La Milano che piace a me secondo il maestro Ruben Jais: «Un sogno? Girare per la città con la poetessa dei Navigli»

Eccoci all’Auditorium di Milano, in largo Gustav Mahler, la “casa della musica” dell’Orchestra Sinfonica e Coro di Milano Giuseppe Verdi. Inaugurato nell’ottobre del 1999 (recuperando un vecchio cinema degli anni Trenta) è divenuto un polo culturale imprescindibile per Milano. A creare

Eccoci all’Auditorium di Milano, in largo Gustav Mahler, la “casa della musica” dell’Orchestra Sinfonica e Coro di Milano Giuseppe Verdi. Inaugurato nell’ottobre del 1999 (recuperando un vecchio cinema degli anni Trenta) è divenuto un polo culturale imprescindibile per Milano. A creare emozione fin dal momento dell’ingresso in sala, la platea e la galleria disposte a “cucchiaio”, il boccascena a conchiglia; il fondo del soffitto e le pareti ricoperti di pannelli curvati in legno di pero, si inseguono come fossero grandi vele.

«L’altra sera in sala c’era una grande concentrazione: così mi piace. Per questo sono grato al pubblico. In questi anni ho sempre sentito un calore umano incredibile e sono sempre stato stupito dall’affetto dal quale laVerdi è circondata», ci racconta il maestro Ruben Jais, accogliendoci con un sorriso nel suo ufficio, un piccolo locale che si raggiunge dopo aver percorso un dedalo di stretti corridoi. il maestro ha festeggiato l’Epifania sul podio, dirigendo l’Ensemble Vocale e Strumentale laBarocca. In programma l’Oratorio di Natale BWV 248 di Johann Sebastian Bach. Il suo amatissimo Bach.

Milanese, classe 1964, Ruben Jais è approdato a laVerdi nel 1998, come assistente dell’allora direttore del coro Romano Gandolfi. Da giugno 2016 a luglio 2019 è stato direttore artistico e direttore esecutivo della Fondazione Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi; ne è attualmente direttore generale e artistico. È anche fondatore dell’Ensemble laBarocca, nel 2008. «Sono molto orgoglioso di essere cresciuto con laVerdi. La vita per me è un po’ come camminare in montagna. Mentre cammini non ti rendi conto di quanto stai salendo. È solo quando ti fermi che ti rendi conto del cammino che hai percorso».  

L’Ensemble Vocale e Strumentale de laBarocca, diretta dal maestro Ruben Jais.

Com’è nata la passione per la musica?
«Alle scuole elementari di via Bergognone. Il mio maestro, ai miei tempi ce n’era uno solo, ci insegnò a leggere e a scrivere attraverso la musica e gli strumenti musicali con un metodo particolarmente diffuso in Europa orientale, il metodo Kodály. Venni poi selezionato per fare il direttore della piccola orchestra e quindi facevamo dei concertini in giro per Milano».  

E per Bach?
«Bach è meraviglioso, non dà tregua: è insieme travolgente e rasserenante, tra un movimento e l’altro non c’è tempo per riprendersi. Puoi togliere il sessanta per cento delle musiche scritte, ma se togli Bach togli la musica: perché la forza di quello che ha composto è trascinante, abissale e insondabile, può restituirci a quella dimensione di Assoluto. Bach terminava ogni nuova composizione con la scritta: “A maggior lode di Dio”. Quel tipo di fede forse non ci appartiene più; per un istante, però intravediamo il cielo stellato. Io, agnostico, finirò per diventar credente. Bach è l’Everest della musica».

Tracce di Bach a Milano?
«L’almanacco del clero dell’Arcidiocesi ambrosiana pubblicato fra il 1761 e il 1907 riporta il nome di Giovanni Bacchi dal 1761 al 1763 come secondo organista del Duomo. Giovanni Bacchi, però, altri non è che Johann Christian Bach (1735-1782), l’ultimo figlio del grande Johann Sebastian. Fu anche maestro di cappella della chiesa di S. Maria di Caravaggio in Monforte, chiesa demolita durante le soppressioni napoleoniche che si trovava nei pressi dell’attuale corso Monforte. A Milano, Johann Christian scrisse due Messe, un Requiem, un Te Deum e altre opere. Bach lasciò Milano nel 1763 per stabilirsi a Londra». 

Lei è anche appassionato di montagna. Dove si possono ammirare le montagne nella nostra città?

«Nelle giornate molto terse, Milano è davvero in mezzo ai monti. Il Monviso appare dietro i grattacieli, dalle guglie del Duomo. Da via Palmanova si possono vedere le cime innevate del Finsteraarhorn, la montagna più alta delle Alpi Bernesi in Svizzera; alla Bovisa, andando sul Ponte della Ghisolfa, da alcuni punti si vede il mio Monte Rosa».

Dino Buzzati, bellunese di nascita ma milanese di adozione e innamorato della città, dipinse il Duomo di Milano come una montagna dolomitica…
«Con rocce al posto di guglie e pinnacoli, e pascoli verdi al posto del cemento della piazza, dove minuscoli contadini ammucchiano covoni di fieno  sul sagrato. Richiama atmosfere surrealiste. Milano sarà trasformata per le Olimpiadi del 2026 in un’impareggiabile mountcity al centro delle Alpi». 

Che brano sceglie per descrivere Milano?
«La quinta di Beethoven. Quella con i celebri quattro colpi iniziali, caratterizzati da un cupo ribattere dei colpi del destino che bussa alla porta affidati ai timpani. Ma nel finale Allegro sfolgora nella tonalità di do maggiore la vittoria certa dell’intelletto e della ragione. Nella Sinfonia c’è rigore, struttura, energia, innovazione, contrasti dinamici che aprono a una visione positiva. Anche Milano è città di contraddizioni e di contrasti estremi, ma è più forte delle sue contraddizioni, c’è la voglia di fare, di costruire, di reagire». 

C’è un angolo di Milano a cui è particolarmente legato?
«La Darsena, è uno dei simboli dell’identità milanese. Ricordo benissimo i barconi quando li osservavo da piccolo negli anni Settanta, carichi di sabbia e ghiaia percorrere il Naviglio Grande per fermarsi in Darsena. Provai soddisfazione quando il Comune nel 2004 rinunciò al parcheggio sotterraneo, che non faceva che deturpare uno degli angoli più belli e suggestivi di Milano. Oggi la Darsena è stata restituita alla città, verde e riqualificata».

Un gioiello da scoprire?
«Il teatro Gerolamo, in piazza Beccaria. Ospita alla domenica mattina i matiné cameristici de I Solisti de laVerdi. Fu costruito nel 1868 per le marionette, rimasto chiuso per 33 anni, ha riaperto i battenti nel 2017 in tutto il suo splendore, grazie a un attento e rigoroso restauro, che lo ha anche dotato delle più avanzate e sofisticate attrezzature multimediali. Rimane un po’ nascosto, come gli splendidi cortili della città, e non è facile individuarne il portoncino d’accesso: una volta entrati, però, si rimane sorpresi dalla bellezza degli interni, decorati con stucchi dai suggestivi colori pastello, nell’accostamento di pareti rosse a pareti verdi, di sedie rosse nei palchi a sedie verdi in platea. Un senso di meraviglia di un mondo sospeso nel tempo». 

Ha portato la Sinfonica all’Hangar Bicocca per la mostra di Maurizio Cattelan e alla Biblioteca degli Alberi con Stefano Bollani…
«Spero di organizzare presto qualcosa a City Life, un quartiere davvero interessante che mi piace molto. È stato di grande suggestione lo scenario offerto dal parco UpTown – come evento di apertura della settimana del Fuorisalone Design City Edition 2020. L’orchestra laVerdi e l’Ensemble laBarocca si sono esibite in un programma che accosta le 4 stagioni di Antonio Vivaldi alle 4 stagioni di Astor Piazzolla». 

Cosa la a stupisce ancora di Milano?
«La capacità di rinnovarsi. Nel giro di dieci-quindici anni la città è diventata una sorta di museo dell’architettura contemporanea. Le fondamenta di Milano continuano a essere costruite: penso ai grandi progetti urbanistici che Milano ha in cantiere, la metropolitana 5, la riqualificazione degli scali ferroviari, il restyling di piazzale Loreto, che entro il 2030 dovrebbe cambiare completamente volto. E ancora il progetto di prolungamento della M2, verso il Vimercatese, e della Gialla verso Paullo, annunciate dal sindaco Sala. Nell’area dell’Anfiteatro romano, a pochi passi dalla Basilica di San Lorenzo, è in corso la realizzazione del Parco Amphitheatrum naturae. Alla conclusione dei lavori, si dice a fine 2022, diventerà il più grande parco archeologico di Milano, situato nel cuore della città, in una scenografia verde, e potrà ospitare spettacoli dal vivo per turisti e i cittadini». 

Con quale personaggio, del presente o del passato, vorrebbe passeggiare per Milano? 
«Alda Merini, la nostra poetessa dei Navigli. “ll Naviglio mi vuole anche di notte/ Come lucciola appesa sui piloni/ vuole che canti le lacrime e i bar fumosi”. Quei Navigli dove è stata fotografata più volte con la sua lunga pelliccia, il suo filo di perle, il rossetto rosso e l’immancabile sigaretta fra le labbra. Con quel sorriso irriverente e sapiente, all’improvviso di struggente tenerezza. Il suo rapporto con la città fu viscerale, intenso, totale. Una grande visionaria. Meravigliosa nella sua eccentricità, folle e lucida. Con Alda Merini scoprirei una Milano che non ho mai visto».

 

 

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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