INTERVISTA – Paolo Petracca, presidente della Fondazione Acli milanesi «Milano: concentriamoci su Casa e Lavoro, che producono dignità e benessere»

“Più cuore e meno immagine”. Potrebbe essere questo lo slogan della campagna elettorale che Paolo Petracca si appresta a fare per la Lista Civica Giuseppe Sala. Classe 1970, laureato in Economia politica, presidente Fondazione Acli

“Più cuore e meno immagine”. Potrebbe essere questo lo slogan della campagna elettorale che Paolo Petracca si appresta a fare per la Lista Civica Giuseppe Sala. Classe 1970, laureato in Economia politica, presidente Fondazione Acli milanesi dal 2012, portavoce del Forum del  Terzo settore milanese e vicepresidente della Fondazione Triulza, Petracca ha accettato l’invito di Sala a competere per il Consiglio comunale perché convinto che la sfida che Milano ha di fronte sia epocale:

«Mi batterò con tutte le forze perché Milano possa cogliere appieno le opportunità che si presenteranno, produca idee e politiche in grado di superare le diseguaglianze che la pandemia ha ulteriormente accentuato». E che la strada da intraprendere sia quella della concretezza e condivisione, coerentemente con l’appello “Tocca a noi, tutti insieme”, lanciato dalle associazioni ecclesiali della diocesi di Milano ai cattolici milanesi affinché si impegnino nella politica e nelle istituzioni.

Più cuore e meno immagine, cosa significa?

«Più cuore e meno immagine nella Milano di domani non vuol dire evitare di fare promozione della città per attrarre persone e investimenti, ma concentrarsi su Casa e Lavoro, che producono dignità e benessere, non solo economico».

Non è quello che è stato fatto dalla Giunta uscente?

«Penso che nei prossimi cinque anni il governo della città deve mettere in campo una forte discontinuità, perché quello che è accaduto nel mondo e nella nostra città lo impone. Milano negli scorsi anni ha avuto una forte crescita economica, ma questo non ha provocato un assottigliarsi delle diseguaglianze, che sono addirittura aumentate. Assistiamo a una città che viaggia a due velocità, quella all’interno della circonvallazione che ha corso e corre veloce e che ha sentito poco il peso della pandemia, e quella al di fuori della circonvallazione che aveva conosciuto dei miglioramenti ma che ora arranca. Qui c’è da fare un lavoro immenso».

Appunto, ma come?

«Milano e il Paese hanno una grande opportunità, che si chiama Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – NdR). Con queste risorse, che sono veramente ingenti, possiamo riqualificare tutto il patrimonio pubblico popolare. O lo facciamo nei prossimi 5 anni, per parte Comune e parte Regione, o avremo perso un’occasione epocale. Questa è una priorità assoluta, perché dare dignità all’abitare è un modo di ridurre le diseguaglianze».

Ma MM e Aler, anche con le risorse a disposizione, pensa siano in grado di intervenire su un patrimonio così grande?

«In un clima di ricostruzione e di spirito civico costituente, Mm e Aler dovrebbero ragionare sul tema della gestione del patrimonio di edilizia popolare e unire le forze per un’azione comune, con un’agenzia che risolva i problemi di gestione e intervento che sono oggettivi, anche affidando ad altri soggetti la gestione. L’esempio della coop Dar casa allo Stadera, che dà casa e socialità, tenendo i conti in ordine, è da seguire».

Colmare le diseguaglianze significa Sanità e Servizi sociali.

«Il Pnrr stanzia risorse importanti anche per la Sanità territoriale, che la pandemia ha così tragicamente evidenziato essere insufficiente nella nostra regione. Ma oltre a questo, che è indispensabile, l’obiettivo deve essere creare una rete sanitaria di servizi socio sanitari/assistenziali, in cui welfare comunale e sanità regionale siano integrati. Tutto questo non disperdendo, anzi valorizzando le risorse e la capacità di stare sul territorio del Terzo settore. Un modello importante in questo senso è stato il progetto QuBi, che è riuscito a lavorare con il Comune, sia sull’emergenza che sulla prevenzione, intercettando sul nascere i bisogni».

C’è poi il tema del lavoro…

«Se iniziamo a mettere a posto le case popolari, si- stemare le infrastrutture pubbliche, si creano le con- dizioni perché il lavoro, ma anche socialità e cultura, crescano. Questo, naturalmente, deve essere sostenuto attraverso la formazione, dialogando con tutti gli interlocutori. Bisogna sostenere l’accesso alle università, che a Milano sono care ma, soprattutto, con la Regione e i sistemi produttivi, si devono promuovere gli Its (gli Istituti Tecnici Superiori – NdR) che consentono un ingresso diretto nel mondo del lavoro. In Lombardia sono più di 20 e formano 40mila studenti, che prima di finire i corsi hanno già il lavoro. Di questi 5 sono organizzati da realtà milanesi ma, dicono gli esperti, vi sarebbe ancora spazio e mercato per almeno altri 5. In una città che vuole rimettere al centro il tema del lavoro bisogna colmare al più presto questo vuoto».

Ma sarà in grado Milano di collaborare per unire le forze per il bene di tutti?

«In una situazione come quella che stiamo vivendo è fondamentale concordare e programmare gli interventi. Le risorse ci sono e credo anche la voglia di tutti di uscire da questa situazione. Per farlo deve venire fuori l’anima di Milano, che concretamente pri- vilegia il lavoro e la voglia di fare, coniugandola con la solidarietà e la responsabilità. Una solidarietà che per me ha il volto della Chiesa ambrosiana, che è una delle più avanzate d’Europa, e quello delle tradizioni socialiste, socialdemocratiche e della sinistra che tanto hanno dato a questa città».

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

Recensioni
NESSUN COMMENTO

SCRIVI UN COMMENTO