Intervista a Luciana Savignano: «La danza non è solo tecnica: è interiorità, emozione, gesto e sguardo, che devono arrivare dall’anima»

«Non mi definisco una ballerina, sono una creatura che si esprime danzando. E che continuamente rinnova la sua sfida. Con entusiasmo e curiosità». Ha incantato per anni Milano e il mondo della danza internazionale e

«Non mi definisco una ballerina, sono una creatura che si esprime danzando. E che continuamente rinnova la sua sfida. Con entusiasmo e curiosità». Ha incantato per anni Milano e il mondo della danza internazionale e ancora lo fa oggi. Chi l’ha vista danzare, sa che Luciana Savignano riesce a sprigionare un magnetismo unico. Sensualità e carisma. Lei entra in scena e tutto attorno cala il silenzio. Un incanto rimasto intatto a dispetto degli anni anagrafici, «un artista è senza età» ci spiega. Una stella assoluta e senza tempo. Una stella che seduce, incanta, stupisce. Emoziona. Un passato glorioso (musa ispiratrice di maestri come Maurice Béjart, Mario Pistoni, Paolo Bortoluzzi, Roland Petit, Micha van Hoecke, sui palcoscenici più prestigiosi del mondo. Una storia artistica luminosa che non è semplice riassumere in poche righe. E un presente altrettanto impegnato. Ad ottobre è tornata in scena al Franco Parenti con Tango di Luna , spettacolo di grande suggestione creato per lei nel 2004 dalla coreografa e regista Susanna Beltrami, in una versione rinnovata. Non il solito palco, ma un locale piccolo, nella palazzina che sorge di fianco al complesso del teatro, trasformato in una vera milonga, con l’impiantito di legno. L’étoile si muove a pochi passi dal pubblico, se ne sente il respiro. La voce. E chiede al cameriere «Scusi, è qui che si impara il tango?». Ed è subito magia. L’eleganza ipnotica e la raffinatezza di una danzatrice straordinaria incontrano la passionalità del tango tra le braccia dei giovani danzatori di DanceHaus – «Lavorare con loro mi entusiasma, è uno scambio reciproco. Mi trasmettono la loro forza e la loro energia, io penso di restituire qualcosa» -. Riviste anche le musiche. C’è J’Oublie un struggente e nostalgico brano di Astor Piazzolla (il più grande interprete del tango moderno) cantato magistralmente da Milva. Un’alchimia da brivido. Nel 1988 andò in scena alla Scala di Milano L’Angelo Azzurro del coreografo francese Roland Petit. Accanto alla Savignano c’è Milva .E forse Luciana ha pensato proprio a questo quando ha scelto questo brano.

Fisico asciutto, sottile che sprigiona energia e forza. I capelli raccolti a chignon. Una voce cristallina, limpida e giovanile. Luciana Savignano si racconta volentieri. Con grande semplicità.

Come sta Luciana? Direi piuttosto bene, a guardarla: ha il piglio di una ragazza.  

«Non mi prenda in giro (sorride – NdR). Si accomodi. Le posso offrire qualcosa? Un te? Vuole anche i biscotti? io adoro i dolci. Intanto le mostro il terrazzo. Vivo qui da circa 30 anni, pensi che ho impiegato non più di un’ ora per decidermi a comprare questa casa, stavo passeggiando da queste parti con mia madre quando notai un cartello per un appartamento in vendita. Chiesi subito al portiere di farcelo vedere: me ne innamorai subito, con un bel camino e un terrazzo, così sarei stata vicina ai miei genitori, che abitavano nei pressi. Ma come fare? L’indomani sarei partita per l’Argentina per stare via un mese. Nonostante mia madre esterefatta continuasse a ripetermi che comprare un appartamento non era come comprare un vestito. io temevo di non trovarla al ritorno e versai il giorno stesso la caparra. Sono fatta così: quando una cosa mi piace, mi butto senza pensarci troppo. Quando è scomparso papa, mamma è venuta ad abitare qui con me, non si sentivo di lasciarla sola. Quel terrazzo poi mia madre l’aveva trasformato nel suo orto. Coltivava tante piante, aromi, ortaggi. Aveva la passione delle piante e curava meravigliosamente il nostro terrazzo. Ho cercato di seguire questa sua inclinazione, nonostante all’inizio non avessi il pollice verde. Ed ora, quando ho un attimo di tempo, mi metto dei vestiti brutti, degli stivalacci, e coltivo le mie azalee, le mie piante verdi. È un modo per ricordarla. È come se questa memoria restasse sempre viva in me, trasformandosi in energia positiva. Questa casa no, non la venderò mai». 

Cosa le piace della zona Inganni?

«Ho un carattere solitario, per cui amo gli spazi non affollati. Qui a non sembra di essere a Milano, c’è quiete, al mattino nelle giornate di sole, sento sempre cinguettare gli uccellini, mi sembra di stare in campagna. Quando uscivo, la mamma mi chiedeva “Vai in città?”. Vicino a casa, c’è poi un bel parco verde il Giardino Alberto Moravia, dove ho sempre portato i vari cani che si sono avvicendati. Finora ne ho avuti quattro. Per tanti anni ho tenuto con me una bastardina che avevo trovato abbandonata in Piazza della Scala. L’ultimo si chama Calù, il nome nasce dalle nostre iniziali, Carlo e Luciana. E un akita, di razza giapponese, un cane dal carattere fiero, riservato e autonomo. Elegante».

Si dice che ogni persona tende a scegliere il proprio cane a propria immagine e somiglianza. 

«Per me è un cane meraviglioso, l’adoro e questo è un buon motivo per uscire e portarlo a passeggiare».

Se ne stava acquattata sul palco al Castello Sforzesco per la grande festa della danza che a settembre Roberto Bolle dona ogni anno alla città di Milano. 

«Un inedito “passo a due” di chiacchiere (sorride – NdR). Abbiamo anche danzato come ballerini solisti al Teatro degli Arcimboldi nel 2003 in un grandioso Moïse et Pharaon” opera di Gioachino Rossini diretta dal maestro Riccardo Muti, regia di Luca Ronconi con le coreografie di Micha van Hoecke. Uno scultoreo Bolle in gonellino».

Le immagini di questa pagina sono tratte dallo spettacolo Tango di luna di Susanna Beltrami, tenutosi al Teatro Franco Parenti a ottobre 2022. Foto di S. Lazzaro.

Il suo rapporto con Milano?

«Sono orgogliosa di essere nata a Milano e di viverci. E sono una donna fedele. Anche verso la mia città. Anche se la mia vita si svolge ormai tra Milano e Torino dove vive mio marito (il dottor Carlo Bagliani esperto in medicina cinese, NdR). Mi destreggio tra queste due città. Magari sto lì una settimana e poi torno a Milano. È una vita molto nostra che funziona. Ognuno ha i propri spazi e non stravolgere la propria vita in funzione dell’altro». 

Il quartiere dove è nata?

«Sono nata in via Civitali, a San Siro. Ricordo grandi prati e poche case di periferia qua e là. Erano gli Anni ’50, e ancora non erano ancora sorti quei casermoni che, dopo, si sono portati via tutto il verde». 

Luciana bambina, quale immagine le viene in mente?

«Di me bambina che danzavo in anticamera nella nostra casa di San Siro, in via Civitali. Riunivo le amichette, accendevo la radio che mandava un programma che amavo molto Ballate con noi e  improvvisavo balletti, avvolta nel copriletto azzurro della camera dei miei genitori (il padre Elpidio, che era ottico, e la madre Lia). Poi la scena si sposta nel cortile dove, sempre in quegli anni, giocavo. Io avevo l’argento vivo addosso, ero una ragazzina scatenata, con un grande bisogno di sprigionare energia: mi arrampicavo sugli alberi, facevo spaccate qua e là. La timidezza è arrivata dopo, con l’adolescenza». 

L’anno prossimo saranno 70 anni da quando si iscrisse alla scuola di danza della Scala. E qui si formò conseguendo il diploma nel 1962. Nel 1972 diventa Prima Ballerina alla Scala e tre anni dopo, nel 1975, è nominata Étoile.

«Alla prova di ammissione alla Scuola mi presentai un mese dopo, perché la prima lettera di convocazione non arrivò. Meno male me ne inviarono un’altra. Mi ricordo che quel giorno, dopo aver superato le varie selezioni, la segretaria Maria Simonetti, disse: “Ma sì prendiamola questa giapponesina”».

Ricorda la prima volta che è entrata alla Scala?

«Fu quando mio padre mi portò alla Scala a vedere il Lago dei Cigni, lui amava molto l’Opera ma quella volta mi portò a vedere un balletto. Mi i sono guardata attorno e ho detto “qui mi trovo dentro ad una fiaba, come in Alice nel paese delle meraviglie”. Poi mi rivedo a 10 anni quando mio padre mi accompagnava alla Scuola di ballo della Scala. Poi mi veniva a prendere e andavamo a bere il Rabarbaro con gli stuzzichini allo Zucca. Mi piaceva molto. Poi a piedi fino in Cadorna per prendere il tram».

Qual è stato il momento in cui ha capito che questa grande passione poteva diventare la sua vita?

«Non c’ è stato un momento preciso, non c’è stato un clic. Ho continuato sempre fiduciosa perché facevo quello che mi piaceva e mi dicevo: “Da qualche parte arriverò”. Dove non lo sapevo nemmeno. Non era il punto d’ arrivo che mi interessava. Per me era importante ballare. È la mia filosofia di oggi, vado, fino a quando non si sa, non lo so ancora. È un confronto continuo con dei limiti, reali o immaginari. Bisogna sempre mettersi alla prova».

Lei ha danzato nei teatri di tutto il mondo, ma il suo cuore non si è mai allontanato da Milano?

«Io sono fondamentalmente una grande romantica, ho le radici in questa città a cui tengo molto. Quindi a Milano devo molto. Sì, per me Milano più che agglomerato di strade e palazzi, è una città di persone. Quelle persone meravigliose che ho amato e mi hanno amato. Hanno sempre creduto in me e continuano a farlo. Ne ho incontrate davvero tante: Mario Pistoni, Micha van Hoecke e poi ballerini meravigliosi che hanno accompagnato il mio percorso artistico. Tante persone sono state importanti nella mia vita. Ho bisogno di calore umano, è ciò che mi tiene ancorata ai luoghi». 

Fu Paolo Grassi, allora sovraintendente alla Scala, a farle conoscere Maurice Béjart , il grande coreografo che ha creato per lei balletti indimenticabili come La Luna e Bolero.

«Accadde nell’ascensore della Scala di Milano, era l’anno 1973, Mi sembrava di averlo già incontrato in altre vite con lui avveniva tutto in maniera facile, fluida. Comunicavamo attraverso gli occhi. Capivo il disegno delle sue coreografie anche soltanto da uno sguardo. Il suo Bolero l’ho ballato anche alla Montagnetta di San Siro, in una sera d’estate del 1985. Ricordo che la famosa scena, una semplice piattaforma tutta rossa, fu costruita nel punto più alto del parco e tutti gli spettatori erano seduti sul prato». 

Un ricordo di Paolo Grassi?

«Una persona straordinaria, un sovrintendente che ha diretto la Scala dal 1972 al 1977, in una maniera magica, irripetibile oserei dire. Ha creduto molto in me e io a mia volta ho sempre cercato di essere all’altezza del compito che mi proponeva. Mi diceva: “Lei è fatta per il teatro e deve stare a teatro”. Puntò su di me per il Lago dei Cigni.  “Luciana deve ballare questo balletto”. Una serata memorabile. E, prima che morisse, diedi a mio padre una grande gioia: l’ultimo balletto che mi vide interpretare fu proprio Il Lago dei cigni, alla Scala, nel 1974. E quando andai da Béjart a Bruxelles per la Nona Sinfonia di Beethoven mi telefonava ogni giorno paternamente». 

E la Milano di oggi, le piace?

«Troppo caotica per i miei gusti, a volte non la capisco più. Bici e monopattini a tutta velocità, una dovrebbe stare continuamente all’erta. Spero che questi ritmi vertiginosi non la disumanizzino».

Cosa è per lei la danza?

«La danza non è solo tecnica e passi, è qualcosa che va molto più nel profondo. Per me la danza è interiorità, è emozione, è un qualche cosa che deve arrivare dall’anima. È seduzione, gesto, sguardo. L’aveva intuito Béjart, che una volta mi ha detto: “Tu non sei una ballerina normale, non ti bastano i fouettés, cerchi altro”. Ho sempre dato nella danza la mia emozionalità. Ci metto sempre la mia anima e le sue le mille contradditorie sfaccettature. Ovviamente traspare questo. Le emozioni vengono a galla, e se arrivano al pubblico è la cosa più bella che può succedere. La mia visione della danza parte dall’interno. Danzare per me è entrare in contatto fisico con la libertà. Se devo eseguire movimenti che non trovano origine dentro di me, non posso farli».

Il suo modo di danzare era già molto moderno. Le è sempre piaciuto sperimentare il nuovo, osare.

«È stato il filo conduttore della mia vita, altrimenti mi sarei annoiata. Ho sempre voluto mettermi alla prova. Quando salgo sul palco dimentico il mondo e respiro uno stato di grazia che fa venire fuori la vera Luciana Savignano. Mi piacciono le sfide però quando vanno oltre, il mio fisico si ribella, se non mi convince mi blocco. È stato il filo conduttore della mia vita, altrimenti mi sarei annoiata. Sono sempre stata una temeraria, una timidissima temeraria. Sa, da piccola mi piacevano le storie dei corsari, avevo la serie completa il corsaro nero, Jolanda la figlia del corsaro nero. Non avrei mai pensato di poter interpretare L’Angelo Azzurro” di  Roland Petit, mi sentivo agli antipodi di Marlene Dietrich. Nella danza viene fuori un lato di me inconsapevole ma evidentemente è ciò che ho dentro altrimenti non uscirebbe in maniera così naturale».

In assoluto l’istantanea più emozionante della sua carriera?

«Mio padre seduto in platea del Teatro alla Scala a guardarmi danzare da prima ballerina il Lago dei Cigni. La danza per antonomasia. Era la prima volta che mi vedeva in tutù e non in calzamaglia. Ero una ballerina ‘vera’ (sorride; un lungo e bellissimo sorriso, NdR)».

Tango di Luna narra la storia di una donna che si avvicina al tango per la prima volta. Il tango che scoperta è stata per lei ?

«È stata una scoperta meravigliosa, non mi ero mai avvicinata a questo tipo di danza. Essendo però curiosa e temeraria per natura, mi sono infilata le scarpe con il giusto tacco e un poco traballante – proprio come nello spettacolo che lei ha visto – ho cominciato a muovere i passi e mi ha subito preso visceralmente. E, anche se sono una persona positiva, la malinconia che emana questo ballo mi appartiene molto. Provi a ballarlo anche lei, è una danza che scioglie le inibizioni, i segreti che non si confesseresti a nessuno. A Milano ci sono diverse milonghe dove imparare il tango argentino».

Il balletto che più le assomiglia?

La luna di Béjart, accompagnata da una straordinaria musica di Bach. Rispecchia esattamente quella che sono. Serenità permeata di malinconia. Mi porgo, al chiaro di luna sul palco, e mi nascondo. Io mi sento così. Una creatura lunare»

La danza più sorprendente?

«È stata sul lungo muso di due delfini sorridenti nelle acque di Cajo Largo, a Cuba, tre anni fa, riuscendo a restare in equilibrio (mi mostra felice la foto sul cellulare. NdR)».

Ama rivedersi nei video?

«Non amo le celebrazioni, né rivangare troppo il passato. Certo, sono stati anni indimenticabili ma non ho nostalgie, ma, come una lumaca con il suo guscio, mi porto dietro tutte le esperienze, i ricordi, gli sguardi delle persone che ho incontrato, le parole che mi sono state dette. Non sono curiosa di vedere come ero. Mi interessa vedere come sono oggi. E voglio ancora sorprendermi di me stessa. E sono ottimista. Non smetto di credere che la vita possa presentarci ogni giorno sorprese». 

Cosa la interessa in questo momento’
«(Risata con fanciullesco candore, NdR) La vita! Riuscire a emozionare ancora le persone. Io ho bisogno di sentire l’anima delle persone che mi circondano, che incontro, ho bisogno di ‘sentire’ persone che hanno emozioni, che hanno positività».

Progetti?

«Non ne faccio mai a lunga scadenza, valuto di volta in volta. Ieri come oggi. Cerco di vivere intensamente il presente e l’attimo, sia nella vita privata che in quella artistica. Fin che faccio cose che mi piacciono e il fisico regge, danzerò ancora, chiaramente il tutto con un calibro oculato ed attento. Ho ancora fortunatamente oggi la possibilità di esibirmi. E sa perché? Ho sempre ascoltato molto il mio corpo e questo è il mio segreto. Per far sì che ti risponda con l’andare del tempo bisogna ascoltarlo, perché ti lancia dei messaggi e se li senti, hai dei vantaggi. Bisogna intelligentemente capire di cosa il corpo ha bisogno in quel momento. E quello che può dare (pausa). Qualche anno fa interpretavo uno spettacolo sul tango che mi faceva entrare dal fondo. Nel buio sentivo bisbigliare: “Quanti anni avrà? Quanto all’età, accetto che il corpo si trasformi. La salute per il momento tiene. Mio marito ha voluto farmi fare un sacco di esami, tutti nella norma».

Luciana, la saluto augurandole Buon Natale

«Anche a lei, l’accompagno».

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

Recensioni
NESSUN COMMENTO

SCRIVI UN COMMENTO