La guerra non si misura “a centimetri”

Le epidemie saranno le guerre di questo secolo. Non avevamo manco finito di dirlo che arriva una “bella guerra” old style che emerge dal secolo scorso. Per mesi abbiamo discusso se la pandemia poteva rappresentare

Le epidemie saranno le guerre di questo secolo. Non avevamo manco finito di dirlo che arriva una “bella guerra” old style che emerge dal secolo scorso. Per mesi abbiamo discusso se la pandemia poteva rappresentare una sorta di guerra per gli adolescenti che una guerra non l’avevano mai vista e, almeno alle nostre latitudini, sembrava davvero improbabile che potessero vedere. Ed ecco che lo spettro si materializza. E se la responsabilità che il mondo adulto può accollarsi rispetto alla diffusione di una pandemia è comunque “indiretta”, rispetto a una guerra no. Naturalmente si tratta di responsabilità di livello diverso: si va dal pazzo criminale a chi ha contribuito in vario modo, più o meno dolosamente, a creare un mondo così poco“umano”.

Come diceva Fabrizio De Andrè nella bellissima “Canzone del maggio”, “anche se voi vi credete assolti, siete tutti coinvolti”. Sì, siamo tutti coinvolti nello spettacolo di noi che stiamo dando agli adolescenti che sono passati, senza soluzione di continuità, dalla Dad alla guerra.

Certo, c’è una bella differenza tra chi le bombe ce l’ha sulla testa e chi le vede in televisione, ma si apre comunque un’ulteriore breccia nelle loro già fragili sicurezze, perché ormai nessuno può escludere che quelle bombe potrebbero arrivare dovunque. Il fallimento della generazione dei nonni e dei padri degli adolescenti odierni è sotto gli occhi di tutti; non basta una transizione ecologica per salvare il mondo, ma serve una “transizione mentale”.

Come spiegare la guerra agli adolescenti, si chiedono i genitori e gli insegnanti più accorti, ma ugualmente “disarmati”? Li mandiamo tutti, in fila per due, dagli psicologi proponendo una sorta di “paga uno prendi due” con i postumi da pandemia? Forse dovrebbe venirci in mente che, più che agli effetti dei danni che produciamo a ripetizione, dovremmo cominciare ad intervenire sulle cause e, soprattutto, avere la forza di guardare, come le giraffe, un po’ più avanti.

Per prima cosa dovremmo insegnare agli adolescenti – ma probabilmente dovremmo prima insegnarlo a noi stessi – che le guerre non si misurano con il centimetro in base alla distanza, a volte anche solo emotiva, da casa nostra. Non ci sono vittime di serie A e di serie B; non ci sono profughi di serie A e profughi di serie B. Negli ultimi anni gli eccidi di popolazioni inermi, a due passi da qui, sono stati tantissimi.

La reazione che abbiamo avuto nei confronti dell’Ucraina è quella giusta ma, come scriveva Orwell nel suo profetico “La fattoria degli animali”, non possiamo comportarci con la filosofia del “tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri” e – soprattutto – non possiamo insegnare questo agli adolescenti.

Difficile rimediare agli errori fatti, ma che almeno questa tragedia serva a farcene fare meno in futuro. A guardare un po’ più avanti rispetto al nostro naso. Come le giraffe.

Disegno di Portos 

Maurizio Tucci è nato a Potenza si è laureato in Ingegneria presso l’Università di Bologna e vive a Milano dal 1992. Lavora nel campo della comunicazione e della ricerca sociale. Ideatore e curatore dell'indagine "Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani" realizzata annualmente dalla Associazione no-profit “Laboratorio Adolescenza”, di cui è fondatore, e dall’Istituto di Ricerca IARD. È Presidente della Associazione “Laboratorio Adolescenza” e membro del Consiglio Direttivo della dalla Società Italiana di Medicina dell'Adolescenza. Giornalista e scrittore, collabora dal 1995 con il Corriere della Sera. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche e saggi e ha scritto tre romanzi.

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