Intervista a Paolo Jannacci, la Milano che piace a me

C’è la morbida luce del sole che filtra dalle finestre e rimbalza sul pianoforte, anche se fuori è freddo. «Non è prevista nebbia. A Milano anche la nebbia è sparita. Non nego che ne sento

C’è la morbida luce del sole che filtra dalle finestre e rimbalza sul pianoforte, anche se fuori è freddo. «Non è prevista nebbia. A Milano anche la nebbia è sparita. Non nego che ne sento la mancanza qualche volta, non spesso, ma qualche volta succede. D’inverno quando è avvolta dalla nebbia, Milano pare incantata. A me la nebbia piace, ha anche un valore spirituale: al riparo dal mondo esterno ti fa incontrare la tua interiorità; nel gran mare piano, grigio senza onde, riemergono ricordi sepolti», ci racconta seduto sul divano Paolo Jannacci. 

È la solita storia, il primo pensiero che si fa quando si parla di Paolo Jannacci è sempre: ah, il figlio di Enzo (musicista geniale oltre che bravo cardiochirurgo, scom- parso il 29 marzo 2013). Vero e anche fisicamente gli assomiglia terribilmente, stesso sorriso un po’ beffardo e un po’ malinconico, stessa voce squillante e un po’ sghemba che aveva il padre alla sua età, parlata veloce… Ma Paolo Jannacci, classe 1972, è un signor artista: pianista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, è con merito considerato uno degli artisti più interessanti del panorama Jazz italiano (si perfeziona musicalmente presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Como). Poi dopo anni in cui si è cimentato con ottimi dischi jazz (speriamo ne faccia ancora), nel 2019 all’età di 47 anni decide di esordire come cantautore con l’album Canterò.

Il tuo rapporto con la città?

«Partiamo da questo presupposto. Il mio rapporto con Milano è stato di amore totalizzante, appassionante. E voglio continuare a volerle bene, almeno un po’. Tutte le volte che ho pensato che forse tra noi qualcosa stava cambiando, la città ha tirato fuori qualche valido motivo per farmi cambiare idea: gli innumerevoli stimoli culturali, l’efficienza innegabile, la meritocrazia legata all’impegno profuso. Per le tante persone che mi ha fatto conoscere e che sono rimaste al mio fianco. E allora dico: ah che bello sono a Milano!».

Milano è insomma una geografia sentimentale?

«Sì, per me, più che agglomerato di strade e palazzi, è una città di persone. Per me i luoghi non hanno importanza se non li identifico come un concentrato di affetti, incontri, relazioni, ricordi. Un luogo non è mai solo “quel” luogo. Prendi San Siro. Non è granché, è solo un posto in cui ero felice. Mi ricorda tante partite memorabili, viste con papà tifosissimo del Milan. Una volta restammo coinvolti in uno scontro tra tifosi. Volavano bottiglie. Noi ci riparammo sotto un’apecar. “Puoi buttare giù un muro – diceva Enzo – ma l’essenza del luogo, l’odore della memoria rimane sempre”».

Nebbia e barbun: la Milano delle canzoni di Enzo Jannacci

«Di sicuro la Milano che cantava Enzo non c’è più, ma sai che ti dico? La povera gente c’è ancora, è soltanto cambiata un po’. C’è ancora gente che dorme in strada, sotto un mucchio di cartoni. Portano “i scarp de tenis” anche quelli che pedalano da una parte all’altra della città per pochi euro».

Che cosa è rimasto della Milano di tuo padre?

«La nostalgia, forse. Era una città che oggi si fatica a riconoscere. Anche quella era una Milano difficile, sarà anche stata più sporca e meno tecnologica, meno ricca ma era più umana. E i poveri cristi delle sue canzoni mantengono sempre la loro dignità, anche quando muoiono sotto i cartoni. In verità, la realtà in costante movimento della città può essere raccontata solo attingendo a quel patrimonio di immagini che viene dal passato».

Enzo e Paolo Jannacci.

Come la trovi negli ultimi tempi?

«Ho l’impressione che Milano fatichi ancora a disegnare per sé un futuro. È urgente invece, mettere a fuoco quali priorità ideali e visioni concrete del vivere vogliamo condividere. Soprattutto dal punto di vista sociale. Non voglio generalizzare, ma c’è tutto un mondo di valori che mi pare un po’ in caduta libera. Le diseguaglianze sono mostruosamente aumentate. Anche le persone mi sembrano più indurite. Ma da un certo punto in poi la narrazione della città è diventata monodimensionale: la moda, il design, i soldi, le belle vetrine, i nuovi quartieri, i nuovi grattacieli. Non è così. Questo non va bene, se si guarda una città la si guarda tutta. Non facciamo finta di non vedere la Milano che soffre».

Cosa non ti va?

«Il degrado dell’educazione. Le auto sui marciapiedi, le scritte dei writer sui palazzi storici, i monopattinisti maleducati che abbandonano i monopattini dove capita. Non mi piacciono quelli che non alzano la testa quando ti salutano. Figuriamoci un bel sorriso. Guardo Milano a volte con smarrimento, ha vuoti di indifferenza e mi accorgo che spesso è usata, abusata da flussi continui di persone senza alcun sentimento di appartenenza al luogo, dell’idea di comunità. La attraversano senza vederla. Senza neanche conoscerla davvero».

Qual è il suono di Milano?

«Lo sferragliare del tram sulle rotaie, è come un ruggito meccanico. Ho sempre amato il tram, come tanti milanesi. Soprattutto i vecchi tram a un solo vagone con le panche di legno. Ho letto di un piano per far diventare i tram silenziosi, con un cuscinetto anti vibrazioni sotto i binari. Che tristezza. Dalla più piccola particella di materia ai più grandi ammassi di galassie, tutto vibra! Tutto suona e risuona istantaneamente e contemporaneamente. La musica è vibrazione!».

Milano ti ispira, musicalmente?

«Il brano Cose semplici è ispirato proprio alla vita frenetica di Milano. Se non hai cose precise da fare, Milano ti manda in sbattimento. Le cose semplici sono diventate complicate. Bisogna riscoprire la bellezza nella semplicità delle piccole cose. Con cui nascono le storie da raccontare».

Una foto ricordo, dove la scatteresti?

«Davanti al portone della casa di viale Romagna in cui ci siamo trasferiti durante la mia adolescenza. È di fatto casa mia, anche se oggi abito vicino alla rotonda della Besana (con Chiara, la moglie, la figlia Allegra nata nel 2008 e il gatto Debussy – NdR). Mi sono familiari ogni mattone o crepa. Una passeggiata che adoro ancora fare è da viale Romagna al Politecnico. È alberata e sembra che si estenda all’infinito. E quando s’alza un poco di vento, corre a spettinare i platani sul lungo viale».

Una golosità irrinunciabile?

«La pizza al trancio allo Strambio sei. Fanno la pizza alta, con un sapore unico quando la mordi. Ci andavo spesso con papà. E poi l’arrosto in crosta uni dei miei piatti preferiti cucinato da mia moglie Chiara».

Un lusso che ti concedi?

«Il Ristorante Boeucc, in piazza Belgioioso, a due passi dal Teatro alla Scala. Qualità, tradizione, eleganza e cortesia. Davvero eccellente la Zuppetta pescatore: l’ha creata Arturo Toscanini, storico frequentatore del ristorante».

Un rifugio dello spirito?

«Sant’Ambrogio. Una basilica capace di commuovermi: la solennità, la semplicità, la purezza delle linee della facciata».

Un luogo insolito da scoprire?

«Sembra un po’ inquietante passeggiare al Cimitero Monumentale, ma è lo spazio scultoreo più bello che abbia mai visto in vita mia. Ci sono veri capolavori architettonici. E improvvisamente ci si arresta. Davanti alle sculture in bronzo di Medardo Rosso o al grande angelo in ceramica azzurra senza testa di Lucio Fontana (Enzo Jannacci riposa al Famedio, il tempio della fama, sotto la cupola blu cobalto, punteggiato di stelle, dove sono sepolti coloro che hanno reso grande Milano – NdR)».

Chi non conosce ancora Milano, dov’è che assolutamente lo porteresti?

«In ordine sparso direi: la galleria del Corso. San Siro, ma solo nelle domeniche rossonere. A vedere la scrofa semilanuta, simbolo di Milano fino all’epoca medievale, nel bassorilievo di marmo di un capitello che sostiene uno degli archi del Palazzo della Ragione in piazza dei Mercanti. In via Broletto con i tram che ti sfiorano per vedere l’effetto che fa (risata). Lo porterei in quel dedalo di stradine che si incrociano come una stella, vicino a piazza Affari, soprannominato le cinque vie: via del Bollo, via Bocchetto, via S. Marta, via S. Maria Fulcorina e via S. Maria Podone, con le strade ciottolate, fra antichi resti romani e gallerie d’arte contemporanea».

Paolino bambino: che immagine ti viene in mente?

«Quando sono nato vivevamo in via Mameli, casa in affitto e il proprietario era Nicola Arigliano. Mi rivedo ai giardinetti di corso Indipendenza con il cappottino nuovo, e cado rovinosamente, proprio vicino alla fontana di Pinocchio, proprio sulla cacca dei cani. Mamma disperata. Poi l’immagine si sposta a quando mi mettevo al piano a battere sui tasti, e papà mi diceva: “Mi raccomando, suona dolcemente…”. Perché è risaputo che i bambini di 4-5 anni riescono a distruggere i pianoforti».

I luoghi delle canzoni di papà Enzo e i murales che lo ricordano

Il primo album è La Milano di Enzo Jannacci, che esce nel ’64. L’ultima fatica è Milano 3-6-2005. Ma in ogni sua canzone si respira sempre un po’ di Milano. “Sta cità ghe lu denter in di occ de quan s’eri un fiulin”, per dirla con parole sue. Enzo Jannacci (nato il 3 giugno 1935) ha imparato a conoscere Milano dalla prospettiva periferica di via Sismondi, a Lambrate (il padre Giuseppe aviatore, lavorava all’aeroporto Forlanini). E l’ha sempre vissuta e raccontata (in dialetto milanese) dal basso: dalla parte degli ultimi. Al monumento simbolo della città nel 1970 ha anche dedicato una canzone: Il Duomo di Milano, che per raggiungerla “ghe veuren dù tram”, ma parla del funerale di un ragazzo. “è pieno d’acqua piovana, ce l’han portata con gli ombrelli e ce l’han portata con i pianti”.

Una passeggiata per Milano con Enzo Jannacci potrebbe cominciare dunque proprio da via Sismondi al 22, angolo piazza Adigrat, dove il cantautore abitava da bambino, e Enzo, assieme ad altri come lui, saltava sui vagoni per rubare munizioni e dove aveva tenuto il suo ambulatorio da medico di base.

E poi c’è l’Ortica, non era lontana da casa Jannacci, dieci minuti a piedi giù per viale Argonne. A renderla famosa fu una canzone scritta con Walter Valdi, quella del famoso palo che “vederci non vedeva un’autobotte”. Così non si accorge che gli passano davanti “un ghisa, tri cariba e un metronotte” che arrestano tutta la banda eccetto lui. Lui “era fisso che scrutava nella notte”. A mezzogiorno è ancora lì ad aspettarli, la gente passa, lo scambia per uno che chiede elemosina, gli dà cento lire e poi se ne va.

Sul stradun, per andare all’Idroscalo, l’era lì”. Cantava così Enzo Jannacci in uno dei suoi brani forse più famosi El Purtava i scarp de tenis del 1964. Ed è intitolata alla memoria di Jannacci la bretella che collega Novegro alla Circonvallazione Idroscalo, ai confini con Linate.

Altra tappa importante il leggendario Derby Club di viale Monterosa 84. Negli anni ‘60 era un locale di musica dal vivo e cabaret. In quel locale, ora occupato dal centro sociale Cantiere, tra divanetti e puff in pelle nera, conobbe molti artisti emergenti dell’epoca, tra cui Cochi e Renato, Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Dario Fo, Giorgio Gaber, con cui iniziò da rocker e tanti altri ancora. “Al tempo studiavo Medicina e dovevo mantenermi agli studi. Suonavo il pianoforte…”, ricordava Enzo.

Milano non dimentica Jannacci. Un anno dopo la morte gli ha dedicato un luogo che più simbolico forse non si può: la Casa dell’accoglienza di viale Ortles 69, che dà un tetto a persone adulte in difficoltà.

E poi le targhe e i murales. La prima targa è in via Lomellina angolo via Sismondi, dove Jannacci è nato. In via Canonica 41 la targa è dedicata a Veronica: ricorda una delle canzoni più famose di Enzo Jannacci, “Veronica, il primo amore di tutta via Canonica”, quella con cui “non c’era il rischio del platonico”.

Nei pressi della stazione di Rogoredo il degradato tunnel pedonale di via Orwell è stato riconvertito in una piccola opera d’arte, con un murale dedicato alla canzone “Andava a Rogoredo”, pubblicata nel suo primo 45 giri. L’ultimo grande murale ispirato a El purtava i scarp de tenis in via Ardigò, all’incrocio con via Forlanini, realizzato dal pittore cubano Denis Ascanio.

Il volto di Enzo è anche sul maxi murale dipinto dagli street artist Ortica noodles, Pao e Ivan Tresoldi, in piazza Cardinal Ferrari. Qui Jannacci è affiancato da altri 12 giganteschi ritratti di milanesi illustri (prima immagine sopra).

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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