Strasburgo: l’Italia deve riconoscere i diritti delle coppie omosessuali. Marilisa D’Amico vince il ricorso alla Corte europea

Oggi, 21 luglio, nella giornata in cui la Corte europea dei diritti umani ha sentenziato che l’Italia deve dare il riconoscimento legale alle coppie dello stesso sesso, riproponiamo l’intervista fatta da questo giornale alla professoressa

Il corteo in corso Buenos Aires  (Foto Omnimilano)

Oggi, 21 luglio, nella giornata in cui la Corte europea dei diritti umani ha sentenziato che l’Italia deve dare il riconoscimento legale alle coppie dello stesso sesso, riproponiamo l’intervista fatta da questo giornale alla professoressa Marilisa D’Amico, che ha patrocinato il ricorso di due coppie gay a Strasburgo.

Questa la dichiarazioni via Facebook della professoressa, ora a New York per studi.

«Ho appena finito di leggere la “nostra” sentenza. Intanto un pensiero a Gianmario e Riccardo; a Roberto e Riccardo e un “grazie” per averci creduto e per essersi messi in gioco per un mondo migliore per tutti noi.
Penso alle nostre giornate a ragionare, discutere, selezionare gli argomenti, e all’impostazione della linea difensiva dovuta soprattutto, dobbiamo dirlo, all’intelligenza e conoscenza di Cesare Pitea.
La sentenza dice molto di più di quanto mi sarei aspettata: condanna radicalmente il principio, sostenuto dal Governo (non questo), che una legge sulle unioni omosessuali sarebbe un pericolo per i valori tradizionali e comunque non sarebbe voluta dalla società italiana.
Secondo la Corte europea, l’Italia è pronta, i giudici hanno fatto il loro dovere, ora spetta al legislatore approvare una disciplina, senza ulteriori indugi.
E’ una decisione che afferma nettamente che il margine di apprezzamento di ogni Stato europeo deve rispettare uno standard minimo, che in Italia è stato violato. L’Europa si deve fondare su un minimo comune denominatore anche rispetto ai diritti fondamentali».

L’INTERVISTA

Intervista a Marilisa D’Amico. Unioni civili: «È dal 2010 che il Parlamento deve legiferare»

Il 22 maggio si è tenuto in Irlanda un referendum in cui la popolazione è stata chiamata a dirsi favorevole o contraria ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Il risultato è stato inatteso. Il 62,1% dei votanti ha detto “ Sì”. La cattolicissima nazione del Nord-Europa ha compiuto un gran passo in avanti e, in maniera ancora più inconsueta, tramite espressione popolare.

Ma in Italia sarà mai possibile tutto questo? Abbiamo cercato di fare chiarezza su questi temi e ne abbiamo parlato in un lungo colloquio con Marilisa D’ Amico, tra l’altro docente ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università Statale di Milano, che da anni si occupa della tutela dei diritti fondamentali delle persone.

Professoressa D’Amico, esiste nel nostro ordinamento un articolo nel quale si specifica cosa sia la famiglia e da chi è composta o tra chi può essere contratto il matrimonio?
«La nostra Costituzione, definendo la famiglia quale “società naturale fondata sul matrimonio” al primo comma dell’art. 29, si astiene dal precisare l’orientamento sessuale dei contraenti il vincolo e, allo stesso tempo, sancisce al primo comma dell’art. 3 della Costituzione il principio di eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. È, invece, il Codice civile, nell’ambito delle norme che disciplinano l’istituto del matrimonio, a esplicitare che esso presuppone la diversità di sesso dei nubendi. Non è, tuttavia, rintracciabile una definizione normativa univoca di che cosa sia “famiglia”. La Corte costituzionale, cui sola compete l’interpretazione dei principi costituzionali, ha chiarito nel 2010 che questa nozione non può considerarsi “cristallizzata” nel tempo, piuttosto ha ricordato quanto sia necessario offrire un’interpretazione capace di porsi a tutti gli effetti quale specchio delle trasformazioni della società».

Cosa prevedono i principi europei in termini di diritto di famiglia e diritto a sposarsi ed in che rapporto stanno le decisioni europee con le normative nazionali?
«Innanzitutto, mi lasci dire che nel quadro europeo tutto questo assume una prospettiva più chiara. Infatti, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea in tema di diritto di sposarsi e di formare una famiglia esclude qualsiasi riferimento all’orientamento sessuale dei componenti e, nello stesso senso, è stato interpretato l’art. 12 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Anche le più recenti pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo – Shalk&Kopf c. Austria (2010), Vallianatos e altri c. Grecia (2014) – hanno contribuito in modo importante all’interpretazione del diritto al matrimonio quale diritto riferibile anche a due persone dello stesso sesso».

Si tratta di decisioni vincolanti?
«L’Unione Europea non impone l’adozione da parte degli Stati membri di normative uniformi in tema di tutela dei diritti. Dunque, per quanto riguarda il caso italiano, dato l’art.117 della nostra Carta, che impone l’obbligo – interpretato, però, dalla stessa Corte costituzionale sin dal 2007 come onere – al legislatore di conformarsi ai principi della Corte europea dei diritti dell’uomo, spetterà alla Corte costituzionale, in presenza di un contrasto tra una norma del diritto interno e la giurisprudenza della Corte europea, ricomporre il conflitto».

MilanoPrideDi qualche mese fa è il caso della registrazione dei matrimoni conclusi all’estero da persone dello stesso sesso. In che modo si possono interpretare questi atti dal punto di vista giuridico?
«La qualificazione giuridica dei matrimoni, ma anche delle civil partnerships conclusi all’estero, dal punto di vista civilistico è stata chiarita dalla decisione della Suprema Corte di Cassazione che ha fatto ricorso alla categoria dell’inefficacia, ossia dell’inesistenza di loro effetti entro l’ordinamento nazionale. Perciò, da un punto di vista strettamente tecnico-giuridico, le trascrizioni entro i registri dello Stato civile operate dai Sindaci sono passibili di annullamento da parte del giudice civile, come, peraltro, ha di recente anche precisato il Tar Lazio».

E quindi si può dire che i sindaci hanno abusato del loro potere?
«No, in quanto ciò appena detto non esclude che, nell’ambito delle loro competenze, i Comuni possano anche decidere di far dipendere dall’iscrizione entro il Registro delle Unioni Civili – che è altro rispetto al registro dello Stato civile – alcuni diritti che opereranno limitatamente al territorio comunale di residenza e alle competenze costituzionalmente attribuite all’ente locale».

Intanto, è fermo da molto tempo in Commissione Giustizia al Senato, il ddl Cirinnà. Secondo lei quanto si dovrà ancora aspettare prima di vederne l’approvazione?
«È difficile pronosticare i tempi dei lavori parlamentari. Quello che, però, mi sembra chiaro è che l’ostruzionismo dei gruppi parlamentari di opposizione a cui stiamo assistendo in queste settimane, attraverso la presentazione in Commissione Giustizia di un numero elevatissimo di emendamenti, non agevolerà la celere approvazione del testo sia in Commissione sia, successivamente, in Parlamento».

Come si è pronunciata la Corte costituzionale in materia di unioni civili?
«La Corte costituzionale nel 2010, con la decisione n. 138, ha rivolto un monito molto forte al legislatore, affinché intervenisse tempestivamente nella regolamentazione delle unioni non matrimoniali tra persone dello stesso sesso. Un monito analogo è stato ribadito, a distanza di 4 anni. Ma almeno sinora, anch’ esso è rimasto inascoltato».

Il Ddl Cirinnà permetterà, come dice qualcuno, la cosiddetta pratica dell’“utero in affitto”?
«No. La pratica della maternità surrogata è vietata espressamente in Italia a norma dell’art. 12, comma 6, della legge n. 40 del 2004 in materia di procreazione medicalmente assistita. Il Ddl Cirinnà non interviene in materia».

In Italia le persone single possono accedere a pratiche di adozione?
«In linea generale, semplificando al massimo, la normativa riserva alle sole coppie eterosessuali coniugate il diritto di avere accesso alla procedura di valutazione dell’idoneità finalizzata all’adozione legittimante del minore. La legge, tuttavia, consente in alcuni casi eccezionali anche l’adozione da parte del single, che riguardano colui che sia legato al minore da un vincolo di parentela sino al sesto grado o da preesistente rapporto stabile e duraturo e che agiscono qualora il minore sia rimasto orfano, oppure per favorire l’adozione del figlio del proprio coniuge».

Infine, può dirci brevemente di cosa tratta la legge sull’omofobia ed in particolare come mai è ferma al Senato da tempo?
«La proposta di legge è stata approvata nel settembre del 2013 alla Camera dei Deputati ed è attualmente in esame al Senato. Tale proposta prevede l’inserimento tra le condotte di istigazione e associazione finalizzata alla discriminazione o all’odio, anche quelle a sfondo omofobico e transfobico. Nonché, l’estensione ai reati motivati da ragioni omofobiche o transfobiche della circostanza aggravante della pena. La principale obiezione muove dalla ritenuta lesione del principio di eguaglianza inteso in senso formale operata dalla norma che prevede la criminalizzazione di condotte di tipo omofobico o transfobico e l’aumento di pena. Viceversa, io ritengo che la tutela dei più esposti ad atti di violenza, dei più deboli, costituisca espressione di quel compito che il secondo comma della Costituzione all’art. 3 affida alla Repubblica: un’eguaglianza, dunque, che ammette trattamenti differenziati per riequilibrare le posizioni di svantaggio. Sotto questo profilo, non vi è dubbio che l’orientamento sessuale continua a rappresentare nella nostra società un elemento di debolezza dell’individuo su cui si incardina una condizione di discriminazione che è compito innanzitutto del legislatore rimuovere».

Lasciamo lo studio della professoressa D’Amico. Nel frattempo, una parte dell’Italia è scesa in piazza in difesa della famiglia “tradizionale”. Mentre, un’altra parte ha sfilato per le strade di Milano durante il Gay Pride. Oltreoceano la comunità Lgbt ha festeggiato per la sentenza della Corte Suprema americana che ha legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso in tutti i 50 Stati nordamericani. Un arcobaleno carico di colori potrebbe apparire anche sul nostro stivale. Ma, per adesso, sembra non riuscire a superare l’Atlantico. La comunità Lgbt italiana continua ad attendere, a sperare ma soprattutto a lottare per i propri diritti, negati.

Oreste Sorace

Chi è Marilisa D’Amico

Marilisa D’Amico, allieva del professor Valerio Onida (giudice costituzionale dal 1996 al 2005), è stata tra i primi esperti italiani di Diritto costituzionale a valorizzare gli studi delle tematiche in tema di pari opportunità e discriminazioni di genere, contribuendo anche con numerosi volumi e saggi in materia. Attualmente è vicepresidente del Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa. Ricopre inoltre l’incarico di professore ordinario di Diritto costituzionale, presso il Dipartimento di Diritto pubblico Italiano e Sovranazionale della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano. È coordinatore della Sezione di Diritto costituzionale presso il Dipartimento di Diritto pubblico Italiano e Sovranazionale ed è stata presidente del Comitato Pari Opportunità. Ricopre inoltre il ruolo di coordinatrice scientifica di un Corso di perfezionamento in Pari Opportunità e discriminazioni, di uno in Donne e Corporate Governance, nonché del corso “Donne, politica e istituzioni”, attivati presso l’Università degli Studi di Milano. Fino al mese di settembre del 2013 è stata delegata del Rettore dell’Università degli Studi di Milano per la disabilità e l’handicap.

Cosa prevede il Ddl Cirinnà

Il Ddl sulla regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e la disciplina delle convivenze, il cosiddetto “Ddl Cirinnà”- per nome del suo relatore al Senato – è fermo a Palazzo Madama da circa due anni e viene costantemente posticipato l’esame dell’aula, dato il mancato accordo all’interno della maggioranza di governo e l’ostruzionismo dell’opposizione. Ma cosa è stato messo sul piatto della bilancia? Eccolo nel dettaglio. Il testo “avvicina” le unioni gay al matrimonio e queste vengono introdotte nel Codice civile. L’unione si sottoscrive di fronte ad un ufficiale di Stato civile, alla presenza di due testimoni e viene iscritta in un registro comunale. È certificata da un documento che attesti la sua costituzione ed, inoltre, si può scegliere uno dei due cognomi o decidere di adottare entrambi i cognomi. La proposta estende la cosiddetta step child adoption, ossia l’adozione del bambino che vive in una coppia dello stesso sesso, ma che è figlio biologico di uno solo dei due, prevista già dall’articolo 44 della legge sulle adozioni per le coppie eterosessuali. L’unione civile non potrà essere realizzata se una delle parti: è ancora sposata; è un minore, salvo autorizzazione; ha un’interdizione per infermità mentale; ha un legame di parentela; è stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra parte.Per quanto riguarda diritti e doveri reciproci, figli, residenza, concorso negli oneri, abusi familiari, interdizione, scioglimento dell’unione, nel testo si applicano gli articoli del Codice civile. Infine, il testo riconosce alla coppia diritti di assistenza sanitaria, carceraria, unione o separazione dei beni, subentro nel contratto d’affitto, reversibilità della pensione e i doveri previsti per le coppie sposate. È davvero un carico così elevato?

O. S.

(luglio 2015)

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

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