INTERVISTA – Nadia Fulco di Atir racconta “Gli Spazi del Teatro”, una sperimentazione che non si è fermata neanche durante la pandemia

“Il teatro genera benessere”: è con questa convinzione che nel 2000 Nadia Fulco, responsabile dei progetti sociali e per il territorio di Atir, attrice e formatrice, ha creato Gli Spazi del Teatro. Un laboratorio di

Il teatro genera benessere”: è con questa convinzione che nel 2000 Nadia Fulco, responsabile dei progetti sociali e per il territorio di Atir, attrice e formatrice, ha creato Gli Spazi del Teatro. Un laboratorio di teatro integrato, che porta la recitazione giù dal palcoscenico, nella strada, mettendo insieme persone fragili, attori, educatori e cittadini. Una sperimentazione che durante la pandemia ha realizzato un podcast collettivo, in cui i partecipanti ai laboratori hanno recitato 19 canti de “Odissea – Storia di un ritorno” (ascoltabile su www.atirteatroringhiera.it) e che da ottobre si è organizzata in laboratori online, dotando tutti gli utenti di computer e tablet e, laddove non in grado di utilizzarli, seguendoli presso le loro abitazioni.

Nadia, come è nata l’avventura de Gli Spazi del Teatro?

«Quasi per caso. Nel 2000 avevo partecipato con Atir a un festival del teatro al villaggio ecologico a Granara. Quattro giorni in cui tutta la comunità partecipava, costruendo le scene, mangiando insieme, facendo e assistendo agli spettacoli. In uno dei laboratori c’era un educatore della cooperativa Comunità Progetto, insieme alla persona fragile che seguiva, e qui c’è stata la scintilla».

Cosa è successo di straordinario?

«La ragazza ha manifestato capacità e talenti inaspettati. Era bravissima nell’improvvisazione e nel canto, ed è successo che l’educatore ha iniziato a guardarla con occhi nuovi e la stessa ragazza guardava se stessa in modo diverso. Un’esperienza che mi ha fatto riflettere, anche perché io in quel periodo ero un’attrice irrequieta, in cerca di nuove strade».

E così…

«E così, frequentando gli uffici della cooperativa Comunità Progetto, dove incontravo persone con fragilità diversissime, ho cominciato a pensare a un laboratorio che mettesse insieme tutte queste fragilità. L’idea era di andare oltre la relazione persona fragile-educatore, rompere gli stereotipi e far incontrare tutte queste storie individuali. Così è nato Gli Spazi del Teatro».

Come sei partita?

«All’inizio i laboratori li conducevo solo io, poi ci siamo moltiplicati. Nel tempo gli educatori sono diventati educ-attori, una nuova figura professionale, specializzata nel relazionarsi con le persone fragili attraverso il linguaggio del teatro. Poi si sono uniti studenti di Scienze dell’Educazione, altre cooperative con la loro utenza e, quando ci siamo insediati al Ringhiera, sono cominciate ad arrivare direttamente le famiglie del territorio, con persone non seguite da educatori e anche semplici cittadini».

Come si svolgono i laboratori?

«Durante i laboratori lavoriamo su testi teatrali, per mettere in scena a fine corso dei saggi, che per quanto importantissimi non sono l’obiettivo del laboratorio, che rimane lavorare sulle relazioni. Con il passare degli anni i laboratori hanno generato potenzialità per fare veri e propri spettacoli. Per questo abbiamo creato i Master, chiamando registi importanti e producendo vere e proprie rappresentazioni teatrali. Nel 2011 siamo andati in scena per la prima volta, con sette attori fragili e con attori diAtir: è stato un successo. Lo spettacolo era l’Opera dei mendicanti, una commedia satirica di John Gay, con la regia di Serena Sinigaglia. Fino all’avvento del Covid, abbiamo organizzato ogni due anni questo tipo di spettacoli».

Secondo la tua esperienza, perché il teatro crea benessere in chi lo fa?

«Chi fa teatro si spoglia degli abiti abituali e impara a guardare con occhi completamente diversi se stesso e le persone che ha davanti. Nell’esperienza scenica si riesce a esprimere parti di sé nascoste, talenti e possibilità che possono essere trasferiti nella vita di tutti i giorni. In questo il teatro è un rivelatore di possibilità da cogliere. Conosco molte persone che hanno portato dal teatro al quotidiano modi di porsi, parlare, presentarsi che li hanno fatti stare meglio nelle relazioni con gli altri. Anche la relazione educatore-persona fragile cresce nel teatro».

In che modo?

«Nei laboratori la relazione educatore-persona fragile si posiziona su un piano sostanzialmente egualitario e si rinnova. Ci si conosce nel profondo, al punto che anche le modalità educative possono cambiare, ponendosi nuovi obiettivi. La forza del teatro integrato non si limita a creare benessere tra i partecipanti, ma si trasmette anche agli spettatori, svolgendo una vera e propria funzione sociale. Quando una comunità vede persone, di solito poste ai margini, commiserate o temute, stare in scena con una inaspettata e talentuosa abilità, dopo un primo stupore, cadono stereotipi e paure, emergono i valori sociali e culturali del teatro, e il benessere si diffonde tra tutti i partecipanti. Anche per questo speriamo di riproporre sin dalla prossima estate i saggi dei nostri laboratori e il grande evento “Odissea – Storia di un ritorno”. E mai titolo di spettacolo si può dire più azzeccato».

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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