La condanna di Galileo Galilei

Quello di Galileo Galilei è forse il caso più emblematico del conflitto fra fede e scienza. Lo scienziato pisano (1564-1642) visse nell’epoca immediatamente successiva alla Controriforma. Il contrasto dottrinale che era seguito alla “ribellione” di

Galileo_GalileiQuello di Galileo Galilei è forse il caso più emblematico del conflitto fra fede e scienza. Lo scienziato pisano (1564-1642) visse nell’epoca immediatamente successiva alla Controriforma. Il contrasto dottrinale che era seguito alla “ribellione” di Martin Lutero (l’affissione delle 95 tesi a Wittenberg, il 31 ottobre 1517) non era ancora risolto. Era stato caratterizzato per vari decenni da uno stretto intreccio fra religione e politica. La Chiesa, con il Concilio di Trento, dal lungo e tormentato cammino (1542-1564), aveva tentato di arginare gli effetti dello scisma, riuscendovi solo in parte. Sul terreno squisitamente teologico il Concilio aveva indubbiamente fornito delle risposte e fissato i cardini della dottrina cattolica. Ma non aveva arrestato il dilagare dello scisma.

L’Inquisizione poteva operare con successo nei territori in cui il potere politico continuava a riconoscersi nella Chiesa romana. Altrove – come in Francia – il conflitto, dai connotati del tutto politici, fra cattolici e ugonotti aveva investito in pieno anche la corte, con lacerazioni che avrebbero raggiunto il culmine nella terribile notte di San Bartolomeo (24 agosto 1572). Essere liberi pensatori in quei tempi comportava un rischio mortale. Ma anche agli spiriti religiosi che intendevano mettere in discussione aspetti dottrinali e filosofici, pur restando all’interno della comunità ecclesiastica, erano negate libertà di indagine e di speculazione. La fase più acuta della restaurazione si manifestò fra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII. La dogmatica tridentina non ammetteva deviazioni e soprattutto era implacabile nella difesa di un principio assoluto: l’autorità indiscutibile delle Sacre Scritture. La scienza era legittimata solo fino al punto in cui non entrava in rotta di collisione con le Scritture. Un grande scienziato polacco, Niccolò Copernico (Mikolaj Kopernik) aveva elaborato molti anni prima la rivoluzionaria teoria dell’eliocentrismo, che – capovolgendo i principi della teoria geocentrica di Tolomeo, consacrata dall’autorità di Aristotele – nessuno aveva ancora osato mettere in discussione. Col suo “De revolutionibus coelestium”, in reltà Copernico aveva dato fondamento scientifico ad una ipotesi che già nel III secolo avanti Cristo Aristarco di Samo aveva avanzato, senza riuscire a dimostrarla.

Il libro di Copernico fu pubblicato nel 1543 il giorno della morte dell’autore. Fu naturalmente avversato dalla Chiesa, ma per alcuni decenni non diede eccessivamente fastidio. Il dibattito sull’astrofisica era oscurato da conflitti geopolitici di ben più vaste dimensioni. Galileo Galilei venne a contatto con le teorie copernicane nell’ultimo decennio del sedicesimo secolo e vi aderì. Galileo ero un uomo di scienze dalla mente poliedrica, curioso, osservatore, indagatore, si impose con importanti trattati in matematica, fisica, architettura, meccanica… Amava la scienza, ma amava anche il vino e la buona tavola, aveva uno spiccato senso degli affari (fece propria, perfezionandola, la scoperta del cannocchiale, riuscendo a ricavarne quei benefici economici che i magri emolumenti come docente universitario a Pisa e a Padova gli negavano): era nutrito di sincera fede cattolica, ma aveva anche una fede smisurata nel cervello umano. Un po’ troppo, secondo la Chiesa. La quale, pur governata agli inizi del XVII secolo da uomini (Barberini, Bellarmino) assai più illuminati dei primi controriformatori, non poteva accettare che l’autorità della Bibbia potesse essere messa in discussione. Nel Sacro Collegio c’era un astronomo di valore, Cristoforo Clavio, che non aveva difficoltà ad ammettere che il sole stava fermo e la terra vi girava intorno. Ma questa verità non poteva diventare una verità alternativa alla Bibbia, come stava avvenendo con il crescente prestigio di Galileo, ormai divenuto un’autorità assoluta in campo scientifico. Questa autorità scientifica non poteva competere con quella delle Sacre scritture. In realtà, Galileo “era convinto della possibilità di dimostrare che i testi sacri non contengono – se bene interpretati – alcuna affermazione in reale antitesi con la verità copernicana” (Ludovico Geymonat). Bertolt Brecht, nella memorabile “Vita di Galilei” gli fa dire: “Scopo della scienza non è tanto quello di aprire una porta all’infinito sapere quanto quello di porre una barriera all’infinita ignoranza”. Ma la Chiesa non voleva ammettere che il principio della mobilità del sole (celebrato dalla famosa invocazione di Giosuè) potesse essere ridotto a favoletta.

Un primo processo a Galileo (1616) si concluse con la condanna delle proposizioni chiave (Sol est centrum mundi e Terra non est centrum mundi), ma senza conseguenze personali per Galilei, che pensò di aver così ottenuto una sorta di salvacondotto permanente. Ma così non era. Sotto il pontificato di Maffeo Barberini (Urbano VIII), anche per ragioni politiche (dalla corte pontificia erano stati allontanati tutti i soggetti spagnoli o spagnoleggianti, che appoggiavano lo scienziato pisano) il caso Galileo riesplose. Lo scienziato fu convocato a Roma (febbraio 1633), ormai anziano e già con la vista compromessa (era avviato alla cecità), e “fu fatto inginocchiare durante la lettura della sentenza che lo condannava all’incarcerazione. Mentre era ancora inginocchiato G. ritrattò formalmente il suo errore” (William Shea). Abiurando, Galileo salvò la vita, ma fu condannato alla residenza coatta per il resto della sua vita (una sorta di “arresti domiciliari”). Nei suoi ultimi anni, anche dopo essere diventato completamente cieco (1638), Galileo continuò a studiare e ad approfondire le sue scoperte, fornendo ulteriori contributi all’avanzamento delle scienze matematiche e meccaniche. Molti dei suoi discepoli deplorarono allora la sua abiura.

Viltà? Prudenza? Calcolo? L’eroismo della fermezza (come in Giordano Bruno, arso vivo nel 1600) e la sicura condanna a morte avrebbero meglio servito la causa della scienza e del progresso? Il dibattito è ancora aperto. Ma forse vale ricordare quello che Brecht fa pronunciare a Galileo ormai vicino alla morte: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.

Piero Pantucci

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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