Intervista a Giovanni Nuti, in attesa del concerto “E io tra di loro” del 25 agosto in cui duetterà con Merini e Milva

Musica e poesia tornano a intrecciarsi per ricamare le emozioni più intense giovedì 25 agosto, alle ore 21, nel Cortile delle Armi del Castello Sforzesco per la rassegna estiva Milano è Viva. Con un concerto spettacolo

Musica e poesia tornano a intrecciarsi per ricamare le emozioni più intense giovedì 25 agosto, alle ore 21, nel Cortile delle Armi del Castello Sforzesco per la rassegna estiva Milano è Viva. Con un concerto spettacolo intitolato “E io tra di loro“, Giovanni Nuti, compositore, musicista ed interprete, torna a rendere omaggio alle sue due grandi partner artistiche la poetessa Alda Merini e Milva, la leggendaria Pantera di Goro, in una serata che mescola canzoni e poesie. Una serata che si preannuncia emozionante e suggestiva in cui Nuti mescola voci e duetti virtuali, aneddoti, lettere e ricordi. Ospite speciale della serata sarà Grazia Di Michele, che duetterà con Giovanni Nuti nel brano Le donne dell’est, su testo di Alda Merini, brano inciso insieme e raccolto nel cofanetto “Accarezzami musica – Il Canzoniere” di Alda Merini.

Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con l’artista, classe 1964, viareggino di nascita, milanese d’adozione. Ecco cosa ci ha raccontato, dello spettacolo, del suo rapporto con le sue due indimenticabili partner artistiche (Merini scomparsa nel 2009, Milva nel 2021), con la città di Milano.

Il concerto avrà come splendida cornice il cortile delle armi del Castello Sforzesco. 

«È la prima volta. Ne sono felice. È un palcoscenico straordinario. Dopo location milanesi altrettanto suggestive. Ricordo in particolare una memorabile rappresentazione del “Poema della croce” con Alda nel Duomo di Milano il 13 ottobre 2006 davanti a 4mila spettatori e la Chiesa di San Marco completamente gremita di persone, in occasione del decennale dalla scomparsa di Alda Merini, il 18 novembre 2019, con Carla Fracci, nel ruolo che fu della poetessa, in un nuovo rivoluzionario allestimento, curato da Beppe Menegatti, in quello che sarebbe stato il suo ultimo spettacolo. Sento ancora la gioia di Carla per quella sera. Avevo pensato a lei in questo ruolo rileggendo una poesia che Alda Merini le aveva dedicato, in cui scriveva Tu sei l’amore / tu sei il sentimento / tu sei illogica come la ragione / tu sei leggera come la follia». 

Cosa puoi dirci di questo concerto?

«Non è un omaggio, perché un omaggio sembra distante, ma riporto Alda Merini e Milva in scena con me. Oltre alla mia, infatti, sul palco ci saranno le loro voci. Come diceva il poeta libanese Khalil Gibran “Il ricordo è un modo di incontrarsi”. Sembra che Alda e Milva non ci siano più, ma Il fatto che le riporti in scena dimostra che non è cambiato nulla. Le confesso una cosa: il fatto che Alda non ci sia più nella fisicità non significa che io e lei non continuiamo ad avere un rapporto. Per me non è cambiato nulla. Alda è una presenza continua. Alda vive nelle sue poesie. La sento, la percepisco, ne riconosco i segni. Le ultime sue parole furono “Tu sei stato la mia gioia e la mia musica, porta avanti le nostre opere”. Io sono fedele a ciò che lei mi ha chiesto e non ho mai smesso. Ed allo stesso modo amo Milva. Talento e voce meravigliosa. È stata un’artista “trasversale”, la sua voce ha dato forma e volo a musiche e parole, le più diverse, tra teatro e canzone, con una passione e una bravura assolute. Ha cantato praticamente tutto, dall’ opera alla canzone da balera ai canti di lotta a Bertolt Brecht. Un sogno era lavorare anche con Milva: ci sono riuscito nel 2005 scrivendo le musiche per “Milva canta Merini” ed è stata una soddisfazione enorme poiché segnò il ritorno discografico di Milva in Italia dopo 11 anni di assenza. E l’ho accompagnata nella sua ultima trionfale tournée in Germania». 

Giovanni Nuti e Grazia D Michele.

Cosa univa Alda a Milva?

«Sono felice di essere stato io a farle collaborare e la mia musica le ha unite. Erano due personalità molto forti, due primedonne attratte da una stima reciproca, che amavano punzecchiarsi e prendersi in giro. Ricordo ancora Alda piangere, in studio, ascoltando la Rossa cantare i suoi versi».

E Giovanni Nuti come si sente tra di loro?

«Tra due giganti. Sono felice di tornare piccolo tra i due giganti».  

Questo spettacolo nasce anche con l’idea di avvicinare la gente alla poesia…

«Certamente, c’è bisogno di poesia, specie in questo momento. Sono convinto che la bellezza salverà il mondo e nella bellezza rientra indubbiamente la poesia di Alda Merini. Voleva che i suoi versi fossero cantati, scritti sui muri, per andare in strada ed essere conosciuti e compresi da tutti, dal letterato alle persone incolte. Alda diceva che la musica viaggia più velocemente della poesia e sarebbe potuta arrivare anche a chi non entra in libreria. Ed è proprio così. Mi auguro che lo spettacolo stimoli a guardare al mondo con poesia. Al fondo, a essere sconvolti dalla potenza gioiosa dell’amore, mentre siamo purtroppo sommersi da parole di odio e paura. Vorrei liberare l’immaginazione, in un momento in cui di fantasia ce n’è poca, trasmettere bellezza ed emozioni in un momento storico in cui invece vengono dispensate con il contagocce. C’è una grande solitudine e la poesia può essere in certi momenti una delle poche cose che la colma. E aiuta a dare forma al dolore. Nella sua vicenda umana Merini ne subisce tutta la gamma: sofferenza, solitudine, emarginazione, incomprensione, durezza dei rapporti umani. Eppure tutto questo non nega, non esclude, non cancella e non nasconde il desiderio di sperimentare l’umanità».

Merini è molto amata anche dalle nuove generazioni.

«Mi hanno colpito tantissimo i giovani che stanno scoprendo Alda Merini, magari anche attraverso la mia musica. Alda Merini piace alle nuove generazioni perché la percepiscono come ‘vera’, trasgressiva, anti-conformista. Era libera. Non era imprigionata negli schemi. Nel vedere, nel sentire, nell’essere. Non fu mai una donna addomesticabile».

Giovanni Nuti con Alda Merini.

Chi era Alda Merini?

«Una delle più importanti poetesse del Novecento. Alda era ed è una persona straordinaria, follemente innamorata della vita. Aveva trovato nella poesia la sua vocazione, la sua salvezza. Non ha mai detto di no alla vita che le era capitata, pur vivendo l’esperienza traumatica del manicomio, dove subì molte violenze – sedute di elettroshock alternate a immersioni forzate nell’acqua gelida – il  dolore per  le figlie che  vengono date in affido, continuava a dire che “il paradiso è quello che stiamo vivendo”. Ha conosciuto l’inferno, ma lo ha divorato per sopravvivere. È per questo che Alda lo è davvero, la poetessa della gioia. Prende l’essenza del suo dolore e la fa diventare bellezza. Alda aveva la capacità di passare da un argomento di grande emozione alla risata più fragorosa. Era tenera anche quando era furibonda. Forse non si dirà abbastanza della sua grande ricchezza, quella bontà innata che ne faceva un’anima candida e nei momenti più imprevisti le stampava sul viso un sorriso di struggente tenerezza. Con i suoi versi Alda Merini traccia l’impronta profonda dell’amore e con essa il suo scandalo. Un sanguinante, lucido “Delirio amoroso “(è il titolo di un libro scritto dalla poetessa “Io non sono stata marchiata dal manicomio ma dall’amore” – NdR). Ecco, ho fatto tesoro di questa sua “bellezza” e so che non smetterò mai di far arrivare la sua poesia nei cuori delle persone». 

Qual è l’insegnamento più importante che le ha lasciato?

«Lei diceva: “Ho masticato, divorato il dolore perché è stato l’unico modo che mi ha permesso di superarlo”. Ed è proprio questo che Alda Merini ha fatto con la sua poesia, trasformare il dolore in gioia. Affrontare il dolore e accettarlo è l’unica maniera per annientarlo. Ognuno di noi ha un manicomio, un caos, una prigione interiore con cui fare i conti».

Un ricordo personale di Alda Merini.

«Facevamo lunghe passeggiate lungo i Navigli (la poetessa abitava in una casa di ringhiera di 45 mq in Ripa di Porta Ticinese 47 – NdR). Ci fermavamo davanti alle vetrine dei giocattoli e ho questa immagine di Alda – sempre con un po’ di rossetto sbaffato, l’immancabile sigaretta tra le labbra e le unghie rosse – incantata davanti i giocattoli, con un sorriso grato, ingenuo, di bambina. Ricordo la sua gioia nell’acquistare piccoli oggetti: collane, carillon, bambole… orsachiotti, cianfrusaglie di ogni tipo che lei amava, ne comprava molti per poi regalarli ad amici e conoscenti. “Il giocattolo è un ordigno segreto”, diceva. A casa ho un teatrino pieno di trenini e carillon, tutti doni di Alda». 

La Sua prima (e unica volta) al Festival di Sanremo fu nel 1991 con il brano Non è poesia: ironia della sorte la poesia ha cambiato la Sua vita e il suo percorso artistico.

«È vero, l’incontro con Alda Merini ha cambiato la mia vita, così come la poesia ha cambiato la mia musica!».

È stato legato ad Alda Merini in un sodalizio durato 16 anni (fino alla sua scomparsa nel 2009) che la poetessa chiamava “matrimonio artistico” che ha portato alla pubblicazione di splendidi album come “Rasoi di Seta”, “Una piccola ape furibonda”, “Accarezzami musica” e da cui sono nati spettacoli che vi hanno visti insieme protagonisti. Come è nato l’incontro?

«Ero entrato in una libreria a Milano e ho urtato contro un libro che è caduto aperto, era una poesia di Alda Merini, “I sandali”  (Nuti la recita a memoria – NdR) “Hai dimenticato i sandali amore, i tuoi sandali di desiderio, li ha trovati sotto il mio letto il mio portiere scopando notte tempo di notte, vieni a prendere i tuoi sandali amore, i sandali di legno biblico, buttali in testa al Signore, che ci ha diviso il cuore”.  Era rivolta a un frate. Sono rimasto folgorato. Era il 1992, ho sentito dentro quella poesia musicata, sono corso a casa e mi sono messo al pianoforte, la melodia usciva da sola. Ho scritto quindi una lettera ad Alda per chiederle di poter musicare i suoi versi. È da li è iniziato tutto». 

Milva e Giovanni Nuti.

Come prendevano vita i brani composti con lei che ora fan parte del suo repertorio?

«Ci stimolavamo a vicenda, tutto avveniva con grande facilità e velocità sia da parte di Merini che da parte mia. Mi chiamava la notte o nei momenti più inaspettati, mi dettava le poesie al telefono come un fiume in piena e non voleva che gliele rileggessi. E mentre me le dettava io automaticamente sentivo la musica. Succedeva sempre così: non so dire perché succedeva, ancora oggi è un mistero anche per me». 

La vita di Alda Merini e la sua poesia sono fortemente intrecciate con la città e in particolare con i quartieri di Porta Ticinese, tanto da essere soprannominata “la Poetessa dei Navigli”, dove abitava.

«Alda Merini amava la sua città, i Navigli: la Milano che la Merini ha amato è la “Milano benedetta, donna altera e sanguigna con due mammelle amorose, pronte a sfamare i popoli del mondo” ma che ha saputo anche criticare, la “Milano dagli irti colli … Milano dai vorticosi pensieri”, una Milano che nell’evolversi perdeva parte della sua anima, incapace ormai di amare». 

Come è entrata la musica nella sua vita?

«Non so quando ho cominciato ad amare la musica. Mi verrebbe da dire da prima di nascere, perché mia madre, che aveva una bellissima voce, amava cantare e sono sicuro che io la ascoltavo, quando ancora vivevo dentro di lei. La poesia l’ho incontrata forse allo stesso modo, con le sue filastrocche e ninnananne e poi a scuola, perché alle elementari allora si insegnavano molte poesie da mandare a memoria. Ho iniziato a comporre molto presto e ho studiato tanta musica classica». 

Toscano di Viareggio e milanese di adozione. Come è arrivato a Milano?

«A Milano avvengono i primi contatti con l’industria discografica e nel 1989 il mio primo album su etichetta Ariston: “Al Parco dei silenzi“, cui collabora anche Enrico  Ruggeri. Il secondo album dal titolo “Giovanni Nuti” viene pubblicato nel 1991 in cui Lucio Dalla suona la fisarmonica in “Ronda di notte”».

Cosa la piace di Milano?

«È ancora una città generosa, piena di stimoli, creativa ma pragmatica. Milano in questo è più avanti delle altre città italiane. Ma deve ambire ad alzare l’asticella. Non può continuare ad assistere inerti al degrado crescente di interi quartieri. Degrado ambientale e sociale».

Il suo rifugio dello spirito?

«La musica. La mia casa con i miei gatti. In casa ho ricavato un piccolo teatrino di 24 posti con tanto di palco e poltroncine da teatro dove canto, danzo, recito e ringrazio l’Universo. Il mio pubblico? I miei gatti. Tra tutti gli animali il gatto è l’unico che riesca a vivere nella contemplazione. Egli osserva la ruota dell’esistenza dall’esterno».

Cosa vede dalla finestra di casa sua

«La facciata della chiesa barocca di piazza San Alessandro, con bassorilievi e festoni seicenteschi, con gli angeli musicanti che suonano la tromba. Dall’altra finestrella la Madonnina».

Un emblema di bellezza? 

«Le colonne di San Lorenzo, Davanti all’incredibile colonnato tardo romano che si erge nel piazzale della Basilica di San Lorenzo avverto potente il soffio dell’eternità nel fluire del tempo. Al mattino presto, fuori orario prima che si accampino i ragazzini ma anche gli adulti, nel  bivacco più totale».

E i Navigli?

«In verità adesso i Navigli li frequento poco, le tracce della vita di quegli anni stanno gradualmente svanendo, assediate all’inesorabile scorrere del tempo. Quei i navigli di una volta li conservo in un fermo immagine nella mia memoria».

 

 

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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