La scelta dell’Occidente di fronte a Putin

L’invasione dell’Ucraina da parte di Putin ci pone di fronte a realtà che pensavamo di non dover più affrontare. La guerra è entrata con una carica drammatica fortissima nella vita di tutti i giorni: per

L’invasione dell’Ucraina da parte di Putin ci pone di fronte a realtà che pensavamo di non dover più affrontare. La guerra è entrata con una carica drammatica fortissima nella vita di tutti i giorni: per la prima volta dal ‘45 ci riguarda direttamente. Tutti i conflitti avvenuti dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi, sbiadiscono di fronte a ciò che in questi giorni accade a Kiev o Mariupol.

La diversità di questa guerra non consiste nell’intensità del dolore che provoca in chi ne è colpito – morti e devastazione sono uguali a qualsiasi latitudine – ma nella vicinanza geografica, culturale, politica del conflitto. Gli effetti dei milioni di profughi in arrivo, l’aumento vertiginoso del costo delle materie prime, la prevedibile corsa agli armamenti stanno già cambiando la nostra vita.

Ma soprattutto è l’enorme capacità distruttiva delle forze in campo che cambia gli scenari. Il terrore e l’angoscia della minaccia atomica, mai vissuti nel nostro continente e che pensavamo esistessero solo nei libri di storia o nei film di fantascienza apocalittica, sono la tragica novità con cui confrontarsi.

Sembra incredibile: ma tutto ciò che è stato detto in questi ultimi decenni contro la guerra e la follia atomica è evaporato in un attimo, spazzato via dall’avanzare dei carri armati. Quello che colpisce in questa situazione è come non ci sia resi conto che si preparava uno scenario del genere e che i protagonisti della politica mondiale ne siano stati incosapevoli. O forse, conoscevano i rischi a cui esponevano in mondo, ma come nel film “Il dottor Stranamore” di Kubrick, in una folle volontà di potenza, hanno preferito giocare all’autodistruzione del mondo.

Esiste una spiegazione razionale a tutto questo?

L’unica che ci viene in mente è quella della filosofa Hannah Arendt, che sosteneva che non è necessario essere malvagi per fare del male, è sufficiente avere una coscienza atrofizzata, concentrata solo su di sé, che non tenga in alcun conto l’effetto delle proprie azioni sulla vita degli altri. In situazioni come queste, in un mondo di coscienze sorde e mutilate, è sufficiente che salga sul palcoscenico della storia una persona come Putin, affetto da egocentrismo supremo e distruttivo, senza limiti percepiti al di fuori si sé, che la tragedia diventi realtà.

La speranza del mondo è che, in primo luogo, i generali e i soldati dell’Armata Rossa, gli oligarchi e il popolo russo, e poi il mondo intero non siano come Adolf Eichmann, il funzionario nazista che organizzò la deportazione di milioni di ebrei, che la Arendt definì “spaventosamente normale”, e si ribellino agli ordini di Putin e a all’idea di un mondo di ciechi blocchi e interessi contrapposti.

In attesa che questo accada, noi occidentali siamo davanti a un bivio, le cui strade sono in entrambi i casi lastricate di lutti e incognite: da una parte abbandonare al proprio destino l’Ucraina, dall’altra sostenerla. Nai fatti questo significa mettere in gioco il peso dell’Occidente per indurre alla resa (non la pace, che è un’altra cosa) Kiev o Mosca.

La scelta che abbiamo di fronte è tra diritto internazionale o realpolitik; difesa del principio dell’autodeterminazione dei popoli o fine immediata del conflitto. Posizioni entrambe fondate, che si basano su ragioni forti, perché hanno a che fare con la morte di migliaia di persone e la libertà dei popoli.

La Storia può venirci in aiuto in questa difficile decisione. Nel 1938, alla Conferenza di Monaco, agli europei si presentò, una situazione incredibilmente simile. Chamberlain e Daladier, primi ministri di Gran Bretagna e Francia, chiamati a trattare con Hitler e Mussolini, consentirono al Fuhrer di occupare la regione dei Sudeti, in Cecoslovacchia, con la scusa di difendere l’autonomia degli abitanti di razza tedesca.

Allora nessuno difese il Paese aggredito, per evitare una guerra in Europa. Che scoppiò l’anno seguente.

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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