INTERVISTA a don Gino Rigoldi su disagio giovanile e degrado: «I ragazzi chiedono di essere riconosciuti come persone, sennò vanno alla deriva»

"Non si diventa grandi da soli” è la frase che si legge aprendo il sito della Fondazione Don Gino Rigoldi e che riassume lo spirito di un prete instancabile, che dal 1972 è cappellano del

“Non si diventa grandi da soli” è la frase che si legge aprendo il sito della Fondazione Don Gino Rigoldi e che riassume lo spirito di un prete instancabile, che dal 1972 è cappellano del carcere minorile Beccaria ed ha creato una vera “holding del bene”, con al centro i ragazzi.

Relazione, Cooperazione, Solidarietà sono i valori intorno ai quali si sviluppano attività che vanno dall’avviamento al lavoro al sostegno alle famiglie in tutte le forme, al doposcuola e ai centri aggregativi, la lotta alle dipendenze e l’accoglienza ai migranti. Un composito mondo di “ultimi” che don Gino conosce molto bene.

«Questa esplosione di violenza da parte dei giovani non è una novità – esordisce don Gino – . Io l’ho vista 30- 40 anni fa, da parte di gruppi di ragazzi italiani, provenienti da Sud Italia, che ficcati nelle periferie o in situazioni difficili, facevano disastri. Ragazzi che, ora come allora, sono sradicati, senza riferimenti, abbandonati a sé stessi, figli di nessuno, invisibili e senza alcun riconoscimento».

Cosa significa essere “senza alcun riconoscimento”?

«Essere riconosciuti è quello che chiedono con ansia tutti gli adolescenti, perché vivono nel dubbio costante di valere poco, di essere incapaci, non adeguati, di non farcela. Se nessun adulto, nella famiglia, nella scuola, all’oratorio, nelle palestre li “riconosce” come persone che hanno valore, li sa guardare negli occhi, ascoltare, stabilire una relazione, l’ansia e il dubbio diventano energie negative e i ragazzi si perdono, vanno alla deriva».

Non è cambiato niente allora, oggi come 50 anni fa?

«Ora la situazione è ancora più difficile. I social network hanno azzerato le relazioni, sostituendole con fantasmi. La pandemia ha impedito ai ragazzi di incontrarsi ed è subentrata la solitudine e una insana voglia di trasgressione. Penso ai linguaggi e agli atteggiamenti violenti sempre più diffusi. Nelle pause della pandemia, una volta che sono potuti uscire di casa, i ragazzi abbandonati a sé stessi, hanno avuto esplosioni di violenza. Tutto questo mentre gli adulti, siano essi i genitori o gli insegnanti, che dovrebbero essere compagni di strada autorevoli, sono rimasti assenti o incapaci di avere relazioni, creare comunità, fiducia, speranza».

Non c’è il pericolo che nelle nostre periferie si crei qualcosa di analogo alle violenze avvenute nel 2005 nelle banlieue parigine?

«C’è una differenza sostanziale. In Francia uno dei motivi principali della violenza era la contrapposizione religiosa, promossa da personaggi equivoci e anche da alcuni iman. In Italia invece l’origine è l’emarginazione e la povertà educativa, a cui si aggiungono degrado sociale e materiale, difficoltà economiche. Se si vuole fare prevenzione sono questi i problemi che devono essere affrontati».

Come possiamo fare per combattere questa povertà educativa?

«Prima di tutto gli adulti devono imparare a fare gli educatori. Genitori, insegnanti, allenatori, religiosi, tutti devono tornare a scuola di educazione e relazione, iniziare a riflettere sui valori che trasmettono ai loro figli, perché i ragazzi diventano grandi solo se accanto ci sono adulti presenti e autorevoli, non canzoni rap o post sui social. Avviato questo percorso educativo, si riparte con le iniziative classiche, dallo sport agli oratori, dalla scuola alle attività musicali a quelle culturali. Non serve moltiplicare le iniziative, bisogna dargli una qualità educativa. Per esempio il calcio, se fatto in un’ottica educativa, è un veicolo straordinario di crescita. Chi gioca a calcio deve essere capace e questo significa fare i conti con la necessità e la fatica di accrescere le proprie competenze. È uno sport che si fa in gruppo e quindi si impara a stare in comunità. E poi devi rispettare le regole, imparare a trattare gli avversari come tali e non come nemici, a vivere la vittoria e gestire la sconfitta, a cercare sempre di migliorarti. Se chi allena pensa solo a vincere e premia il simulatore, perché guadagna un rigore, o chi pensa solo a sé stesso e non alla squadra, allora non andiamo da nessuna parte».

La Fondazione ha intrapreso questa strada?

«Per noi relazione e riconoscimento dell’altro sono alla base di tutte le nostre iniziative, ma nello specifico della formazione degli adulti, stiamo redigendo insieme a esperti, professori e professionisti un manifesto da condividere con genitori, insegnanti, educatori, gruppi giovanili, ragazzi più grandi per proporre un modello educativo basato sulla capacità di relazione, l’ascolto e la proposta. Dobbiamo avere l’umiltà di fermarci per capire come meglio insegnare ai ragazzi, con l’esempio e la parola, a creare una relazione costruttiva con sé e con gli altri, con onestà e sincerità, anche quando è difficile, perché è questo che i ragazzi vogliono e di cui hanno bisogno».

Don Gino Rigoldi con alcuni dei ragazzi che vivono con lui o di cui si è preso cura.

 

 

 

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