La caccia alle streghe

Le  dinamiche attraverso le quali il “diverso” si trasforma in capro espiatorio sono ormai teorizzate dai principali studi di Psicologia, Sociologia e Filosofia. Quanto però questa tendenza a concentrare in un soggetto sensi di colpa,

Le  dinamiche attraverso le quali il “diverso” si trasforma in capro espiatorio sono ormai teorizzate dai principali studi di Psicologia, Sociologia e Filosofia. Quanto però questa tendenza a concentrare in un soggetto sensi di colpa, frustrazioni e paure sia fortemente radicata negli individui e ancor più nei gruppi sociali è la Storia che lo dimostra. Sono innumerevoli i casi, grandi e piccoli, in cui l’umanità ha trovato in persone, popoli o pensieri il bersaglio di azioni violente, a momentanea soddisfazione della propria angoscia e, spesso senza rendersene conto, divenendo strumento di processi storici. Di contro, chi è stato oggetto di persecuzioni, ha avuto quasi sempre l’unica colpa di poter rappresentare in modo perfetto il ruolo di capro espiatorio.

La caccia alla streghe si colloca a pieno titolo in questo scenario. Essa rappresenta – secondo gli studi di molti intellettuali, primo fra tutti Luciano Parinetto (1934 – 2001) professore di Filosofia Morale alla Uni-versità Statale di Milano – uno dei fenomeni più eclatanti del processo di accentramento del potere religioso, politico ed economico, iniziato alla fine del Basso Medioevo e conclusosi nel XVIII secolo.  Da un punto di vista concettuale la caccia alla streghe fa la sua comparsa in Europa quando la stregoneria e il mondo magico e alchemico più in generale vengono associati al Satanismo.

Testo di riferimento di questa tragica equazione fu il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe), scritto nel 1486 da due domenicani tedeschi, Jacob Sprenger e Heinrich Kramer. Il libro, che ebbe oltre 30 ristampe e una diffusione di almeno35 mila copie, è un insieme di credenze, citazioni da testi sacri e filosofici, secondo, come dice lo storico Franco Cardini, «una rilettura attualizzante di fonti bibliche ed antiche», alla cui base c’è la convinzione che il diavolo esiste e si manifesta nelle streghe. Nel libro gli autori forniscono una serie di consigli pratici a uso dei tribunali ecclesiastici e secolari per individuare, catturare, detenere, torturare e quindi mettere al rogo le streghe. Sulla base di questo testo migliaia di donne divennero imputate, a seguito di delazioni anonime, basate sui motivi più futili e trasformate poi in accuse inverosimili. Come di trasformarsi in animali, compiere infanticidi, voli notturni, provocare impotenza, malattie e carestie e molto altro ancora, oltre a unirsi carnalmente con il diavolo durante il sabba.

I processi non prevedevano alcun dibattimento né onere della prova. Chi provava a difendere le accusate rischiava di essere accusato a sua volta di complicità e di essere processato. La tortura era la prassi e continuava fino a che l’imputata non confessava, stremata dal supplizio, spesso accusando di complicità altre persone, nella speranza di vedere cessare i suoi tormenti. Accuse che erano molto gradite dagli inquisitori, in particolare quando si trattava di persone benestanti, poiché davano il via ad altri processi e a conseguenti confische di tutti i beni.

Secondo stime attendibili la caccia alle streghe, che interessò in grande maggioranza donne anziane, vedove, povere, mendicanti, levatrici ed ex prostitute, produsse in Europa oltre 110 mila processi, con percentuale di condanne a morte altissima. Per la maggior parte lo stermino si svolse nel Nord del Vecchio Continente e nelle zone alpine e rurali, in cui erano più radicati riti, usanze e credenze pagane e magiche. Si calcola che so- lo in Germania vi furono oltre 50 mila processi. In Italia il fenomeno si manifestò principalmente in Lombardia, Piemonte, Toscana, Trentino e Alto Adige, dando luogo, secondo stime, 5 mila roghi. In Val Camonica, tra il 1505 e il 1521, vi fu una delle persecuzioni più pietate e documentate, con almeno 60 roghi.

Le dispute intellettuali sull’esistenza delle streghe e se fosse giusto associare stregoneria e magia al satanismo non cessarono mai per tre secoli. Umanisti importanti come Erasmo da Rotterdam e Pietro Pomponazzi nel Cinquecento, o filosofi come Pierre Gassendi e Nicolas Malebranche il secolo seguente, per arrivare fino a Voltaire e Montesquieu nel Settecento, manifestarono scetticismo o condannarono duramente i roghi, senza però intaccare nei fatti le certezze della maggior parte degli intellettuali e di coloro che erano al potere, che continuarono a non dubitare della esistenza delle streghe e della conseguente necessità di bruciarle vive. Esemplificativo di questo orientamento è la posizione di Jean Bodin, filosofo e giurista francese, teorico dello stato di Diritto, che scrisse anch’egli nel 1580 un testo (De la demonomanie des sorciers – Sulla demonomania delle streghe) sulla necessità di bruciare le streghe in cui, tra gli altri, accusava di stregoneria perfino Pico della Mirandola, colpevole di conoscere la Cabala e di perseguire un sincretismo filosofico. Nel Settecento gli illuministi lombardi, napoletani e veneti, partendo dalla pubblicazione del trattato “Del congresso notturno delle lammie” dell’abate Gerolamo Tartarotti, in cui si condannavano i processi e i roghi, iniziarono un dibattito su stregoneria e magia, che ebbe echi considerevoli anche fuori d’Italia, soprattutto nella cultura di lingua tedesca, e che portò alla fine della persecuzione. Secondo studiosi come Parinetto, la fine della caccia alle streghe, si può interpretare come l’atto di un processo in cui ragione, modernità e religione trionfanti, come despoti illuminati, dopo aver annichilito tutto ciò che non era assimilabile alla cultura dominante, riconoscono l’infondatezza dell’equazione magia uguale satanismo. Sconfitta definitivamente la visione di un mondo fatto di saperi qualitativi e alchemici, per fare spazio a uno quantitativo, razionale e riduzionista, il capro espiatorio rappresentato dalle streghe non aveva più ragione di essere. Sempre secondo Parinetto, questo processo ha posto le basi per la nascita di nuovi rapporti economici, preludio necessario alla nascita del sistema capitalista. Ma la tendenza a

cercare capri espiatori da espellere non finirà con l’epoca dei Lumi e la modernità. Il suo posto nei secoli seguenti sarà preso da: zingari, vagabondi, ugonotti, omosessuali e da tutte quelle persone e popolazioni non “assimilabili”.

Stefano Ferri

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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