La brutta storia dell’Inquinamento di via Bazzi

Via Bazzi 12, dove si trova l’ex fabbrica galvanica piena di eternit e responsabile di diversi sversamenti di esacromo esavalente, si può considerare la metafora dell’Italia che non funziona. Vent’anni di carte, procedimenti, progetti e

via-bazzi-12---tVia Bazzi 12, dove si trova l’ex fabbrica galvanica piena di eternit e responsabile di diversi sversamenti di esacromo esavalente, si può considerare la metafora dell’Italia che non funziona. Vent’anni di carte, procedimenti, progetti e impegni solenni, per partorire il classico topolino. Ma cominciamo dall’inizio, che per la verità, come inizio, è solo “presunto”.

Secondo l’interrogazione parlamentare della senatrice Laura Bignami, redatta nell’agosto scorso, “le prime notifiche in Comune di inquinamento procurato da tale stabilimento [la Galvanica Lorenzi, ndr] risalgono al 1994”. Si tratta di un dato piuttosto interessante: da un lato, dilaterebbe l’arco temporale della problematica (anche se comunque la sentenza si concentra sugli sversamenti del 2005); da un altro, si potrebbe supporre che il Comune fosse già “avvisato” rispetto a un possibile inquinamento del sito.

Ma qui, per chi cerca di informarsi, c’è la prima sorpresa. Il Comune non conferma l’esistenza di questi documenti: forse ci sono, forse no. Di certo reperirli è complicato, vista la distanza nel tempo, eppure vengono citati in un’interrogazione parlamentare. C’è da dire che la stessa senatrice non è direttamente in possesso dei documenti, ha semplicemente citato altre interrogazioni sullo stesso argomento.

Ma le domande senza risposta non si fermano qui. Il Comune interviene in loco svuotando alcune vasche, contenenti presumibilmente sostenze pericolose, e rileva una dispersione di cromo esavalente. Amsa riceve l’incarico di costruire uno sbarramento idraulico per contenere lo sversamento di sostanze inquinanti nella falda. Tuttavia questo sistema non viene mai messo in funzione (se non dal 12/12/2014). Le motivazioni di tale mancanza non sono del tutto chiare, anche se la stessa senatrice Bignami afferma che ciò è dovuto all’assenza di un depuratore interno. Si tratta di questioni tecniche che mostrano livelli di difficoltà tutt’altro che trascurabili, ciononostante la gravità della situazione avrebbe richiesto un intervento decisamente più rapido e mirato. Qualsiasi sia il motivo che non abbia permesso il funzionamento dello sbarramento idraulico, depuratore o no, questo ha prodotto un ritardo inaccettabile nell’azione di contenimento del problema.

E veniamo a pochi mesi fa. Il 12 dicembre scorso, del movimento in via Bazzi ha fatto rizzare le orecchie al CdZ5 e a chiunque si stesse occupando dell’argomento: è venuto fuori che MM ha completato le procedure per far funzionare la barriera idraulica. Bene, è il segnale che qualcosa si sta muovendo, finalmente. Non per fare i guastafeste, ma una nota stonata c’è: il Cdz non era del tutto informato su questo intervento e i chiarimenti dovuti sono arrivati a cose fatte, attraverso comunicazioni stringatissime e colme di tecnicismi, che di fatto non consentono un adeguato controllo di ciò che avviene, da parte delle istituzioni locali e della stampa, e quindi, in ultima istanza, dai cittadini.

Ma andiamo oltre e cerchiamo di capire cosa ci riserva il futuro. L’intervento sulla barriera idraulica è stato considerato di emergenza, il che dovrebbe snellire la parte burocratica che lo riguarda. Poi tocca alle analisi di rischio (valutazioni sullo stato del sito di via Bazzi rispetto agli inquinanti presenti), che dovrebbero essere chiuse definitivamente a fine gennaio. Questa volta dovrebbe essere quella buona: già a febbraio 2014 la società vincitrice dell’appalto per la bonifica aveva presentato una prima versione delle analisi di rischio, che però la Conferenza dei Servizi aveva rigettato. Secondo alcuni esperti, mancava una valutazione precisa sull’inquinamento della falda e il compito di “correggere” le analisi era passato ad Arpa. Pare che questa fase – dopo 1 anno! – sia ancora in corso, ma appena terminata verrà convocata un’altra CdS, in cui si dovrebbero approvare le analisi e chiudere la caratterizzazione dell’area. A questo punto MM avrà il via libera per progettare una messa in sicurezza. Insomma, di certo è un bella matassa da sbrogliare. Ma proviamo a trarre delle conclusioni.

La problematica che salta più all’occhio sono le tempistiche: 7 anni circa per completare la caratterizzazione. Si tratta di un tempo molto lungo, anche a detta di chi conosce l’argomento, che desta preoccupazione sullo stato di inquinamento del sito. Un ritardo del genere, soprattutto visto che la procedura per arrivare a una soluzione definitiva è ancora lunga, non è accettabile.

Un’altra questione riguarda la trasparenza. Si continua a rincorrere una vicenda e non si capisce se e chi sia veramente informato di tutto o chi sia responsabile: c’è sempre un altro soggetto “che deve operare”. Tra burocrazia e “tecnichese”, con un argomento talmente delicato e complesso, ci si perde in ipotesi senza fine. Al termine dell’iter procedurale, si arriverà a una bonifica oppure solo a una messa in sicurezza? Basterà a risolvere il problema? Perché il Tribunale ha difficoltà a sbloccare l’immobile per rendere possibile una vendita? Le domande che ci poniamo, e non solo noi di Milanosud, riguardano questioni di non poco conto, a cui nessuno ha dato ancora risposta.

Alice Bertola

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

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