“La grande scommessa”, un film per capire la finanza americana (e nostrana)

“La grande scommessa”, film diretto da Adam McKay (tra gli attori Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling e Brad Pitt), basato su un libro del giornalista finanziario Michael Lewis, racconta in chiave quasi sovversiva le perverse

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“La grande scommessa”, film diretto da Adam McKay (tra gli attori Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling e Brad Pitt), basato su un libro del giornalista finanziario Michael Lewis, racconta in chiave quasi sovversiva le perverse storture del sistema capitalistico che hanno portato a quella che è passata alla storia come la “grande recessione” del 2007. Il film segue le vicende di un certo numero di soggetti che scommisero sul crollo delle obbligazioni bancarie sui mutui immobiliari, intuendo in anticipo l’imminenza di una crisi i cui segnali furono in principio sottovalutati dalla maggior parte degli investitori e degli economisti.

Il grande merito del regista è di riuscire a spazzare via luoghi comuni e banalità sulla crisi economica per raccontare, con crudo realismo, i meccanismi perversi di folli operazioni finanziarie. “La grande scommessa” consente di concepire la crisi in maniera diversa rispetto a quella consueta, portando la mente del pubblico alla considerazione delle bassezze morali, oltre che delle spregiudicatezze economiche, quali reali cause scatenanti. Adam McKay punta direttamente il dito contro ciò che ha rovinato carriere, futuro e vite. Egli pone la lente d’ingrandimento sopra la sporcizia culturale, politica ed economica, assemblando il tutto in un mosaico così densamente concentrato da risultare un unico blocco; un tutt’uno così ben amalgamato da risultare più preciso di una dettagliata analisi economica. L’influenza de “La grande scommessa” è diretta ma, per certi versi, persino subdola.

Essa agisce come un trapano silenzioso sull’attività mentale di chi ha la sensibilità di capire la pesante significatività di sfumature sottili e la sfacciata, quasi insolente leggerezza con cui vengono dipinte situazioni al contrario gravi. Ecco allora che dopo essersi alzati dalla poltrona del cinema, anche la recente crisi della quattro piccole banche italiane si pone sotto una luce diversa. La differenza, naturalmente, è sostanziale: il salvataggio di Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e CariChieti, da anni in grave difficoltà a causa di cattive pratiche di amministrazione e già commissariate, è avvenuto tramite il cosiddetto “bail in”, un sistema che prevede di salvare una banca utilizzando i soldi degli investitori anziché quelli dello Stato (operazione che viene al contrario denominata “bail out”). Nessun correntista o investitore in prodotti finanziari ordinari ha perso i propri soldi (in Italia, tra l’altro, i depositi sul conto corrente sono assicurati fino a 100mila euro). Coloro che hanno perso il proprio denaro sono i soggetti che hanno investito risparmi nelle azioni della banca oppure in obbligazioni subordinate. Il salvataggio delle quattro banche è avvenuto attraverso la creazione di “banche ponte” al posto delle vecchie. A ciascuna banca ponte, il cui capitale è stato ricostituito dal neonato Fondo di risoluzione, sono state affidate tutte le attività diverse dai prestiti in sofferenza, cioè quelli la cui riscossione è incerta perché i debitori sono insolventi o in grave difficoltà. Tutte le sofferenze sono state poi trasferite in un’unica “bad bank”. Chi ha pagato il salvataggio delle quattro banche sono quindi gli azionisti, chi aveva investito in obbligazioni subordinate, che sono quelle più redditizie e più rischiose, e, in generale, tutto il complesso sistema bancario italiano che alimenta il Fondo di risoluzione.

Una situazione, dunque, profondamente diversa rispetto a quella raccontata nel film, che ha determinato effetti così drammatici da risultare al contrario incalcolabili. E “La grande scommessa” di Adam McKay permette proprio di comprendere a pieno, spesso anche attraverso siparietti esplicativi, le profonde diversità tra lo scenario economico italiano attuale e quello di matrice americana da poco alle spalle, il cui esito, nonostante il recente ottimismo, risulta essere, posta la sua enorme portata, ancora decisamente incerto. E ciò perché le difficoltà finanziarie del segmento dei mutui subprime e dei CDO (che sta per “Collateralized Debt Obligation”, strumenti obbligazionari che hanno come garanzie un altro debito, spesso talmente complessi da non essere ricostruibili neanche da chi li ha formati), vera causa della crisi divenuta palpabile nel 2007, si sono trasmesse ai mercati monetari, al mercato delle cambiali, a quello dei mutui primari, del credito alle imprese e, addirittura, ai paesi emergenti. A ciò hanno fatto seguito diversi fallimenti bancari (generalmente si ricorda il nome del colosso Lehman Brothers, ma sono fallite anche tante piccole banche ed istituzioni finanziarie) e numerosi salvataggi e acquisizioni forzate. Con conseguenze drammatiche per piccoli e grandi risparmiatori e per le condizioni di vita di ogni singolo soggetto cittadino del mondo.
La potenza de “La grande scommessa”, dunque, è proprio questa: la capacità di evitare di entrare in quelle categorie pericolose della banale generalizzazione attraverso un’attività di stimolazione mentale così mirata da riuscire a far discernere allo spettatore lo scenario economico attuale da quello appena trascorso, di cui viviamo ancora gli effetti.

Giuseppe Ferrara

(Febbraio 2016)

 

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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