La Milano che piace a me. Intervista al Milanese Imbruttito: «La chiave per vivere a Milano: sense of humor e un sano disincanto»

Per iniziare l’anno con una risata, abbiamo intervistato il Milanese Imbruttito più famoso di Italia. Ovvero Germano Lanzoni (attore impegnato su diversi fronti, protagonista del cinepanettone “Mollo tutto e apro un chiringuito”, e chissà che

Per iniziare l’anno con una risata, abbiamo intervistato il Milanese Imbruttito più famoso di Italia. Ovvero Germano Lanzoni (attore impegnato su diversi fronti, protagonista del cinepanettone “Mollo tutto e apro un chiringuito”, e chissà che altro ancora). Il filo conduttore? L’ironia, che come dice Lanzoni, «è la tavola che ti permette di surfare sulle stonature e imperfezioni della realtà». Il mantra per affrontare il 2022? «Vedere la risata là dove gli altri vedono problemi».

Buoni propositi per il nuovo anno?

«Primo. Portare la family a sciare a Courma, l’ho promesso dal Natale 2020 alle twins. Secondo: alzare la qualità di quello che faccio: più cresce la mia visibilità, maggiore dev’essere la cura, nella speranza sempre di fare cose che mi sorprendono. Tuttavia gli sbatti ci sono. Di cosa si può ridere oggi? Riavremo la normalità? Riuscirà il pubblico a sorridere con la mascherina FFP2?»

Per Milano cosa ti auguri?

«Che rimanga imbruttita (risata). È la sua piacevole condanna. In fondo, Milano è sempre quella: assurda ma speciale. E, soprattutto, direbbe l’Imbruttito, che torni a fatturare».

La formula per far ripartire Milano?

«Cultura e fatturato. Penso in particolare ai lavoratori dello spettacolo, una delle categorie che più ha sofferto delle chiusure».

Secondo te dove sta andando la città?

«Chi lo sa, non è una che si accontenta. Punta sempre a diventare il “top di gamma”. Mi auguro però che non si slanci troppo in verticale (risata). Se da una parte capisco il valore architettonico e simbolico dei grattacieli, dall’altra molti interventi, a volte si riducono a operazioni di mera speculazione».

Cosa vorresti (che non c’è)?

«Più spazi che agevolano i rapporti sociali, per sperimentare quante più sottoculture possibili. Un palco aperto e un microfono a disposizione di musicisti, poeti e comici. Come il Comune mette a disposizione degli street artist i muri, mi piacerebbe che vi fossero anche spazi teatrali, dove gli artisti si possano esprimere. In generale una riappropriazione estetica di luoghi in disuso o degradati può aiutare a restituire all’arte un ruolo civile».

Il writer Raptuz ti ha dedicato un’opera di street art a Turro…

«Non conoscevo il writer, perciò ho pensato che fosse uno scherzo, un gioco realizzato con Photoshop. E ammetto di essere rimasto particolarmente colpito».

Per il lancio del film “Mollo tutto e apro un chiringuito” l’Imbruttito si presenta nell’ufficio del Mayor, Giuseppe Sala.

«Sala è uno straordinario comunicatore, gli auguro un secondo mandato di successi per lui e per la città».

Ti ritrovi nelle caratteristiche del Milanese Imbruttito che interpreti?

«Certo che mi ritrovo, chiaramente il personaggio è imbruttito al 100% e in ogni situazione fa venire fuori l’imbruttimento. Ma direi che le basi del personaggio le avevo inside. Credo però che la gentilezza sia un’arma molto più potente dell’arroganza e nel lavoro mi impegno a essere disponibile ed empatico».

Il tuo rapporto con la città?

«L’amo. Milano è una bellissima donna, compagna, madre, amante. Con lei mi sono sentito capito. È una città da conquistare, che ti mette costantemente alla prova. Un po’ come se ti dicesse: fammi vedere quello che sai fare. Non è previsto rilassarsi. Se non le dai niente però ti abbandona in tempo zero. Se vuoi apparire ciò che non sei, ti massacra».

Milano: meglio di giorno o di notte?

«Nella Milano by night, che è poi quella dove sono cresciuto, c’era un clima di vera rivoluzione poetica. Ho scritto molti dei miei testi e canzoni, tornando a casa dopo le tre di notte, in moto, dopo il cabaret, quando la città si veste di luce e un insolito silenzio ti accoglie nelle vie deserte».

Fanno un po’ ridere i milanesi quando la paragonano a una piccola New York?

«Ma no. Facendo i dovuti distinguo, è molto simile: c’è grande energia, è una città in continuo cambiamento. Qui c’è sempre qualcosa da fare, qualche esperienza da vivere. Solo questo è incredibile, no? E poi, come New York, è la land of opportunities d’Italia».

Quanto è importante per un milanese ridersi addosso?

«Nella gigantografia alla Feltrinelli che vedi quando arrivi col treno alla Stazione Centrale, Gaber, Jannacci e Fo ti accolgono ridendo: e ci regalano la chiave per vivere a Milano, sense of humor e un certo sano disincanto. Il modo di raccontare la città è ironico da sempre, chi la vive l’ha fatto in modo naturale, da Gaber a Jannacci, a Dario Fo, Valdi, Svampa, I Gufi. Il primo Milanese Imbruttito è stato Tino Scotti, era la figura del bauscia-cavaliere, parlava con la velocità di un kalashnikov, celebre il suo motto “Ghe pensi mi” – ma anche a Il Dogui, il “cumenda” interpretato da Guido Nicheli. Ma il primo comico in assoluto che mi ha coinvolto è Renato Pozzetto, rappresenta una grossa fetta della comicità milanese che è il surrealismo. Sua la mitica battuta Taac nel “Ragazzo di campagna” che avrò rivisto centinaia di volte e che riuso».

Per il lancio del film “Mollo tutto e apro un chiringuito” l’Imbruttito si presenta nell’ufficio del Mayor, Giuseppe Sala.

«Sala è uno straordinario comunicatore, gli auguro un secondo mandato di successi per lui e per la città».

Una scena del film “Mollo tutto e apro un chiringuito”.

Una volta l’italiano simpaticone era il romano, adesso grazie al tuo personaggio quantomeno a livello di social si sta invertendo un po’ la tendenza!

«Questa cosa qua ce l’ha detta anche il sindaco. Abbiamo contribuito a rendere di sicuro i milanesi più simpatici (risata). Alla base del successo del Milanese Imbruttito c’è che si ride perché ci si riconosce, o perché ci riconoscono. Milano è ironica e autoironica».

Il primo ricordo importante legato a questa città?

«Alla Scala. Avrò avuto dieci anni, indossavo un completo di velluto marrone, ricordo la vestizione, sembrava quella da Cavaliere della tavola rotonda per accedere nel regno di Camelot. E poi l’impatto con la maestosità del teatro, l’enorme lampadario centrale, che splende con ben 400 lampadine – chissà che impresa pulirlo! – la musica, il balletto. Chissà, forse per questo poi ho sposato una ballerina».

Quando parliamo di Milano che immagine ti viene in mente?

«Sarà banale, la Madonnina che brilla tutta sola in cima alle guglie del Duomo, che protegge con il manto d’oro la città. Come diceva la celebre canzone di Giovanni D’Anzi “Si vegni senza paura, num ve songaremm la man”, Venite senza paura, noi vi tenderemo la mano».

Milano in una canzone?

«”Milano” di Lucio Dalla. Con poche pennellate, ha colto la milanesità. Su una musica dagli accenti jazzati e quasi cinematografica nella sua capacità evocativa, ne descrive, a metà tra l’affettuoso e lo spietato, i tratti amari e dolci, una città moderna e antica, grigia e di una bellezza fiera. Milano che banche, Milano gambe aperte, Milano che ride e si diverte, Milano che quando piange, piange davvero, ti fa una domanda in tedesco e ti risponde in siciliano, Milano che fatica, Milano perduta dal cielo, tra la vita e la morte continua il tuo mistero».

Milano e i giovani: cosa consiglieresti?

«Non correte dietro al successo, ma dietro al vostro talento. Diventate bravi, poi se diventate famosi è un incidente. Perché se diventare famosi non dipende da noi, diventare bravi sì».

Milano fa rima con “dané”.

«Non hai idea di quante cose ho fatto gratis, per Arci, collettivi, centri sociali e così via, per pura passione. Non credo però che il grano sia un male. Se onesto è la dimostrazione del valore di ciò che fai. Mi ricordo l’incontro con i miei founder del Milanese imbruttito. L’ingaggio era chiaro: “Se arriva “il grano” faremo dei video insieme, se non arriva è stato comunque bello conoscerti!”. Passione e idee, senza ritorno economico, piano piano si spengono».

Il palco che ti ha dato la prima vera chance?

«In piazza del Cannone, lì ho condotto un evento per Radio Dee Jay nel ‘94 che mi ha cambiato la vita. Ero andato a una festa e parlando con un organizzatore di eventi mi scappò che facevo gli spettacoli nei villaggi e che facevo un po’ di cabaret. “Senti – mi disse – io domenica ho un evento in piazza del Cannone, mi si sono ammalati due animatori, verresti?”. Fu proprio il cliente, la Gatorade, ad andare dai responsabili dell’agenzia e dire: “quello lì nuovo viene a fare il tour, vero?”. Un tour di quaranta giorni; cosa avrebbe dovuto dire uno che aveva già fissato le vacanze con la fidanzata? “Ma certo, vengo!”».

Come sono stati i tuoi esordi?

«Da ragazzo ho cominciato scaricando le valigie in un villaggio turistico; dopo due anni ero già capo villaggio. Così è nata la scintilla per il palcoscenico. Sono cresciuto tra gli spazi off, teatri, locali di cabaret e centri sociali, Arci Cicco Simonetta, La casa 139, il Laboratorio Scaldasole, il Caravanserraglio».

Un selfie ricordo dove lo scatteresti?

«Davanti alle porte del Teatro Arsenale diretta da Marina Spreafico, in via Cesare Correnti, dove 30 anni fa, tutto è cominciato: sono entrato serio e sono uscito comico. Ogni volta che ci passo do uno sguardo e faccio come quando si passa davanti a una basilica. Invece di farmi il segno della croce, saluto e ringrazio».

Cosa ti inquieta di più in generale? «Il trionfo dell’ipocrisia istituzionalizzata».

Cosa trovi insopportabile? «I falsi moralismi, il pessimismo. Ho bisogno dell’happy end. Se non c’è, ci resto male. E poi, c’è una violenza, sui social, anche quando si tratta di una battuta».

Cosa ti manca della Milano del passato?

«Le persone della mia vita che mi hanno lasciato. Mio padre. Le Varesine dove mio padre mi portava in giostra. Mi mancano Gaber, Jannacci, Dario Fo. Mi manca la Casa139, il circolo Arci in Ripamonti: è stato un luogo dove tutti gli artisti si trovavano dopo e non solo per gli spettacoli».

Il tuo “angolo nascosto” preferito di Milano?

«Via Conca del Naviglio, attraverso questa chiusa transitarono i marmi del Duomo. Un’edicola quattrocentesca rivolta verso lo specchio d’acqua, racchiude il decreto ducale del 1497, inciso sul marmo, che esenta dal pedaggio e dal dazio i barconi destinati Ad Usum Fabricae. Dall’acronimo AUF è nato il modo di dire a Milano “a ufo” che significa “senza pagare”. A due passi, in via Cicco Simonetta 16 c’è il circolo Arci omonimo, dove nel 2004 ho fondato insieme a Rafael Didoni il gruppo comico la Democomica».

I locali del cuore?

«L’Arlati, in Bicocca cucina tipica milanese a conduzione familiare dal 1936. Per un artista milanese l’Arlati è anche un meraviglioso palcoscenico. Negli anni ’70 era il locale di Lucio Battisti, si trovava lì con amici e artisti, chiudeva la cler e rimanevano tutta notte a suonare. È stato un ritrovo pre e post Derby. Un altro indirizzo è Spirit de Milan in via Bovisasca 59, dove spesso faccio cabaret, per ritrovare una Milano da osteria, tra risate, riflessioni e voci che sanno un po’ di Barbera e Champagne e un po’ di futuro».

Vivi a Brusuglio frazione di Cormano, ai confini della “Giargiana”: hai mai sofferto di venire dalla periferia?

«Mio padre metteva le linee telefoniche, mamma impiegata. Classica famiglia anni ’70, i miei avevano un bilocale a Milano, per ragioni di spazio ci siamo spostati. Il salto quantico l’ho avuto al liceo scientifico in zona Niguarda, ci andavo a piedi a prendere l’83. Col tempo penso che essere cresciuto in periferia mi ha dato un punto di osservazione speciale su Milano: vedi i grattacieli da lontano, ma sotto casa c’è il mondo reale».

Sei speaker ufficiale del Milan dal 2002…

«Al Milan chiesi di poter leggere le formazioni non dalla torre speaker, ma dal centro del campo. In mezzo a San Siro con ottantamila tifosi ruggenti intorno. Ancora oggi, dopo vent’anni, ogni volta che leggo le formazioni sono emozionato. Mi rendo conto di avere una fortuna pazzesca».

Inter e Milan hanno scelto. La Cattedrale sarà il nuovo San Siro. Ti piace il progetto?

«Il nuovo San Siro sarà lo stadio più bello del mondo e consentirà di supportare lo sviluppo dei due club rafforzandone la competitività a livello internazionale. Lo ha dichiarato il presidente del Milan, Paolo Scaroni. Mi fido delle scelte fatte dalle società. Credo e spero che tutta la zona ne venga valorizzata, certo è un bello stravolgimento dello spazio».

Ma il Milanese Imbruttito per quale squadra tifa?

«Va pensato sia milanista sia interista. L’Imbruttito è sia bauscia, sia casciaviit. D’altronde l’arrivo di Berlusconi al Milan ha cambiato il luogo comune che voleva borghesi i bauscia tifosi dell’Inter e casciavit i tifosi del Milan, che vivevano in periferia, venivano dal Sud e lavoravano in fabbrica».

Hai scelto di donare i proventi del libro “La terra dei pirla”, scritto durante il lockdown, al Fondo Mutuo Soccorso del Comune di Milano.

«Avevo l’esigenza di fare un’operazione concreta, ma poteva essere qualunque altra struttura che potesse ripagare chi ha dato tantissimo durante il periodo più duro della pandemia. Proprio perché mi ritengo una persona fortunata, ho sempre cercato di “restituire” qualcosa al prossimo».

Hai un sogno nel cassetto?

«Sì tanti, credo di avere più sogni che cassetti… (risata)

 

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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