Islam e Occidente, la convivenza possibile

L'Islam è una religione di pace scrive in apertura del suo lucido articolo (che potete leggere integralmente con gli altri interventi alle pagine 6 e 7) una esponente italiana di religione islamica che ha cortesemente

L’Islam è una religione di pace scrive in apertura del suo lucido articolo (che potete leggere integralmente con gli altri interventi alle pagine 6 e 7) una esponente italiana di religione islamica che ha cortesemente aderito al nostro invito ad intervenire sul tema del rapporto fra società e religione, alla luce, ovviamente, della strage parigina nonché della minaccia di un fondamentalismo bellicoso e intollerante, che si traduce in terrorismo.

Ma l’Islam è veramente una religione di pace, come – io credo – dovrebbe essere ogni religione? Mi sottraggo a ragionamenti di tipo dottrinale per i quali confesso di non avere adeguata preparazione. Ho una conoscenza molto sommaria del Corano e ammetto di perdermi fra le dispute teologiche e le divisioni che, come del resto è avvenuto e avviene per il Cristianesimo, animano il vasto e composito mondo islamico. Vivo la religione, ogni religione, nelle sue espressioni secolari, nei suoi modi di tradursi in forme di vita individuale e sociale, dove spiritualità (il motore di ogni vocazione religiosa) e sistema di relazioni, coniugandosi fra loro, dovrebbero indicare la cifra di civiltà (e di attrattività) di ogni credo. Da questo punto di vista, è comprensibile che la lettura politica si soffermi principalmente su come gli stati a religione islamica e le comunità islamiche presenti in Occidente si rapportano alle altre forme di vita religiosa.

La signora Ferrero (esponente della Comunità Religiosa Islamica Italiana) rivendica lo “spirito ecumenico” della sua religione, condanna il “panarabismo” e sembra liquidare il “terrorismo” come una modalità propria di “sedicenti musulmani”. Vorrei poterle credere fino in fondo. Ma di questa contraddizione si percepisce purtroppo soprattutto la forza aggressiva e intollerante del fondamentalismo, rispetto alla pacata serietà del cosiddetto Islam moderato.

Il fondamentalismo nelle sue forme estreme e più guerriere è oggi il volto più riconoscibile dell’islamismo e prospera all’ombra del messaggio religioso, strumentalizzandolo e mettendo in ombra le espressioni più meditate e dialoganti. Il fondamentalismo utilizza la lettura più brutale dell’Islam come forma risarcitoria di una condizione di vita inaccettabile (sul piano individuale come sul piano dell’identità nazionale). Molti non vogliono cogliere questo aspetto squisitamente politico, si eccitano parlando di scontro di civiltà e deplorano l’eccesso di autocolpevolizzazione dell’Occidente (ma quando mai?): questo non aiuta per nulla l’Islam a dimensionarsi in Occidente in termini di integrazione e di rispetto, anziché di proselitismo aggressivo e intollerante. Questo Islam che nega dignità alle altre fedi e si nega al dialogo interreligioso favorisce una speculare intolleranza sul versante opposto. Ha ragione l’amico Saverio Paffumi a segnalare come il persistere di convinzioni teocratiche, che negano la divisione fra stato e chiesa, fra legge e religione, dimostri un significativo ritardo (dal nostro punto di vista, ovviamente) nello sviluppo delle società islamiche.

Come colmare questo ritardo ed avvicinare i popoli e le comunità religiose?

La presunzione di una superiorità da imporre in termini di “conquista” (con le armi o con le multinazionali) non ci porta lontano. Anzi. Non riesco a ricordare una sola forma di civiltà che si sia imposta nella storia (se non per brevissimi periodi) solo o soprattutto grazie ai propri eserciti. Gli eserciti possono aprire la strada, ma se poi non c’è il contagio dei valori, si finisce in buca. Come in Afghanistan. Come in Iraq. Come in Libia.

Si confondono spesso, e facilmente, i concetti di integrazione e di assimilazione. L’integrazione rappresenta la convivenza etnica, religiosa, culturale delle diversità: nel rispetto, ovviamente, del sistema di regole che ogni stato democraticamente si dà. L’assimilazione è la negazione identitaria del diverso, la sua sussunzione totale a un sistema di valori che gli è estraneo. Modellare l’“altro” a propria immagine e somiglianza è suggestivo. Ma funziona con i fanciulli (e non sempre). E non tutto il genere umano è disposto a considerarsi fanciullo.

Roma fu grande perché, come ricorda Orazio, seppe cedere alla grandezza della cultura ellenica e farla propria. E, del resto, agli inizi del conflitto fra Islam e Cristianità c’è la conquista di Gerusalemme (nel 637), avvenuta con l’ingresso del califfo Omar, che fu accolto con favore dalla popolazione, soprattutto dagli ebrei che ebbero dagli arabi la libertà di culto che i cristiani bizantini avevano fino allora negato.

Sono passati molti secoli, ma qualcosa dovremmo ricordare. Le forme di intolleranza e di integralismo non sono figlie di un eccesso di liberalità o di lassismo. Una religione sa difendersi con la forza del proprio messaggio da ogni forma di proselitismo, per aggressivo che possa sembrarci. Sempre che di religione si voglia parlare. Se invece vogliamo tradurre la religione ad “instrumentum regni”, ogni rivendicazione di primato è legittima e le professioni di fede si lasciano veicolare dalla superiorità tecnico-scientifica.

Domandiamoci perché molti, nell’Occidente evoluto, si lascino conquistare dalla religione islamica. Non so esattamente che portata quantitativa abbia il proselitismo islamico, ma certo appare molto più operoso e convincente dell’infiacchito credo cristiano. E qui il terrorismo non c’entra. Che papa Francesco cerchi di rianimare una comunità stanca e ripiegata mi sembra un fatto molto positivo. Sulla base di valori autentici. Non di vocazioni egemoniche.

Piero Pantucci

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

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