La regina degli scacchi, la serie troppo bella per avere un seguito

Spero finisca qui. Spero davvero che la splendida serie "La regina degli scacchi" proposta da Netflix non abbia alcun seguito, magari romanzato, che sono convinto l'autore non avrebbe mai sottoscritto. La prima osservazione che viene

Spero finisca qui. Spero davvero che la splendida serie “La regina degli scacchi” proposta da Netflix non abbia alcun seguito, magari romanzato, che sono convinto l’autore non avrebbe mai sottoscritto. La prima osservazione che viene in mente è sul titolo, peccato che la trasposizione in Italiano dell’originale, bellissimo ” The queen of gambit” e cioè il sacrificio (gambetto in gergo) di pedone nell’apertura di Donna, che sono convinto per l’autore abbia avuto anche un contenuto non so che di simbolico, sarebbe stata obiettivamente improponibile.

Sono talmente tanti i contenuti che appartengono a quell’epoca d’oro degli scacchi che è difficile sperare di toccarli tutti senza dimenticarsi di qualcuno. Un’ epoca che non aveva ancora conosciuto la nefasta presenza di Pc e programmi che avrebbero sottratto gran parte dell’ aura romantica del gioco.

C’è quasi tutto di vero nella serie, tranne naturalmente il fatto che nella storia del gioco ci sia mai stata una donna che abbia avuto la concreta possibilità di aspirare al titolo di campionessa del mondo. La ragione? forse la principale va trovata nel solito vantaggio di cui gli uomini in tutti i campi si siano appropriati nei confronti delle donne, relegate alla cura della casa e all’educazione dei figli, se non alla collaborazione lavorativa.

Ma forse anche nella scarsa attrattiva di un gioco universalmente ritenuto sedentario e praticato diciamolo pure non da adoni muscolosi e appetibili come può avvenire in altri sport. Forse potremmo riscontrare in ciò un’istintiva e subliminale propensione dettata dalla natura ai fini della prosecuzione della specie.

Ma in compenso sono tante le verità che emergono, la prima delle quali è che per raggiungere risultati altissimi il gioco debba ridursi ad un’ossessione, più che per altri sport e giochi. La vita di Beth infatti non è altra che la trasposizione al femminile di quella del Campione Americano Bobby Fisher, forse il miglior giocatore di scacchi mai esistito, geniale ed affetto da sindrome di Asperger. Entrambi orfani, entrambi diventati campioni giovanissimi, entrambi eccentrici e con la mania del ben vestire ed entrambi, Bobby nella realtà e Beth nell’immaginario, capaci di stravolgere le regole e far vedere gli scacchi sotto una luce completamente nuova.

Ma Beth fortunatamente non raggiunge i livelli quasi paranoici di Bobby, Beth non rinuncia agli amici e almeno tenta non so fino a che punto di non rinunciare all’amore. Insomma complimenti ad Allan Shiach, lo sceneggiatore, la visione della serie è stato un tuffo nei ricordi per i vecchi scacchisti (come me), nostalgici ad esempio della famosa mossa in busta, più volte protagonista delle partite della campionessa, routine frequente e sconosciuta praticamente alle nuove leve scacchistiche e che era viatico per nottate febbrili ed insonni davanti alla scacchiera per cercare di intuire la mossa nel caso l’avesse imbustata l’avversario, o per cercare il seguito migliore nel caso contrario; nostalgici del ticchettio dei vecchi orologi a corda; nostalgici delle quaranta mosse da giocare al massimo in due ore, pena la perdita della partita; nostalgici del famigerato zeitnot, termine preso in prestito dalla lingua Tedesca e che sta ad indicare la pressione del tempo prima del controllo e della fatale caduta della bandierina dell’orologio.

No, spero proprio che non vi sia alcun seguito alla serie, che il businees non prevalga, sarebbe come un tocco di pennello estraneo inflitto ad un quadro d’autore, un ulteriore colpo di scalpello inutile e dannoso inferto ad un’opera marmorea già felicemente conclusa.

Umberto Sodano

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