Kaze No Denwa, la singolare storia di un’italiana in Giappone

Kaze No Denwa tradotta dal giapponese significa “La cabina telefonica del vento”. Sarebbe perfetto come titolo di un libro di favole per bambini, invece questo romanzo prende spunto da una sciagura realmente accaduta.In Giappone, nel

Kaze No Denwa tradotta dal giapponese significa “La cabina telefonica del vento”. Sarebbe perfetto come titolo di un libro di favole per bambini, invece questo romanzo prende spunto da una sciagura realmente accaduta.

In Giappone, nel 2011 uno tsunami di rara violenza spazzò via parecchie zone di quel paese. Laura Imai Messina, italiana, vive da parecchi anni a Tokyo dove insegna nelle università della capitale. Dopo essersi recata alla Cabina, ci racconta questa singolare storia.

La cabina telefonica del vento esiste davvero a Bell Gardia, in un bellissimo giardino sul fianco della collina giapponese di Kujira-yama, la Montagna della Balena, nei pressi della città di Otsuchi, uno dei luoghi più colpiti dalla violenta devastazione. È una cabina bianca con pannelli in vetro, al suo interno, posato su un piano sono quaderno e penna, un vecchio telefono nero, non collegato, che trasporta le voci nel vento. Alla cabina del vento c’è un continuo andirivieni di persone. Sono molti i sopravvissuti allo tsunami che si recano lì per parlare con i loro cari morti o dispersi durante quella tragedia. Un modo per alleviare la sofferenza dopo la perdita che ha sconvolto le loro esistenze.

Un testo schivo e poetico. L’autrice mette in scena i protagonisti che raccontano, quasi a bassa voce, come se temessero di disturbare chi se n’è andato via travolto dalla furia devastatrice. Takeshi ha perso la moglie in quella tragedia, insieme a lui si è salvata sua figlia di quattro anni che ha smesso di parlare dal giorno in cui sua madre non è più tornata a casa. Lui cerca in tutti i modi di aiutarla: la porta alla cabina del vento per farla parlare con la mamma. Lì incontrano Yui, a lei lo tsunami ha spazzato via il paese in cui abitava, ha perso la madre e la figlia di tre anni, le ha tolto la gioia di stare al mondo. Ma il tempo che passa lenisce le ferite anche se restano le cicatrici.

Per rimarginare la vita servono coraggio, fortuna e un luogo comune in cui dipanare il racconto. Takeski, Yui e la piccola Hana, durante i loro viaggi alla Cabina del vento hanno imparato a tenersi per mano e, fitto fitto di parole, si snodavano i loro racconti.

Laura Imai Messina
Quel che affidiamo al vento
Piemme: pag. 248; 17 euro

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