La Milano che piace a me – Intervista a Lionello Cerri, patron dell’Anteo Spazio Cinema

Finalmente siamo tornati al cinema. Con le mascherine Ffp2 e supergreen pass, ma a capienza piena. Per il cinema il bilancio della pandemia è drammatico. Secondo i dati Anec (l’Associazione degli esercenti cinematografici), le sale hanno

Finalmente siamo tornati al cinema. Con le mascherine Ffp2 e supergreen pass, ma a capienza piena. Per il cinema il bilancio della pandemia è drammatico. Secondo i dati Anec (l’Associazione degli esercenti cinematografici), le sale hanno segnato perdite per oltre il 70 per cento rispetto al periodo pre-pandemico. E mancano all’appello ben 500 schermi su circa 3600 attivi nel 2019. «Resistere è stata dura. Lo sforzo richiesto a tutti noi che operiamo nel settore, è adesso quello di riportare il pubblico nelle sale cinematografiche, anche perché il surrogato digitale che molti hanno giustamente praticato nei giorni di chiusura ha soddisfatto sì un bisogno primario immediato, ma ha accesso ancora di più l’urgenza della condivisione», racconta con il suo proverbiale understatement Lionello Cerri, patron di Anteo Spazio Cinema che gestisce ben 17 sale, distribuite nel capoluogo lombardo, oltre che a Monza, Cremona e Treviglio. «Le sale cinematografiche rappresentano un prezioso “bene comune” un inestimabile patrimonio collettivo di storia, socialità e cultura, e non possono essere considerati solo degli esercizi commerciali. Sono luogo di socialità e vanno difese. Senza comunità non c’è cultura, nemmeno nel cinema. E senza cultura non ci sarà ripresa del Paese».

Lionello Cerri sa perfettamente che il sistema Anteo (Palazzo del cinema in piazza 25 aprile, Anteo City Life e Ariosto) con la straordinaria articolazione della propria proposta, è parte non irrilevante dell’offerta culturale della città di questi ultimi anni che produce un valore sociale ed economico imprescindibile per la comunità. Qui gli irriducibili che amano il cinema di qualità vengono a vedere film indipendenti, opere prime, pellicole in lingua originale e sottotitolate in italiano, documentari, lungometraggi snobbati dalle grandi distribuzioni. «I milanesi vivono ancora il cinema come una missione, un raduno di piazza, un dovere innanzitutto civico, come bene di prima necessità specie in questi anni in cui la cultura, accompagnando la metamorfosi e la rinascita di Milano, è diventata una leva di rinascita».  

L’abitudine alla fruizione dei film sulle piattaforme, durante il lockdown, ha cambiato le modalità di consumo del cinema?

«Lo zoccolo duro del pubblico ha resistito e si è adeguato alle regole: mascherine, distanziamento, capienze ridotte poi tornate piene, super green pass e ora anche mascherine ffp2. Il cinema non perde la sua potenza narrativa. Fa sognare, piangere, pensare, sperare. Aiuta a guardare la vita da altri e diversi punti di vista. Ma la visione di un film è sempre meno un “evento” sociale” data anche la facilità di fruizione dei film sul web, sulle pay-tv on demand, su smartphone, computer e tablet».

Le sale rischiano di perdere il loro potere attrattivo?

«Guardo al futuro con ragionevole ottimismo. Il cinema è una sorta di rito collettivo che plasma il senso dello stare insieme. La sala resta il pilastro, ma conviverà con la piattaforma. Non bisogna aver paura dello streaming, però servono regole certe per armonizzare le uscite in sala e su piattaforma, le famose ‘finestre’ attualmente in Italia regna l’assoluta deregulation: pensiamo che 90 giorni tra l’uscita in sala e la programmazione sulla piattaforma siano un passo iniziale. La proiezione però non basta più. Le sale del futuro si devono riappropriare di quella componente intrinseca che le designava come luogo di aggregazione, di incontro dove è possibile confrontarsi, scambiare pareri, emozioni, sensazioni, fare amicizia. Ampliando l’offerta di servizi e trasformando le sale stesse in hub polifunzionali: centri di sperimentazione e produzione artistica, laboratori teatrali, sale musicali, sale studio, media-biblioteche, librerie, spazi per i diversi tipi di ristorazione, spazi per il coworking, conferenze e attività educative. Le iniziative che produciamo con il sistema Anteo vanno in questa direzione».

C’è la città di Milano al centro della trama del nuovo film di Silvio Soldini 3/19 che ha prodotto la sua Lumiere & Co.

«La Milano del film è fatta di contrasti. Perfetta per questa storia. Al centro della trama la vita di Camilla, avvocatessa di successo dell’alta finanza milanese (un’intensa Kasia Smutniak – Ndr). Camilla vede la città dall’alto. Una Milano, algida, inaccessibile e quasi indifferente a chi la abita. Milano con i suoi grattacieli di acciaio e vetro e le terrazze fiorite che ne definiscono lo skyline, le gru che si stagliano all’orizzonte, le multinazionali, le sale riunioni, gli affari da milioni di euro. Almeno fino a quando in una notte di pioggia un incidente stradale non le sconvolgerà la vita e la costringe a scendere in strada, e scoprire la Milano delle mense dei poveri e dei centri di accoglienza, di una umanità in lotta per la sopravvivenza.  In nessun’altra città queste due anime così forti e situate agli estremi coesistono senza toccarsi».

Kasia Smutniak in una scena del film 3/19 di Soldini.

Milano in una immagine?

«La Stazione Centrale: esprime il dinamisno della città. Gente che parte, gente che arriva, ma anche gente che sta lì, ai margini del flusso: barboni, mendicanti. Potrei passarci giornate intere, seduto in un angolo, a guardare quel che succede. Era già tutto nello stupore che gli emigrati meridionali provavano quando arrivavano a Milano. Appena scesi alla Stazione Centrale, si trovavano davanti il Pirellone. Comprendevano immediatamente di essere in un altro mondo, diverso da quello da cui venivano». 

Il suo rapporto con Milano?

«Amo Milano  e non la cambierei con nessun’altra città. Mi piace come è cambiata negli anni, più aperta, più curiosa, più viva, meno provinciale. Certo, Milano non è perfetta, c ’è ancora un problema di povertà, la condizione delle periferie potrebbe essere migliore e la solidarietà, un valore che è un fiore all’occhiello della città, potrebbe essere ancora più sentita». 

Come racconterebbe Milano?

«Milano è un nodo. Nodo di flussi di idee, iniziative, interessi, risorse finanziarie, attività d’impresa. E di persone. Milano tiene insieme il glamour della moda e del design e una fitta rete di associazioni e onlus che si occupano di sociale. Iperattiva e cosmopolita, arricchita di mille influenze e contaminazioni, che ha saputo assorbire come nessun’altra città italiana. Nell’epoca della dominazione romana, Milano era chiamata Mediolanum, che significa “sta in mezzo”. Ecco Milano è una città che “sa mediare”, farsi luogo di incontro, di condivisione e relazione tra generi e generazioni, tra popoli e culture, tra centro e periferie, urbano e rurale, locale e globale, virtuale e reale». 

È unica perché?

«Perché ti fa credere di avere sempre una possibilità. Che stia sempre cominciando qualcosa, che ci sia sempre qualcosa che accade e che non possiamo perdere».

Le urgenze cruciali su cui riflettere e investire energie e risorse?

«Casa, integrazione e cultura. Servono risorse adeguate a un bene primario come la cultura. Una città che riesce a far vivere il piacere di condividere cultura, è una città bella. La città è ricchissima di fermenti e iniziative dal basso, altrettanti fermenti di buone pratiche che una amministrazione pubblica deve saper ascoltare, cogliere e valorizzare, decentralizzando la produzione culturale in nuovi spazi, generando così una circolarità virtuosa di saperi e pratiche. La cultura in periferia non deve però mai essere cultura periferica». 

Quale futuro immagina per la nostra città?

«Mi auguro che rappresenti ancora di più un modello di inclusione e contemporaneità. Capace di tenere insieme le differenze, le eccellenze e le fragilità. Che sappia far convivere l’attrattività con l’accoglienza. Spero che la Milano di domani sarà una città dinamica, ma non più frenetica».

Lionello Cerri

Milano ridisegna la mappa dei cinema. Fino a non molto tempo fa, attorno a corso Vittorio Emanuele, c’è n’era una lunga infilata, su entrambi i lati, fino ad arrivare in piazza San Babila.  Ora ci sono solo negozi. Chiudono anche uno l’Arlecchino, in via San Pietro all’Orto e l’Odeon, diventerà un maxi centro commerciale di lusso.  Ora il nuovo distretto culturale ruota attorno al Palazzo del cinema a due passi dalla Fondazione Feltrinelli. E i  giovani vanno a CityLife.

«La gente non sceglie solo il film, ma anche il cinema e l’affetto per l’Anteo non è mai mutato. Chi  ha cominciato a frequentare l’Anteo 40 anni fa ha continuato a farlo. E se ne sono aggiunti, nel frattempo, molti altri. Gli spettatori di via Milazzo arrivano da tutti i quartieri e dall’hinterland e noi vogliamo incentivare uno scambio il più possibile completo». 

L’avventura dell’Anteo inizia nel maggio 1979.

«Eravamo tre amici con poco più di 13 milioni di lire in tasca racimolate fra nonni e zie, e avevamo già visto 50 sale milanesi senza successo. Alla fine scegliemmo quello spazio in via Milazzo, in una zona della città che a quei tempi non di certo non era di moda come adesso. Un palazzo, costruito negli anni ’30, è stato Casa del Fascio e poi sede milanese del Partito Comunista Italiano, prima di diventare cinema popolare negli anni Cinquanta. Per l’inaugurazione della sala principale viene scelto come film Tano da morire di Roberta Torre. La filosofia? Titoli di qualità, film in lingua originale, nessuna vendita di popcorn».

Nel settembre 2017 Anteo si rinnova trasformandosi nel Palazzo del Cinema.

«Il nome Palazzo del Cinema è un po’ pomposo, ma era giusto così perché si estende su 5.500 mq (il Comune di Milano, proprietario dell’Immobile, ne ha concesso la gestione per 28 anni all’Anteo che ha interamente sostenuto i lavori di restauro –  Ndr). Anteo Palazzo del Cinema non è certamente un multisala, ma un luogo in cui vivere la cultura a tutto tondo. Un “luogo di incontro”, dove il pubblico può accedere indipendentemente dall’offerta cinematografica. C’è la libreria, il ristorante, un caffè letterario, e persino una nursery. Si crea così, attorno al cinema, un senso di comunità.  Con proiezioni sin dal mattino».

Dalle 4 originarie sale si è passati a 11 sale cinematografiche ribattezzate, con il nome di quelle che non ci sono più: Abanella, Excelsior, Ciack, Abadan, Rubino, Astoria, De Amicis, President, Obraz. 

«Un omaggio ad alcune sale storiche purtroppo scomparse ma che sono rimaste nel cuore degli spettatori. Milano è stata dall’inizio del ‘900 fino agli anni ’70 una città ricchissima di sale cinematografiche. Non vi era periferia o rione che non avesse il suo cinema dove venivano proiettate solo seconde e terze visione. Persino a inizio secolo, Milano ospita già più di cinquanta sale cinematografiche. Nel 1955 le sale cinematografiche presenti in città erano circa 130: 41 sale in centro, 49 tra le mura spagnole e la cerchia esterna dei Navigli e 36 in periferia. Oggi ne sono rimaste meno di trenta e 223 schermi»

Uno dei primi cinematografi a Milano?

«Il cinema Centrale, in via Torino, ospitato nella Casa de’ Grifi, un palazzo cinquecentesco realizzato dal Bramante che ospita uno dei cortili più belli della città. È ancora in attività. Quando ha aperto i battenti, nel 1907, si chiamava Cinematografo Mondial ed era, con le due sale da 220 e 145 posti, il primo minuscolo multisala in Italia. Non esiste più invece il Cinema Dumont, inaugurato nel 1910 contava oltre 500 posti a sedere, all’interno di una bella palazzina liberty in zona Porta Venezia, tra via Melzo e via Frisi. Nel dopoguerra il locale viene trasformato prima in autosalone e successivamente in sede dell’Autoambulanza Croce Santa Rita.  Oggi il palazzo ospita la biblioteca del quartiere».

Il cinema all’aperto targato Anteo da giugno a settembre illumina le serate milanesi estive.

«Anteo ha sempre cercato di andare oltre i muri e oltre la definizione classica della sala cinematografica. Risale al giugno del 1989 l’apertura in collaborazione con il Comune di Milano, del primo ”AriAnteo” alla Rotonda della Besana, a cui negli anni si sono susseguite location diverse, ma sempre suggestive e prestigiose, come il chiostro della Chiesa di Santa Maria dell’Incoronata, un luogo affascinante e poco conosciuto della città».

In aggiunta alle tre arene estive Palazzo Reale, Triennale, Chiostro dell’Incoronata, la novità della  scorsa estate, è stato il cinema itinerante che Anteo – insieme a Fuoricinema e in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano – ha organizzato in otto Municipi milanesi. 

«Il cinema è andato in periferia su quattro ruote, con uno schermo gonfiabile largo dieci metri, un proiettore 2K, trecento posti con audio in cuffia. Il progetto non vuole sostituirsi a una proposta cinematografica già esistente, l’intento è quello di allargare la platea di spettatori raggiungendo zone caratterizzate da un’alta concentrazione di popolazione ma non facilmente raggiunte dall’offerta cinematografica. Piazze che, grazie al cinema, rinnovano la propria veste di luogo di incontro, aggregazione e condivisione. L’iniziativa ha riscosso il favore degli spettatori. Sotto due profili: quello sociale e quello culturale. Segno che abbiamo intercettato un bisogno reale». 

Il Cinema può essere insomma il mezzo per creare nuove piazze urbane partecipate?

«Quello che ci interessa non è solo proiettare un film all’aperto ma fare incontrare persone che altrimenti non si incrocerebbero mai. Quello che ci interessa non è solo proiettare un film all’aperto ma fare incontrare persone che altrimenti non si incrocerebbero mai.  L’iniziativa la riproporremo sicuramente anche questa estate. Inoltre non mancheranno gli incontri con personaggi del mondo del cinema e della cultura, in pieno stile Fuoricinema». 

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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