Intervista allo scrittore Paolo Melissi: «La storia non è altro che pettegolezzo, diceva Oscar Wilde. E quella di Milano non fa eccezione»

Non si può certo dire che manchino libri su Milano. Ognuno ne racconta un aspetto, un’anima, una propria personale versione. Paolo Melissi ripercorre la storia della città scegliendo una strada assolutamente originale, quella del pettegolezzo.

Non si può certo dire che manchino libri su Milano. Ognuno ne racconta un aspetto, un’anima, una propria personale versione. Paolo Melissi ripercorre la storia della città scegliendo una strada assolutamente originale, quella del pettegolezzo. Accanto alla Storia ufficiale ne scorre un’altra, fatta di leggende, racconti popolari, pettegolezzi appunto, aneddoti poco conosciuti ed è quella che l’autore fa rivivere nelle pagine del suo libro di recente uscita Storia pettegola di Milano (Newton Compton, 12 euro, 253 pagine).

Ogni capitolo è dedicato a un’epoca storica. Dalla Milano dei Visconti a quella dei secoli dei Lumi e dei cicisbei, per arrivare a quella dei caffè e dei salotti letterari nella Milano ottocentesca, fino alla Milano del primo Novecento. E allo scandalo a luci rosse dei pompieri che si prostituivano presso la caserma di Porta Garibaldi con alcuni gentiluomini dell’alta società milanese (marzo 1909). 

Di storie ce ne sono dunque davvero tante. Mi limiterò a qualche cenno, che spero stuzzicante per i lettori, perché questo è un libro da gustare, pettegolezzo dopo pettegolezzo. Leggendolo ho scoperto ad esempio Giulia Samojlova, di cui Melissi traccia un ritratto godibilissimo.

Il suo nome vi dice qualcosa? Era un’affascinante contessa russa. Alta, formosa, sensuale, dagli occhi verdi. Cresciuta nella corte di Pietroburgo, rimasta vedova dopo pochi anni di matrimonio, e dopo un’intensa passione con lo zar Nicola, arriva a Milano venticinquenne nella primavera 1828. Della stravagante contessa si era sempre pronti a parlar male nei salotti: per il lusso sfrenato, gli sprechi, gli eccessi, per le sue carrozze, i suoi cani, pappagalli, per le sue molte passioni amorose (tra cui si annoverano i musicisti Vincenzo Bellini e Giovanni Pacini).

“Polledra ardente delle steppe algenti”, così veniva definita dal conte Andrea Maffei. Molto chiacchierata alle spalle (anche se godeva reputazione di donna generosa, era invisa ai Milanesi, per le sue idee filoaustriache), ma ai suoi inviti pochi sapevano dire di no. 

Leggendario il ballo in maschera del 9 maggio 1832 da lei organizzato nel suo palazzo al civico 1531 (che è il numero 20 dell’odierna via Borgonuovo), con circa un migliaio di ospiti che si protrasse per tre giorni e tre notti al suono ininterrotto di orchestre nascoste fra gli alberi del parco e del giardino arredato con tappeti orientali. Divenne anche molto chiacchierata per la sua abitudine di fare ogni giorno un bagno di bellezza nel latte come la romana Poppea. Latte che poi, narrano le leggende, un suo servitore rivendeva – a insaputa di Giulia ma tutta Milano lo sapeva – al Caffè delle Antille e persino allʼaristocratico Caffè Cova, dove veniva trasformato in sorbetti alla panna.

La contessa russa Giulia Samojlova, ritratta nel dipinto di Benoît Charles Mitoire.

Paolo Melissi, come la gran parte dei “veri milanesi”, non è di Milano: nato a Napoli, vive e lavora a Milano dal 1995. Giornalista, direttore della rivista Satisfacion versione on line. Ha già pubblicato Milano che nessuno conosce sempre per la Newton Compton, Milano senza vie di mezzo (Pendragon 2010) Milano Metro (Historica edizioni, 2010). Fra le tante cose che fa, organizza anche Passeggiate d’Autore, un’iniziativa avviata nel 2011, esplorazioni urbane affidate a scrittori, poeti, giornalisti e studiosi.

Come nasce l’idea del libro?

«Dal desiderio di raccontare la Milano di ieri per comprendere il presente di una città in continua trasformazione. Pensando a chi passeggia col naso per aria e gli occhi fissi sui palazzi, e si chiede quante vite li avranno attraversati nel tempo».

Perché il pettegolezzo?

«I milanesi spesso ignorano la storia della città, per questo nel mio libro ho cercato di riportarla all’attenzione, raccontando anche quei fatti minori che oggi chiameremmo “gossip”. In ogni pettegolezzo si nasconde un fondo di verità? Probabile. E comunque l’origine del pettegolezzo si basa verosimilmente sul nostro insaziabile bisogno di curiosare, di spiare attraverso il buco della serratura, la vita personale degli altri. Di sicuro è la pratica più universale, da sempre esistita. Spettegolare è divertente. Lo sanno bene le riviste di settore e i siti di gossip che anche oggi vivono su dicerie che riguardano vip veri o presunti. La storia non è altro che pettegolezzo, diceva Oscar Wilde. E quella di Milano non fa eccezione. Tra le pieghe degli eventi ufficiali si nasconde una miriade di aneddoti e leggende che accompagnano il corso dei fatti più noti, arricchendoli e che, tramandati nei secoli, sono diventati “mitici”. Tutti da scoprire. Se proviamo a mettere insieme la storia ufficiale e le chiacchiere da salotto, le dicerie popolari, la visione d’insieme è sempre sbalorditiva».

Le tue fonti?
«Ho letto biografie, libri di memorie, saggi storici, archivi pubblici e privati, rovistato tra le cronache milanesi del tempo, tutto poteva essere utile. Nonostante questo lavoro di ricostruzione storica, però, ho cercato di non perdere lo spirito iniziale, quello appunto di un racconto pettegolo tra amici».

La Saga dei Visconti, la famiglia ducale che fece grande Milano tra il Tardo Medioevo e il Rinascimento, è un appassionante racconto fra lotte di potere, congiure di palazzo, matrimoni infelici, adultere decapitate, figli illegittimi, avvelenamenti sospetti, che tengono incollati alla lettura. Un personaggio fra tutti che ha suscitato l’attenzione, la fantasia e il timore dei suoi sudditi?

«Forse il terribile Bernabò, signore di Milano dal 1350 al 1385 . Venne soprannominato il Diavolo (nell’immagine in alto, il monumento equestre che lo rappresenta con sarcofago, custodito al Castello Sforzesco – NdR). Pare possedesse cinquemila feroci mastini, che lasciava circolare liberi per la città. Bernabò viveva tra la rocchetta di porta Romana e il palazzo detto La ca’ di can, la casa dei cani, vicino alla chiesa di San Giovanni in Conca, di cui resta un rudere in piazza Missori.

L’altra passione del Signore erano le donne. Bernabò aveva sposato la nobildonna veronese Beatrice Regina Della Scala, alla quale dobbiamo il nome del nostro maggior teatro. Infatti Beatrice fece costruire la chiesa di Santa Maria alla Scala, che fu demolita nel Settecento per realizzare il tempio della lirica. Da lei ebbe diciassette figli… ma molti di più furono quelli naturali, tanto che si diceva “de chi e de là del Po tôt fioi del Bernabò”.

Da una di queste amanti ebbe una figlia Bernarda (e forse oggetto di un interesse non solo paterno da parte di Bernabò); fu fatta sposare a quattordici anni con un nobile signorotto. Non fu un matrimonio felice e la ragazza fu scoperta, però, tra le braccia di un certo Antoniol. Bernabò, accecato dall’ira fece impiccare lui e incarcerare, dopo tortura, la figlia, lasciandola morire di fame in una delle torri che formavano la Rocchetta di Porta Nuova (dove oggi ci sono gli archi di piazza Cavour, all’imbocco di via Manzoni).

Fine della tragica storia di Bernarda? Assolutamente no! La leggenda nera inizia ora. Qualche mese dopo la sua morte, la ragazza venne vista in diverse zone di Milano e in altre città, tra le quali Bologna e Firenze. Bernabò, sconvolto da queste notizie a dir poco inquietanti, fece riesumare il corpo di Bernarda, per accertarsi della sua morte. Si dice che qualche volta Bernarda esca ancora per le strade di Milano e passeggi per Santa Radegonda e Porta Romana. Bernabò morì il 19 dicembre 1385, probabilmente ucciso da una scodella di fagioli avvelenati, su ordine del nipote Gian Galeazzo».

Carolina di Brunswick, principessa di Galles, nel dipinto di Sir Thomas Lawrence.

Uno scandalo di cui chiacchierò a lungo la Milano pettegola nell’Ottocento?

«Quando Carolina di Brunswick, principessa di Galles, moglie del futuro erede al trono Giorgio IV, arriva a Milano nel 1814 con la sua corte, in volontario esilio, assume come servitore tuttofare Bartolomeo Pergami, un ex sottoufficiale cacciato dall’esercito austriaco, a ragione dell’uccisione in duello di un superiore, 16 anni più giovane di lei, alto, moro, atletico, sposato e separato con figlia.

Pergami è molto ligio al suo dovere di seguire la futura Regina, talmente ligio che la segue anche in camera da letto. E inevitabili si diffusero i pettegolezzi (e le vignette) circa la loro relazione. Il poeta dialettale milanese Carlo Porta scrisse al riguardo quattro sonetti satirici, piuttosto salaci, storpiando al Pergami pure il cognome: “Ma el Bergom saravel ricch, saravel cavalier, se non gh’avess avuu quel tocch d’usell?”». 

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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