventando un modello chiave di rinascita urbana dalla profonda identità di quartiere. In piazza Angilberto, un’area completamente rinnovata, in precedenza era un semplice incrocio, a maggio è stato inaugurato, grazie al Mudec, il primo murales, firmato dallo street artist olandese Zedz ispirato alla pittura di Piet Mondrian».

 

 

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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