Intervista al regista Francesco Frongia – Teatro, memoria e futuro nelle sperimentazioni con i nuovi media

Il teatro sta vivendo momenti particolarmente difficili. Ora la chiusura dovuta alla seconda ondata pandemica sta mettendo a dura prova anche strutture storiche e consolidate come il Teatro Elfo Puccini di Milano. Ma questo non

Il teatro sta vivendo momenti particolarmente difficili. Ora la chiusura dovuta alla seconda ondata pandemica sta mettendo a dura prova anche strutture storiche e consolidate come il Teatro Elfo Puccini di Milano. Ma questo non ferma gli artisti che, pur nelle difficoltà del momento, non smettono di progettare e cercare nuovi percorsi. Nulla può sostituire l’esperienza live del teatro, che non è solo spettacolo, ma ritualità collettiva, occasione di incontro e confronto culturale. All’Elfo non è da oggi che si sperimentano soluzioni che consentano di avvicinarsi al teatro mediante la conoscenza dei percorsi che portano alle scelte artistiche. Quindi anche i video e il web possono aiutarci a capire cosa ha portato alla nascita di uno spettacolo, seguirne la crescita durante le prove, interloquire direttamente con gli artisti.

Francesco Frongia (nella foto), regista e visual artist, socio e membro storico del Teatro dell’Elfo, è il componente forse maggiormente visual del Gruppo; ha una lunga esperienza come videomaker e ha firmato per l’Elfo, spesso in coppia con Ferdinando Bruni, spettacoli che mescolavano, con grande efficacia, videoproiezioni e cartoon all’azione scenica. Lo incontriamo mentre sul palcoscenico della Sala Shakespeare di corso Buenos Aires si stanno smontando le scenografie dello spettacolo Diplomazia, del quale ha firmato la regia insieme a Elio De Capitani.

Diplomazia doveva restare in scena oltre cinque settimane, fino al 22 novembre, ma dopo il debutto del 16 ottobre siamo riusciti a fare solo poche repliche prima di essere costretti a chiudere nuovamente l’attività…

Un brutto colpo per un teatro che, pur parzialmente sostenuto dai contributi pubblici, vive soprattutto della propria attività, riuscendo a portare ogni anno circa 150mila spettatori paganti nelle tre sale su cui è articolato.

«Purtroppo sì. Tra l’altro questo spettacolo doveva già debuttare la scorsa stagione, ma abbiamo dovuto sospenderlo a causa della pandemia. Ed ora che avevamo predisposto un protocollo rigidissimo per il pubblico, con drastica riduzione del numero di posti disponibili, distanziamento, ricambio dell’aria continuo in sala, questo secondo stop ci mette a dura prova. Anche le prospettive così incerte per il futuro non ci lasciano tranquilli: il teatro è abituato all’incertezza, ma le attuali incognite e l’alternanza di segnali sono veramente faticosi».

Eppure siete riusciti, approfittando della chiusura, a completare le riprese televisive dello spettacolo, pur senza la presenza del pubblico, ma proprio grazie a questo con la possibilità di avere un lavoro televisivamente più accurato.

«Storicamente l’Elfo si è sempre impegnato a tenere memoria delle sue produzioni; il più delle volte, come in questo caso, investendo di suo nella produzione delle riprese. Questo ci consente di avere un importante archivio. Nulla però può sostituire lo spettacolo dal vivo: il teatro non è solo rappresentazione, ma è anima, identità delle persone, è un affidarsi all’attore che consente al pubblico di vivere altri mondi. La fisicità non è solo quella del palcoscenico, ma il respiro collettivo del pubblico, gli applausi, il silenzio che sa essere così tangibile in teatro. L’odore della scena».

Una dimensione nella quale le percezioni del corpo giocano un ruolo primario.   

«Mi ricordo quando abbiamo messo in scena Rosso, con Ferdinando Bruni, uno spettacolo ispirato all’artista statunitense Mark Rothko e alle sue opere: in tutta la sala permanevano gli odori dei colori e delle vernici che Ferdinando usava in scena; non era la rappresentazione di una bottega d’arte, ma quella era essa stessa la bottega».

Quindi il rapporto tra il teatro e le forme di riproducibilità dell’arte non può che essere accessorio: riprendiamo il teatro solo per conservarne la memoria?

«Questo è un aspetto molto importante; non dimentichiamo che se non esistessero le versioni televisive di tante commedie di Eduardo De Filippo, tanto per citare uno dei più importanti uomini di teatro del ‘900 italiano, il pubblico più giovane non potrebbe conoscerlo e apprezzarlo come abbiamo fatto noi che abbiamo avuto l’opportunità di vederlo a teatro. E questo vale per tanti altri autori e attori. Il pregio di quelle riprese viene dal fatto che sono state realizzate su messe in scena ad hoc per la televisione, non sono semplicemente la registrazione dello spettacolo come viene presentato in palcoscenico; quest’ultima è una soluzione adottata da più emittenti, ma non è detto che faccia sempre un buon servizio allo spettacolo».

Quindi la Rai, la televisione pubblica di allora, possiamo dire abbia ben adempiuto al suo ruolo di servizio pubblico?

«In questo senso sì».

In questi mesi, da quando è iniziata la pandemia costringendo i teatri a chiudere, ci sono state diverse iniziative per la diffusione online in diretta streaming o registrata di spettacoli teatrali. Cosa ne pensa?

«Qualsiasi iniziativa a sostegno del teatro è apprezzabile, ma bisogna riconoscere che la fruizione di uno spettacolo online è comunque riduttiva, come dicevamo. La rete inoltre ha modalità di fruizione radicalmente diverse e sarebbe più appropriato realizzare prodotti pensati per quei ritmi e quelle possibilità. C’è ancora molto da sperimentare. L’aspetto sicuramente più interessante è dato dalle possibilità di interazione che la rete e i social offrono e che, in questo senso, sono più vicini alla naturale interattività live del teatro. Noi dell’Elfo, proprio in questi mesi, abbiamo fatto alcuni esperimenti. Penso per esempio alla versione online dello spettacolo La lingua langue, che già fu un successo, soprattutto con i giovani, e che offre naturalmente delle occasioni di interazione con il pubblico: il protagonista è un improbabile professore, che si dibatte e combatte con le difficoltà dell’insegnamento della nostra lingua, rivolgendo al pubblico domande in una sorta di interrogazione di gruppo. Domande, che vengono riproposte a chi si collega online. Oppure penso al corto che abbiamo dedicato al Teatro di Porta Romana, che fu parte della nostra storia, poi demolito e troppo presto dimenticato dai milanesi (a questo link “Vivere senza malinconia” il ricordo del Teatro di Porta Romano, nelle parole di attori e registi che lo frequentarono)».

Quindi il teatro non si ferma?

«Non possiamo fermarci, continuiamo a sperimentare e intanto portiamo avanti le prove degli spettacoli che abbiamo programmato per questa e le prossime stagioni. Abbiamo fiducia che le porte dell’Elfo Puccini possano presto tornare ad aprirsi al nostro pubblico, insieme a quelle di tutti i teatri del mondo».

Photo credits Laila Pozzo

 

Giornalista professionista, direttore creativo; si occupa di comunicazione d’impresa e comunicazione sociale. È un esperto di information design. Nel suo passato, una lunga carriera in teatro, come attore, organizzatore e direttore artistico. Nel suo futuro, un libro, di racconti: “Ne ho iniziati tanti – dice – questo lo finisco di sicuro”.

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