La pandemia che cambia le nostre vite

Alessandro Manzoni racconta che la famosa pestilenza del 1630 fu a lungo incompresa nella sua gravità dalle autorità sanitarie, occultata dalle autorità politiche e negata dal semplicismo popolare. Poi si sa come andò a finire,

Alessandro Manzoni racconta che la famosa pestilenza del 1630 fu a lungo incompresa nella sua gravità dalle autorità sanitarie, occultata dalle autorità politiche e negata dal semplicismo popolare. Poi si sa come andò a finire, dopo che la mancanza di forti misure preventive igienico-sanitarie aveva consentito il dilagare del morbo e nessuna terapia (men che meno quella di trovare negli “untori” la causa del “veneficio”) era in grado di arrestare il flagello, se non dopo una tragica decimazione della popolazione. Quattro secoli dopo, ovvero in piena era digitale, la possibilità di negare l’evidenza conoscitiva è evidentemente inesistente.

Tutti siamo edotti, anche se non vogliamo, dell’arrivo del morbo, del suo propagarsi, del suo tasso di mortalità. Ma la misura, la dimensione della gravità sfuggono tuttora anche ai più attrezzati laboratori scientifici.

Per una ragione drammaticamente semplice: il Coronavirus è un soggetto nuovo. Chi, anche da sedi qualificate, lo aveva inizialmente derubricato a poco più di una influenza, aveva, pur nel lodevole intento di contenere gli allarmismi, indotto una interpretazione che non teneva adeguatamente conto del fatto che questo virus non è un replicante. Il Coronavirus è un “ospite” che non conoscevamo, dotato di aggressività inedita, capace di propagarsi con modalità e con effetti che hanno, fino a questo punto, sorpreso anche la comunità scientifica. Ora c’è. E pare che ce lo terremo molto più a lungo di quanto si potesse ipotizzare. Ha già fatto molti danni e altri ancora ne farà. Nessuno si fa più illusioni a questo riguardo.

Si tratta di una pandemia. Terribile verdetto. Cioè di una epidemia diffusa in ogni dove. Una epidemia che non conosce confini, anche se ci sono aree del globo alle quali è toccato lo spiacevole privilegio, di sperimentarla per prime. Fra queste c’è l’Italia, purtroppo. E non per insipienza dei medici o leggerezza dei politici, anche se errori di valutazione e incertezze o contraddittorietà nell’individuare le misure idonee ci sono state. Ed era pressoché inevitabile, in presenza di un fenomeno che ha un profilo di marcata novità rispetto a tutto ciò che si sapeva di virus ed epidemie.

E di fronte agli impressionanti effetti sul terreno economico del Coronavirus, occorrono più che mai serietà e senso della misura. Tutti uniti contro il nemico comune. Bene. Con provvedimenti che appariranno e saranno sempre inferiori al bisogno di sicurezza e incapaci di risarcire completamente le perdite di queste settimane. Ma guai a inseguire la logica del rilancio all’infinito.

Una comunità si deve arricchire o impoverire affidandosi a regole generali, che incidano in misura equa sull’insieme del tessuto sociale, chiedendo a tutti un ragionevole concorso alla condivisione dei sacrifici.

È ciò che la distingue da un agglomerato di egoismi e particolarismi. Anche l’Europa è una comunità. O dovrebbe esserlo. Fino ad ora ce ne siamo accorti poco. È vero. E temiamo che speculazioni economiche sulle disavventure italiane si protrarranno fino a quando anche le nazioni sin qui solo parzialmente toccate dal virus, ne faranno la piena conoscenza.

Ora si è avviata una fase nuova, che ci auguriamo sia caratterizzata da alcune consapevolezze. 

La prima è che il globalismo ha creato dimensioni planetarie che rendono perlomeno inadeguati gli steccati dei sovranismi nazionali. Solo una società tribale può credere che le barriere isolazionistiche ci salvino dalle pestilenze. Non c’è un solo settore della nostra economia che possa rinunciare alla mobilità internazionale di uomini, idee, danaro, merci. Che lo capiscano anche a Bruxelles e a Strasburgo è assolutamente doveroso.

È in grado il nostro sistema sanitario di fronteggiare il morbo? Per ora, anche se faticosamente, sì. Ma se la pandemia non rallenta, avremo modo di verificare quanto sconsiderato sia stato, in tutti questi anni, indebolire la sanità pubblica (tuttora oggetto di apprezzamento in tutta Europa), a vantaggio di una progressiva privatizzazione delle strutture e della rinuncia a una ricerca farmacologica finalizzata non al solo profitto.

Qualche domanda sul perché il Coronavirus abbia deciso di nascere e di entrare nelle nostre esistenze bisogna porselo. Be’, a scorno di chi continua a irridere al “bigottismo” degli ecologisti, credo sia sempre più chiaro che i mutamenti climatici favoriscono mutazioni genetiche e che “la perdita della biodiversità porta gravi squilibri tra le specie, con migrazioni di insetti e microrganismi e la conseguente diffusione di pandemie” (Osservatorio diritti).

Il nostro stile di vita è insofferente a restrizioni e rinunce? E allora teniamocene anche le conseguenze. Convinti che anche la prossima pandemia si accanirà soprattutto sugli anziani, lasciando alle nuove generazioni il generoso compito di investire sul presente, fregandosene del domani.

Quante volte abbiamo sentito in questi giorni commentare la morte di un anziano con la consolatoria formuletta delle “patologie pregresse” e del “quadro clinico compromesso”. Si può anche sperare in un epicedio meno avvilente.

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