INTERVISTA – La Milano di Giorgio Strehler. La scrittrice Cristina Battocletti ci guida nel mondo del grande regista


«Il triestino Giorgio Strehler rimane attaccato alla sua città natale come a un cordone ombelicale, ma a ben guardare, è Milano la città più importante della sua vita», racconta Cristina Battocletti, giornalista, scrittrice, critica cinematografica

«Il triestino Giorgio Strehler rimane attaccato alla sua città natale come a un cordone ombelicale, ma a ben guardare, è Milano la città più importante della sua vita», racconta Cristina Battocletti, giornalista, scrittrice, critica cinematografica della Domenica del Sole 24 ore, autrice per La nave di Teseo de Il ragazzo di Trieste. Vita, morte e miracoli”, che arriva in libreria in occasione del centenario della nascita del più grande regista del Novecento, come l’aveva ribattezzato le Monde, il regista che ha dato al Piccolo Teatro di Milano una notorietà mondiale.
Con l’autrice, abbiamo ripercorso la vita personale e artistica del leggendario regista attraverso i luoghi strehleriani più iconici. 

Prima di tutto: il rapporto di Strehler con Milano?
«Provava per la città un senso di gratitudine. Strehler amava la città che lo aveva accolto e le era fedele. Certo d’estate la città era calda e gli mancava il mare, il suo elemento rigeneratore e che rappresentava il ricordo di una lontana serenità per sempre perduta. Milano è stata la sua vera città, e da cui non si staccherà mai, nemmeno quando riceverà l’invito prestigioso di dirigere il Berliner Ensemble, o di allestire La trilogia della villeggiatura a Londra con Laurence Olivier. Di Milano amava la sua laboriosità. “A Milano si laùra”, diceva. Era la Milano della crescita, dello sviluppo, di un socialismo vero e non ancora contaminato dalle tangenti, della poesia e dell’arte, della meraviglia. Produttiva e inclusiva di idee e diversità: al Piccolo arrivavano talenti da tutta Italia e portavano la ricchezza delle loro idee. Una città del dopoguerra con un grande desiderio di rinascita, che trova la sua espressione più significativa – grazie all’apertura illuminata di Antonio Greppi, primo sindaco socialista – nella ricostruzione prima del Teatro alla Scala devastato dalle bombe (fu il maestro Arturo Toscanini a dirigere il primo concerto l’11 maggio 1946) e nella fondazione del Piccolo Teatro di Milano, inaugurato da Strehler il 14 maggio 1947».

Un triestino che a Milano trova il palcoscenico ideale per esprimersi…
«Proprio così. Milano è la città più importante della sua vita, a cui dedicherà un tributo d’amore con tre edizioni di El nost Milan di Carlo Bertolazzi. La prima nel 1955 con Valentina Fortunato e Tino Carraro, nel 1961 con Valentina Cortese e infine con Mariangela Melato nel 1979».

Emilio Rinaldi, Giorgio Strehler, Valentina Fortunato sul palcoscenico del Piccolo in “El nost Milan”, 1955.

Il piatto della cucina meneghima di cui il Maestro era goloso?
«I mondeghili, le polpette con carne, pane grattugiato, uovo e le verze che cucinava Luigia e che rubava puntualmente dalla padella, ancora prima che la domestica riuscisse a riporle su un piatto di portata. E non viveva senza l’Inter, che se perdeva era una tragedia per tutti. Per i mondiali del ‘78 aveva piazzato un grande televisore a colori in sala al Teatro Lirico, con buona pace delle prove della Tempesta di Shakespeare che sarà comunque un capolavoro».

Oltre al dialetto triestino, Strehler parlava correntemente il tedesco e il francese. E poi amava il milanese…
«Il dialetto gli consentiva un rapporto schietto. Lo apprende per strada e lo perfeziona a scuola, dove le sue ore preferite, sono quelle obbligatorie di dialetto. Strehler sceglierà il milanese anche per le celebri “canzoni della mala”, che affiderà a una donna che amerà follemente: Ornella Vanoni. Per lei, nel 1958, “inventa” queste celebri canzoni, in collaborazione con Dario Fo, Gino Negri, musicate da Fiorenzo Carpi: parlano di furfanti, poliziotti, malfattori, carcerati, balordi e minatori».

Giorgio Strehler e Ornella Vanoni.

Quello con Ornella Vanoni fu all’epoca un amore che fece scandalo…
«Per la differenza di età (13 anni), perché lui era sposato, anche se separato da Rosita Lupi; lui era di sinistra, regista. Lei figlia di un industriale farmaceutico, aveva 19 anni quando si iscrisse alla scuola di recitazione del Piccolo Teatro; era andata a studiare lingue in collegi svizzeri, francesi e inglesi e, tornata a Milano nel 1953, non sapendo cosa fare, si presenta all’audizione per la scuola del Piccolo. Strehler la vede e s’innamora. Il primo anno, lui è timido. Ma dopo il saggio di fine anno, ha il coraggio di dichiararsi. Ornella ricorda così: “Il Maestro ci porta tutti a casa dell’architetto Marco Zanuso, tutti pigiati nella sua macchina, al ritorno l’ultima da accompagnare sono io. Sono tornata a casa in estasi. Lui mi telefona, eccitatissimo, alle quattro del mattino: ‘Adesso faccio El nost Milàn e sarà uno spettacolo stupendo perché ora ci sei tu nella mia vita’”». 

Quando arriva Strehler a Milano?
«Facciamo un passo indietro. Strehler nasce a Barcola, periferia marina di Trieste, il 14 agosto 1921 in una famiglia dove l’arte e il multicuturalismo sono componenti fondamentali. La madre Alberta è un’apprezzata violinista e il padre, Bruno, uomo bello e atletico, di origini austriache, muore a 28 anni di tifo quando Giorgio ha solo due anni; crescerà circondato dall’amore della madre e dal calore dei nonni. Ma a un certo punto la nonna materna Marie Aline, francese di origine, creando scandalo, lascia il marito Olimpio (impresario teatrale) per trasferirsi a Milano a vivere con un nuovo compagno. Quando il nonno muore, Giorgio con la mamma restano soli e la nonna li invita a raggiungerli a Milano. Il 14 dicembre 1928 la mamèta e il piccolo Giorgio si trasferiscono nella casa di corso Buenos Aires 55. È un ampio appartamento, al secondo piano. Per sbarcare il lunario, Albertina dà lezioni private di violino. Vivono a lungo insieme fino a quando lui decide di prenderle in affitto una casa nella stessa via Rovello, al 19».

La scuola dove studia?
«Il piccolo Giorgio frequenta il Gonzaga, dietro casa, in via Vitruvio, gestito dai Fratelli delle Scuole Cristiane. L’espulsione è però immediata quando Giorgio non esita a fare per tre volte la comunione che dà diritto a una squisita cioccolata in tazza. Viene poi iscritto con poco successo al Convitto nazionale Pietro Longone in via san Gregorio 25. Non è uno studente brillante». 

Da corso Buenos Aires arriviamo ai Giardini di Porta Venezia…
«È qui che Valentina Cortese e Giorgio Strehler si conoscono da bambini; giocano ai pellerossa fra le gabbie del giardino zoologico… Quando si ritrovano nel 1958 al Piccolo, Valentina Cortese è già una diva, maestra di vaghezza, e lui una leggenda. La loro sarà una relazione estrema, che ha creato dal punto di vista artistico capolavori assoluti, come I giganti della montagna di Pirandello (1966); Santa Giovanna dei Macelli di Brecht (1970) e Il giardino dei ciliegi di Čechov (1974). Ma incendiari sono anche i loro litigi nell’ex-conventino di piazza S. Erasmo, a due passi da Montenapoleone, dove convivono: “Credo che nessuno mi abbia arricchito spiritualmente e umanamente come ha fatto lui, anche nella sofferenza che pure era capace di infliggermi”, disse Valentina». 

Giorgio Strehler e Valentina Cortese, Piccolo Teatro 1973-74, foto Luigi Ciminaghi.

Terza tappa: via Santa Redegonda 8, vicino al Duomo, dove oggi c’è il cinema multisala Odeon.
«È in un’afosa estate del 1936 che avviene l’innamoramento definitivo di Strehler per il teatro. Per puro caso si infila nel cinema Odeon, accanto a cui c’era un teatro sotterraneo con un cartellone con la scritta Refrigerazione Venti gradi che cattura la sua attenzione. Non sa quale sia il titolo della commedia in scena, ma lì accade qualcosa: Strehler si commuove, piange, catturato dallo struggimento di Anzoleto costretto ad abbandonare la sua Venezia. Esce da quel teatro turbato al punto che nei giorni seguenti ci ritorna tutte le sere, entrando a far parte della claque in platea per assistere gratis agli spettacoli. Può sembrare solo un caso, ma forse era predestinazione che la prima opera a cui assiste all’Odeon e da cui viene rapito è Una delle ultime sere di carnovale di Carlo Goldoni, autore amatissimo. All’Odeon debutta con il suo primo spettacolo teatrale (in Italia) a cui appone la firma: ll lutto si addice ad Elettra di O’Neill con Memo Benassi e Diana Torrieri. È il 15 dicembre 1945 ed è un successo. Una regia trionfale. Nel 1947, il debutto alla Scala alla regia operistica di una nuova produzione de La traviata». 

Storico e determinante è l’incontro con Paolo Grassi.
«Narra la leggenda che il loro primo incontro, nel febbraio del 1938, avvenne a una fermata del tram numero 6, in corso Buenos Aires angolo via Petrella. “Senta, io la vedo sempre a teatro, evidentemente è una sua passione. Tanto vale che io mi presenti, che ci conosciamo e che ci frequentiamo, visto che abbiamo in comune questo amore. Io mi chiamo Paolo Grassi, vicecritico teatrale del Sole”. Non è improbabile che le prime chiacchiere siano nate spontaneamente proprio alla fermata del tram, visto che Grassi abita a pochi minuti di distanza, in via Monteverdi 9. In quel periodo Strehler sta frequentando l’Accademia d’Arte Drammatica dei Filodrammatici (allora era la miglior scuola di teatro a Milano) e Grassi entra a farne parte come assistente di Gualtiero Tumiati che dirige il corso di recitazione. Quell’incontro segna l’inizio di un sodalizio, artistico e umano. Un affetto profondo costellato di litigi li legherà fino alla morte di Grassi nel 1981».

Paolo Grassi, Bertolt Brecht e Giorgio Strehler.

Arriviamo in via Rovello…
«I Dioscuri (li chiamavano così perché stavano sempre assieme) hanno l’ambizione di contribuire a creare un’Italia migliore attraverso un “teatro d’arte per tutti”. Riescono a ottenere dal Comune di Milano di cui è sindaco l’avvocato socialista Antonio Greppi, appassionato di teatro, un piccolo finanziamento comunale e, soprattutto, una sede: adocchiano dei locali in via Rovello, nel palazzo che era stato la casa del conte di Carmagnola, poi un cinema di terza visione e infine adibito a camera di tortura dai nazifascisti. Una sala buia, piena di calcinacci, manca la corrente, le balconate distrutte, le poltrone rotte, i camerini imbrattati da tracce di sangue dei perseguitati politici dalle milizie fasciste.  Ma a un certo punto, dal lucernario filtra un raggio di sole che attraversa il palcoscenico come una spada. L’avventura del Piccolo Teatro inizia il 14 maggio 1947 con lo spettacolo L’albergo dei poveri di Maksim Gorkij, dopo soli dodici giorni di prove, dove Strehler riserva a sé il ruolo del ciabattino Alijosa. È il primo teatro stabile pubblico d’Italia. Un teatro che si apriva alla città offrendo spettacoli “alti” al più vasto pubblico possibile, con prezzi abbordabili. E da quella ormai storica data, la sua vita va a coincidere con quella dell’istituzione milanese, che diventa la sua prima e più amata casa».  

1947. Giorgio Strehler firma un “Ordine del giorno”. Foto Archivio Piccolo Teatro di Milano

Nello “stradario sentimentale” del giovane Strehler, il primo indirizzo è via Borgonuovo.
«Qui Strehler trova un appartamento dove va ad abitare quando, a una smarrita Ornella Vanoni, Paolo Grassi con la sua erre moscia consiglia: “Aiuti quel cvetino a mettere su casa”, perché il 32enne Giorgio, come un bambino, continua a vivere con la mamma. Con Andrea Jonasson (che conosce nel 1973 e sposerà nel 1981) andrà ad abitare in via Medici 15 in cui sono subentrati a Paolo Grassi che l’aveva in affitto prima di loro. La casa ha una magnifica terrazza ornata di piante. Amavano passare il tempo su una panchina bianca: l’avevano acquistata in un mercatino di Vienna, che prima ornava i giardini pubblici della città; Andrea la porta a Milano e la monta alla bell’e meglio sul tetto della famosa spider del marito. Anche l’interno dell’appartamento ha il candore degli spettacoli strehleriani, dalla moquette alla boiserie». 

Mara Bugni è la compagna degli ultimi anni
«Mara arriva al Piccolo Teatro nel 1988, ha 25 anni, sta seguendo all’Università statale i corsi di estetica di Stefano Zecchi su Goethe, e su suggerimento del professore, per approfondire il tema chiede di diventare assistente universitaria per lo spettacolo il Faust che Strehler sta allestendo. Lo ricorda così: “Il Mestro mi rivolgeva la parola per lo più per intimarmi prendimi questo, prendimi quello, brusco e ruvido”. Poi ritroverà Strehler al nastro dei bagagli all’aeroporto di Roma, che si stupisce di vederla abbigliata con una minigonna e scarpe con tacco: “Ma come cazzo ti vesti quando vieni a teatro?”. Strehler le chiede di aiutarlo a raccogliere sul nastro i bagagli, ne ha tre o quattro, in una valigia sono stipati anche i cuscini che si porta ovunque. Il maestro la invita a cena. Poi Mara parte per l’America.  “Ci siamo sentiti tutti i giorni”. Quando torna, lo trova all’aeroporto ad aspettarla con un mazzo di violette nascoste dietro la schiena. All’inizio della loro relazione Strehler ha 67 anni, è spesso rapito dal pensiero della morte».

Concludiamo la passeggiata strehleriana in Largo Greppi, al Teatro che porta il suo nome.
«Spazio sognato da sempre, progettato a lungo, e voluto così caparbiamente, un cantiere infinito, con mille sospetti di sprechi e tangenti, che aveva contrapposto il regista a diverse amministrazioni comunali, con tanto di dimissioni. La nuova grande sede del Piccolo era diventata una spina nel fianco per lui; finalmente, dopo lunghe polemiche, denunce, insulti, accuse, in quel dicembre del 1997, era pronto ad alzarsi il sipario del nuovo teatro progettato da Marco Zanuso. Per una crudele beffa del destino Strehler muore per un attacco cardiaco a 76 anni, il 25 dicembre 1997 nella sua casa di Lugano dove viveva con Mara Bugni. Da venti giorni aveva iniziato le prove di Così fan tutte di Mozart, con cui aveva scelto di inaugurare la nuova grande sede di largo Greppi. E che si aprirà solo dopo la sua morte: il teatro verrà inaugurato il 26 gennaio del 1998 sulle note del Così fan tutte dell’amato Mozart con la regia del suo assistente storico, Carlo Battistoni».  

Strehler sarà seppellito, secondo le sue volontà, a Trieste dove era nato ma dove aveva vissuto per pochissimi anni. Perché, si chiede Battocletti, visto il suo attaccamento a Milano? 
«La risposta, racconta, gliel’ha data Maria Grazia Gregori, giornalista, critica teatrale e docente di Storia del Teatro e della regia alla Scuola d’Arte drammatica “Paolo Grassi” di Milano. “Voleva stare vicino alla sua mamèta”». 

Cristina Battocletti.

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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