Italiani in Scozia, Scozzesi in Italia

Sin da quando ho messo per la prima volta piede in una dimora al di fuori dell’Italia (iniziando da un minimalista stanzino parigino), un po’ per senso pratico, un po’ per bisogno di evasione, mi

Sin da quando ho messo per la prima volta piede in una dimora al di fuori dell’Italia (iniziando da un minimalista stanzino parigino), un po’ per senso pratico, un po’ per bisogno di evasione, mi sono prefissata un ferreo comandamento: stare alla larga da altri italiani, in modo da poter meglio immergermi nella cultura locale e sfuggire al circolo vizioso degli expat che in realtà non entrano mai davvero a contatto con la vita reale di un luogo. Più che altro, un allontanarsi da gruppi monoculturali.

Da Parigi a Glasgow ed Edimburgo, città multiculturali piene di studenti da ogni dove (molti dei quali italiani), il compito era più complesso, alle volte richiedendo attivamente di schivare possibili serate italiane, gruppi studenteschi a vario titolo. Eppure negli ultimi anni ad Inverness, forse perché di italiani qui ne conosco tre di numero, con cui non parlo regolarmente, in qualche modo ho iniziato ad abbassare la guardia e dare il benvenuto a qualsiasi interazione in lingua natia.

Poter spegnere il cervello inglese per due secondi, rilassarsi, fare battute orrende che però almeno in italiano fanno ridere e hanno più senso. Insomma, anche per questo, è stato con una certa tristezza che ho appreso dell’esistenza di un Circolo Italiano delle Highlands, proprio il giorno della dissoluzione del gruppo.

Lo Highland Italian Circle, con base a Inverness, è però parte della storia locale, un capitolo iniziato a metà degli anni ‘70 da un gruppo di entusiasti di cultura italiana e da italiani di prima, seconda o terza generazione, un tempo molto più numerosi qui a nord, dopo le varie ondate migratorie dal Bel Paese. I nomi italiani, in Scozia e nelle Highland in epoca recente, sono spesso legati a caffè o chip shops (rivendite di fish and chips e altre fritture leggere).

Qualche decennio fa, le famiglie italiane emigrate qui erano molto numerose. «La comunità italiana all’epoca era molto attiva a quei tempi», condivide Neil Campbell, ex presidente dell’associazione ed ex insegnante di lingue straniere, tra cui italiano. «È nato tutto da un incontro di appassionati di lingua e cultura italiana, e da lì la voglia di creare un gruppo per condividere questa passione». Attraverso gli anni l’associazione ha dato vita a diversi eventi, molti dei quali a base di cibo e musica, invitato personalità ed esperti a partecipare alle loro riunioni, e organizzato spedizioni culturali.

L’Italian Chapel alle isole Orcadi.

Tra queste, una che ha portato il gruppo all’epoca a bordo del veliero Amerigo Vespucci, in transito dal porto di Leith, a Edimburgo. Un’altra che invece aveva portato il gruppo a nord, all’Italian Chapel, una piccola chiesa su un fazzoletto delle isole Orcadi, costruita dai prigionieri di guerra italiani durante la seconda guerra mondiale. Nelle acque a fianco dell’isoletta di Lamb Holm, su cui torreggia la chiesa, scorrono le acque di Scapa Flow, note per la copiosa presenza di relitti di navi tedesche della Prima Guerra Mondiale.

Il plico di foto e ritagli di giornale gentilmente prestatomi da Neil Campbell, un omaggio alla vita del Circolo, è un piccolo mondo di spunti per ulteriori ricerche. Una cosa che ad esempio ho scoperto in quasi tempo reale mentre scrivo riguarda un caposaldo della storia scozzese, Bonnie Prince Charlie. Charles Edward Stuart (il suo vero nome) è una delle figure più importanti della rivolta Giacobita contro i regnanti britannici dell’epoca (XVIII secolo circa). Questo personaggio storico, molto spesso nominato da queste parti, era nato a Roma dove fu poi anche sepolto. Storie di interconnessioni, commistioni. E questo mi fa tornare alla mente dove invece sono gli scozzesi ad avere lasciato il proprio marchio in Italia.

Qualche tempo fa, lavorando a un progetto di una rivista locale, mi sono imbattuta nella storia del paesino di Gurro, un’enclave scozzese di duecento abitanti o poco più nelle Alpi piemontesi. Soldati scozzesi, dopo aver combattuto nella Battaglia di Pavia (1525), rimasero bloccati a causa delle condizioni invernali. Bloccati, ma anche sentendosi un po’ a casa nel clima di montagna, decisero di rimanere e oggi diversi nomi di clan sopravvivono nell’area.

Insomma, le ultime due settimane sono state in qualche modo un tuffo nella storia, non tanto una porta aperta verso casa ma su un mondo, una comunità un po’ italiana, un po’ diversa. Ha un po’ riacceso in me la voglia di scoprire il passato e presente dei miei connazionali in loco. La ricerca penso sia solo iniziata. E non vi è ricerca storica che si rispetti che non si accompagni da una parte gastronomica: e quindi, ora, vado alla ricerca di un gelato che si rispetti (potrebbe volerci qualche mese!).

Milanese di origine, dal 2017 sono in Scozia dove lavoro come reporter per diverse testate locali delle Highlands, tra cui l’Inverness Courier e il Ross-shire Journal. Marcata da una sana passione per bevande alcoliche e viaggi, scrivo soprattutto di whisky sulla rivista Cask&Still o sul blog maltingpotblog.com. Laureata in Mediazione Linguistica e Culturale a Milano e Giornalismo Multimediale a Glasgow, con un salto in Russia e in Francia in mezzo, amo visitare nuovi luoghi ed assorbire nuove lingue e culture (e le loro tradizioni gastronomiche).

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