La denuncia di Betye Saar: “noi donne, ieri in catene oggi ancora schiave in casa”

Entrando nella sala dedicata alla mostra di Betye Saar, artista novantenne afroamericana, mi arriva un intenso profumo di agrumi: una delicatezza per creare un’atmosfera di casa? O qualcuno che, passato prima di noi, ha sbucciato

Entrando nella sala dedicata alla mostra di Betye Saar, artista novantenne afroamericana, mi arriva un intenso profumo di agrumi: una delicatezza per creare un’atmosfera di casa? O qualcuno che, passato prima di noi, ha sbucciato un mandarino o un’arancia? Me ne dimentico subito, non ne parlo neanche con Stefano, che è con me in questa visita in anteprima per la stampa. Forse è il mio olfatto che mi gioca qualche scherzetto, penso… e così non avrò mai la risposta, se non dando un colpo di telefono in Fondazione per appurarlo. Poco male, perché l’attenzione è presto catturata dalle opere in mostra. Betye Saar: Uneasy Dancer, ovvero “danzatrice incerta” è il titolo della retrospettiva antologica di lavori creati dall’artista dal 1966 al 2016 – più di 80 opere – curata da Elvira Dyangani Ose (nella foto, la giovane donna di colore alle spalle dell’artista).

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Cresciuta negli anni della Grande depressione a Pasadena e a Los Angeles, nel ghetto nero di Watts, oggi Betye Saar vive e lavora nel sud California, vicino a Hollywood “ma in mezzo alla natura”, dice, “tra gli alberi e le volpi”. Negli anni Trenta, in compagnia della nonna, vide sorgere le Watts Tower di Simon Rodia. E il suo primo ricordo artistico è proprio ispirato a quelle Torri. La costruzione, prolungatasi per 33 anni, fu decisiva nello stimolare in lei la convinzione che i materiali di recupero potessero esprimere un contenuto spirituale oltre che tecnologico. Ecco perché i suoi lavori sono fatti di cose trovate, che diventano collage, miniature, assemblage, installazioni (valige, tabernacoli, voliere, scatole vecchie, cornici e finestre, strumenti musicali, poster pubblicitari rivisitati…). Rappresentano simboli di ideologie non ancora tramontate, tra temi razziali e condizione femminile. Oggetti che le provocano emozioni, le evocano storie di persone qualsiasi, fantasmi del passato. Come sostiene l’artista, la sua arte “ha più a che fare con l’evoluzione che con la rivoluzione, con la trasformazione delle coscienze e del modo di vedere i neri, non più attraverso immagini caricaturali o negative, ma come esseri umani”. Dai suoi diorami sorridono “mamy” grassottelle e bonarie, circondate da fucili e coltelli: un grande lavoro (paziente, quasi certosino nella tecnica) per denunciare le immagini denigratorie dei neri americani che scaturivano da pubblicità e grafiche di sciroppi e saponette. E’ così che Betye Saar riesce a sviluppare una potente critica sociale che sfida gli stereotipi razziali e sessisti radicati nella cultura americana.

Della mostra di Betye Saar abbiamo visto tutto e fotografato quasi tutto, siamo molto soddisfatti, è ora di andare. Ma mentre stiamo per uscire, ecco la sorpresa: arriva lei, portamento regale, camminata sicura nonostante il bastone, Betye si aggira tra le sue opere mentre attira lo sguardo dei presenti. Tra le dichiarazioni che ha rilasciato, ne cito una (da Repubblica), molto importante per l’universo femminile e, come già detto, anche tema di suoi molti assemblage: “La vita domestica è un’altra forma di schiavitù. Lavare i panni, cucinare, curare i bambini, ma anche mantenere un bell’aspetto, essere dolci e sexy, sono catene che non permettono alla donna di conoscersi ed essere libera”. Prima di andarcene facciamo un salto al Bar Luce per un caffè e uno sguardo (solo uno sguardo, sob!) all’irresistibile vetrina dei dolci di Marchesi, storica pasticceria milanese. Che luogo affascinante questa Fondazione Prada, da frequentare ogni volta che desideriamo e dove, ogni volta, possiamo scoprire qualcosa di nuovo o qualcosa che prima ci era sfuggito. Beaty Saar. “Uneasy Dancer”, a cura di Elvira Dyangani Ose. Fino all’8 gennaio.

Fondazione Prada – largo Isarco 2, tel 02 56662611
Servizio Visitatori: tel 02 56662612; visit.milano@fondazioneprada.org

Giovanna Tettamanzi

I laboratori della Compagnia Marionettistica Colla

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L’Accademia è il primo progetto della Fondazione Prada dedicato all’infanzia, la cui programmazione – curata dalla neuropediatra Giannetta Ottilia Latis – vuole creare un luogo nel quale proposte culturali legate all’arte, al cinema e alla scienza si aprano a un dialogo tra generazioni. Ora l’Accademia propone “Burattini, marionette… robot e bambini veri” che si sviluppa in una serie di laboratori, eventi e proiezioni fino a gennaio 2017.

L’oggetto animato (burattini, marionette, robot) porta in sé l’idea del doppio, esperienza fondamentale nello sviluppo del bambino e nella storia dell’uomo. Attraverso il doppio, il bambino e l’adulto elaborano un’immagine di sé e si mettono alla prova con ciò che è esterno a loro. I burattini, le marionette e i robot sono utilizzati nelle loro diverse forme per realizzare una serie di attività con i piccoli per approfondire questa fondamentale esperienza. I laboratori, gratuiti, sono condotti da Eugenio Colla e Piero Corbella della storica Compagnia Marionettistica Carlo Colla e Figli. Negli spazi dell’Accademia e della Biblioteca viene proiettata inoltre una selezione di documenti video tratti dall’archivio storico della Compagnia.

I laboratori si concluderanno il 22 e 23 ottobre con la messa in scena di uno spettacolo originale tratto dal racconto “Il Gigante Egoista” di Oscar Wilde, a cura della Compagnia. Calendario completo delle attività al link: www.fondazioneprada.org/accademia-dei-bambini/

G. T.

(Ottobre 2016)

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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