La Milano che piace a me – Saturnino: «Qui trovo tutto quello che mi piace ed è la città che mi ha fatto incontrare Jovanotti»

Lo incontriamo in Sempione, con vista sull’Arco della Pace, al Living, il primo Design Vodka Bar, mitico per i migliori drink (ma Saturnino ordina un chinotto): «L’ho scelto perché abito qui in zona e trovo

Lo incontriamo in Sempione, con vista sull’Arco della Pace, al Living, il primo Design Vodka Bar, mitico per i migliori drink (ma Saturnino ordina un chinotto): «L’ho scelto perché abito qui in zona e trovo che questo posto sia un angolo delizioso, affaccia sul verde del parco che è il nostro Central Park e si sentono persino gli uccellini cantare nascosti sui rami. Vengo spesso a passeggiare con Oliva, la mia bulla stupenda e adorabile (un bulldog francese – NdR)».

Affabile e divertente, il celebre bassista è in gran forma. Scarpe bicolori bianco e arancio, giubbotto in pelle «ne ho una collezione, quando ho cominciato a guadagnare, ho speso una fortuna per un chiodo di Jean Paul Gaultier, costava troppo e l’ho pagato a rate».

Chissà quante volte ti capita di essere fermato.

«Solitamente la scena è: ma che bel cane, come si chiama, quanto tempo ha? Dico sempre, “ha 9 anni e fa la prima media, così per rompere il ghiaccio”».

C’è una parte della città a cui sei più affezionato?

«Amo molto questa zona, anche prima di venirci ad abitare. Sin da piccolo sentivo parlare della mitica sede Rai di corso Sempione!».

Cosa ti ha fatto innamorare di Milano?

«Qui i sogni sono progetti. Ne ho realizzati diversi, ma ne ho ancora tanti nel cassetto. Qui trovo tutto quello che mi piace, dalle idee all’energia che mi danno le persone. La struttura stessa della città, formata da tre cerchi concentrici, mi dà l’idea di un luogo che diffonde energia. A Milano devo tutto. È una città che ti mette costantemente alla prova. In questa città ho avuto la fortuna d’incontrare persone straordinarie. Quando arrivai non conoscevo nessuno, eppure riuscii a incontrare Michele Schembri che mi ha presentato Robert Gligorov, che mi ha presentato Demetrio Paparoni, che mi ha presentato Davide De Blasio che mi ha presentato Lou Reed! Era il 26 marzo del 2007 e con lui ho trascorso un pomeriggio impossibile a Lambrate a ordinare chitarre fatte su misura in alluminio in una vecchia villa di zona, la Noah guitArs. O mi è capitato di incontrare in un ristorante in corso Sempione Lenny Kravitz, una figata. E a questo incontro ne seguono altri, come in una serie di anelli concatenati. Credo molto nella teoria dei cosiddetti sei gradi di separazione».

A Milano hai conosciuto Jovanotti nel lontano 1991. Parlami del tuo incontro con lui.

«Ho conosciuto Lorenzo in uno studio di registrazione molto vicino ai Navigli, in via Pestalozzi. Lo studio era stato aperto da una persona di Roma, Lorenzo arrivava da Cortona, Claudio Cecchetto da Ceggia e ci siamo incontrati lì e da lì è nato tutto. Già quello è straordinario se ci pensi. Tutti i più grandi artisti vengono a performare a Milano, incredibile, no? Lorenzo registrava “Una tribù che balla” e stava cercando dei giovani musicisti per mettere insieme una band per un tour».

Com’è il tuo rapporto con Lorenzo?

«Jova è una di quelle persone così speciali che se hai la fortuna di incontrare nella vita è impossibile non mantenere un rapporto. Ci lega una profonda lealtà e complicità. Il nostro è un legame talmente forte da considerarsi una fratellanza (di famiglia). È il mio cantante preferito».

Sarai impegnato  con lui in un lungo tour estivo, il nuovo Jova beach party 2022.

«Il debutto è stato il 2 luglio da Lignano Sabbiadoro e sarà poi in 12 spiagge popolari italiane, un prato di montagna, un ippodromo e si chiuderà a Milano, all’aeroporto di Bresso, il 10 settembre. Un’avventura avviata con Jova Beach Party nel 2019, giusto in tempo per poi doverci chiudere come tutti per la pandemia. Dopo due anni difficili, non vedo l’ora. Il Tour è un’esperienza bellissima. Immagina di essere di fronte a un pubblico che è uscito da casa solo per vederti suonare. Una magia che si ripete a ogni tappa».

Hai dedicato il primo brano a Milano. Le uniche tre parole presenti, con una punta di ironia, ripetute come un mantra sono: la moda, il design, l’architettura. 

«Una punta d’ironia in effetti c’è. Quelle parole in realtà nascono come una prova microfono perché quando Davide Ferrario, produttore artistico, in studio ha aperto il microfono su quella base invece di fare “1, 2, 3 prova” mi sono venute in mente le prime tre parole che di solito si pronunciano quando vuoi comunicare con un tono un po’ fighetto quanto sia forte e cool questa città: ovvero la moda, il design, l’architettura. Poi Pierpaolo ha commentato: “forti, queste le lasciamo”».

Durante il lockdown, il 25 aprile 2020, hai cantato Bella Ciao dal balcone di palazzo Marino con il sindaco Sala in una “città fantasma”: quali emozioni hai provato?

«Ho avuto il piacere di conoscere Beppe prima ancora che iniziasse il progetto dell’Expo, quindi il mio rapporto è prima di tutto con la persona. Così quando mi ha chiesto di andare a fare Bella ciao dal balcone io ho subito risposto sì. Per me è come se me l’avesse chiesto un amico. In quei giorni ero da solo a Milano, a casa con il cane: ho caricato su un taxi l’amplificatore, ho preso il basso, sono andato in Comune e ho iniziato. Proprio come un artista di strada. Sentire il silenzio, rotto solo dalle ali dei piccioni, è stato pazzesco».

Il tuo primo strumento è stato però il violino…

«In principio fu un violino. Anzi, cinque. Cinque violini che trovai in casa da bambino, eredità di un padre che lo aveva studiato da giovane e di un trisavolo liutaio. E quindi anch’io ho iniziato a studiare violino, iscrivendomi all’Istituto Musicale Gaspare Spontini di Ascoli Piceno. Fino a quando a 14 anni ho visto il gruppo dei ragazzi del mio quartiere che suonavano alle feste studentesche e persino all’oratorio le cover degli Stones, dei Van Halen, Led Zeppelin e per me è stata una folgorazione. Un giorno il bassista parte per il servizio militare lasciando la sua strumentazione nella cantina dove facevano le prove, così mi propongo e vengo scelto da quello strumento».

La svolta avviene con il trasferimento da Ascoli Piceno a Milano.

«Era l’89, avevo 20 anni, me lo consigliò il mio insegnante di basso elettrico: “Vai a Milano, lì potrai trovare persone con cui condividere i tuoi progetti”, mi disse. E così feci. Decisione concordata con i genitori che mi concedono due anni di tempo per combinare qualcosa di concreto. Ho viaggiato di notte arrivando a Milano accolto da un’alba invernale. Mi colpì la monumentalità della stazione Centrale, con la leggerezza dei due cavalli alati della facciata».

Quando ha capito che qui tirava un’aria diversa?

«Da subito. Lo stesso anno suonai in pubblico prima nell’Aula Magna della Bocconi facendo le cover dei Police e poi in un bel locale, il Tangram con il chitarrista Gigi Cifarelli. Quella sera mi ascoltò Patrick Djivas, il bassista della PFM. Mi disse che gli ero piaciuto e qualche anno dopo mi chiese di andare in sala di registrazione per incidere con Gatto Panceri. Ci trovammo in uno studio sui Navigli e lì incontrai Jovanotti».

Sei un musicista di successo, perché creare un brand di occhiali? 

«Amo gli occhiali sin dall’adolescenza, ne sono un collezionista. Quando indossi un occhiale anche se non hai bisogno appari molto più intelligente della media. Ti aggiunge “carisma e sintomatico mistero”, come cantava il Maestro Franco Battiato. Tutto è partito quando un mio vecchio paio di “Ray-ban Wayfarer”, acquistato a New York in un negozio di occhiali vintage, si è rotto, era uscito di produzione, e il mio ottico di piazza Virgilio mi ha detto: “secondo me dovresti realizzare tu i tuoi occhiali”. L’idea era quella di adornare una testa spoglia con un occhiale dal carattere forte, carico di estro. Ho un socio illuminato che mi ha accompagnato finora… siamo ancora in piedi! Ci stiamo divertendo parecchio. Però gestire un’impresa comporta impegno e responsabilità. Così trascorro molto tempo nello show room, in piazza 25 Aprile, dove c’è Eataly, al sesto piano dove mi occupo del mio brand di occhiali. Venite a trovarmi!».

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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