Intervista a Silvia Sabrià, general manager di Tick Translation

La nostra rubrica dedicata alle donne di talento supera i confini nazionali e atterra in Spagna. Questa volta a raccontarci la sua storia è Silvia Sabrià, fondatrice e direttrice di TickTranslations®, un’agenzia di traduzioni e

Sílvia-Tick-Translations-01La nostra rubrica dedicata alle donne di talento supera i confini nazionali e atterra in Spagna. Questa volta a raccontarci la sua storia è Silvia Sabrià, fondatrice e direttrice di TickTranslations®, un’agenzia di traduzioni e servizi linguistici che ormai si è ampliata a livello internazionale. Silvia è una donna con un’esperienza passata di marketing, che si è riproposta sul mercato in modo autonomo e coraggioso, una persona positiva e comunicativa, che già dalle prime parole ci fa capire qual è la sua filosofia. «Nella mia vita ho sempre cercato di dare un messaggio di ottimismo», dice Silvia, «ho sempre tentato di trasmettere amore e sincerità, perché viviamo in un mondo dove di cose brutte ce ne sono tante ma soprattutto abbiamo l’abitudine di vedere solo quello che va male. Mi sono resa conto che dare un messaggio positivo è utile e possibile anche da parte di un’imprenditrice. E alla fine risulta anche redditizio».

Com’è nata l’idea di fondare un’agenzia di traduzioni, ossia Tick?
«Per la mia formazione studentesca ero orientata a fare la traduttrice. Poi, per alcuni fatti della vita, ho preso un’altra direzione e ho studiato economia e soprattutto mi sono dedicata al mondo del marketing. Ho così lavorato come responsabile di marketing per grandi aziende. Due sono stati i motivi che mi hanno indotto a cambiare. Prima di tutto il tempo che trascorrevo con mio marito era sempre troppo poco, perché entrambi viaggiavamo molto per lavoro. In secondo luogo, mi sono accorta che una donna a 40 anni sul lavoro è considerata vecchia; arrivavano giovani che mi passavano avanti nonostante lavorassi tanto e avessi molta esperienza. Dovevo sempre difendere la mia posizione. Ho quindi cominciato a sognare e a desiderare di fare qualcosa per me stessa. Perché non lo facevo? Perché avevo paura. Lasciare un lavoro sicuro per qualcosa di proprio era un rischio, però allo stesso tempo mi sono resa conto che dovevo vincere la paura. Quindi sono tornata alle mie origini, le traduzioni. Ho studiato per un anno la situazione del settore, mi sono resa conto che il mercato era favorevole e ho creato Tick».

Ci sono state delle difficoltà?
«Direi di no, non ho avuto difficoltà, piuttosto ho dovuto lavorare tanto e metterci tanto impegno. Non ho trovato porte chiuse, al contrario. Il segreto è stato quello di sognare. Se ti alzi la mattina e pensi che non ce la puoi fare, sicuramente non ce la farai. Bisogna avere un atteggiamento positivo e credere che quello che sogni si realizzerà, senza avere dubbi. Tick è nata su questa base nel gennaio 2011. Oggi abbiamo 700 clienti e rappresentanti in 12 Paesi, tra i quali Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia, Emirati Arabi e Cina. Se all’inizio avessi pensato di non essere capace, non ce l’avrei fatta. Nella vita non ci sono difficoltà, ci sono sfide. Bisogna affrontarle con tanta voglia, positività e credere in se stessi».

In questa tua esperienza, tu parli di rapporti affettuosi e sinceri. Cosa vuol dire questo in un’azienda?
«Ti do qualche esempio. In Tick gli impiegati non lavorano il giorno del loro compleanno. Ognuno di loro ha una scatola dei sogni, nella quale scrive i propri desideri che l’azienda, se può, soddisfa. Inoltre, tutte le persone che lavorano in Tick hanno orari diversi: ci sono mamme con i bambini e altri con differenti esigenze. Per certi versi questo modo di fare tra virgolette è egoistico, dato che tratto gli altri come vorrei che gli altri trattassero me».

Il fatto di essere una donna ti ha dato una sensibilità maggiore verso l’ambiente che hai creato?
«Sì, credo proprio di sì. È anche vero che sono una persona di indole sensibile. Il fatto di essere donna sicuramente mi ha aiutato, così come mi ha aiutato ciò che ho vissuto direttamente nel corso della mia esperienza di vita».

La condizione di donna e moglie ha influito sulla tua scelta? Ad esempio, perché sei stata tu a cambiare lavoro e non tuo marito?
«Bella domanda. In realtà Tick è un progetto comune, realizzato da me perché forse ero più pronta di lui. Ma c’è anche un fatto economico: il suo stipendio era più alto del mio».

Quindi anche in Spagna gli stipendi delle donne, a parità di livello, sono più bassi?
«Sì, in genere sono più bassi».

Sei d’accordo sul fatto che un’azienda funzioni meglio se c’è un mix equilibrato tra uomini e donne?
«Sicuramente sì. La donna apporta una cosa molto importante: il senso pratico. Gli uomini ne hanno meno. Sappiamo riconoscere le priorità e trovare soluzioni veloci. Abbiamo anche una maggior capacità di mediazione nei rapporti interpersonali, mentre gli uomini hanno capacità di visione globale. C’è anche un aspetto importante e che va oltre il fatto aziendale: non stiamo gestendo molto bene il nostro pianeta. So che da sola non posso cambiare il mondo, ma nel mio piccolo posso sicuramente fare molto. È ora che le donne comincino a farsi carico di questa responsabilità. Avevano lasciato tutto in mano agli uomini ed è giunto il momento in cui dicano la loro sull’economia, l’ecologia, i rapporti tra le persone e i popoli».

Ci sono molte donne in Tick?
«Sì, sono in prevalenza, però è frutto del caso. Quando facciamo una selezione del personale non guardiamo a questo aspetto e non facciamo discriminazioni».

Hai cercato di creare in Tick un ambiente piacevole e gradevole. Come sono i rapporti con i clienti, con gli altri traduttori e con i colleghi uomini?
«Il segreto di tutto è comunicare, parlare. La cosa più importante per fare felice la gente – mi riferisco a impiegati, clienti e fornitori – è capire che bisogni hanno. Se ci sono un problema o un’incomprensione, bisogna parlarne, andare a fondo. I nostri clienti sono contenti di noi perché percepiscono di avere a che fare con delle persone, senza essere considerati alla stregua di numeri. E che non li valutiamo in base al fatturato che ci danno. Abbiamo rapporti diretti e personali con loro e capiscono che siamo pronti a venire incontro alle loro esigenze. Basta chiedere. Lavoriamo tutti per uno stesso obiettivo, la qualità e la conseguente soddisfazione del cliente».

C’è una frase motivazionale che è rappresentativa dell’azienda?
«Sì, ed è davvero motivazionale. La frase è: “la nostra squadra fa la differenza”. Siamo una squadra perché tra impiegati interni e traduttori esterni lavoriamo e collaboriamo tutti insieme per uno stesso progetto e ci aiutiamo a vicenda. Mi sono resa conto che ogni azienda ha un’anima, la gente che ci lavora. Senza le persone che ci lavorano Tick non esisterebbe. Per questo sento che siamo speciali. Il lavoro di squadra è quello che ci permette di progredire professionalmente e anche a livello umano. Non so dire se questa visione è legata al fatto che sono donna, sicuramente è una cosa che sento mia ed è un’esigenza che sicuramente non è solo mia ma di tutti. Perché tutti abbiamo bisogno di un ambiente sereno».

Nadia Mondi

Elisa Paci, 24 anni, laureata in Comunicazione e Società (Scienze Politiche), blogger e fotografa, ha uno spirito internazionalista, che la porta a viaggare a Milano e nel mondo, in aiuto di chi non ce la fa, siano persone, interi popoli o piccole redazioni digitali. Per lei il reaggae è il massimo.

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