L’atteso Diabolik tradisce le aspettative dei cinefili. Lo salva una magnetica Miriam Leone nelle vesti di Eva Kant

Ricordo che non era ancora scoppiata la pandemia quando beccai su Facebook il primo teaser di Diabolik, con protagonista quel gigante di Luca Marinelli. L’eccitazione fu altissima e un turbine di mistero mi avvolse completamente,

Ricordo che non era ancora scoppiata la pandemia quando beccai su Facebook il primo teaser di Diabolik, con protagonista quel gigante di Luca Marinelli. L’eccitazione fu altissima e un turbine di mistero mi avvolse completamente, rimandandomi indietro con la mente al memorabile “Lo chiamavano Jeeg Robot”, che segnò una cesura nella storia dei cinecomics italiani.

Da quel giorno di settembre 2019 di acqua sotto i ponti ne è passata e, alla fine, i Manetti Bros sono arrivati nelle sale con il loro film. Purtroppo l’attesa, che per mesi aveva ammantato la pellicola sul leggendario ladro, si va tragicamente a frantumare contro su una scrittura manieristica e di una sceneggiatura statica e ossequiosa.

Proprio quest’ultima si rivela castrante per Valerio Mastandrea nei panni di Ginko e quasi offensiva per l’attore di punta del film, Luca Marinelli, che si sforza in tutti i modi di conferire al suo Diabolik quel glaciale carisma e quella lucida follia attraverso la forza del corpo e degli sguardi. Ma rimane distante anni luce dal feroce e iconico Zingaro di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, muovendosi come un’ombra gelida tra una scena e l’altra, più il personaggio del fumetto che del film.

I registi italiani svolgono un ottimo lavoro dal punto di vista estetico, attraverso una cura dei dettagli certosina e ad una sincera riappropriazione delle ambientazioni e degli stilemi tipici del noir anni ‘60. Ben ricreate le mitiche location di Clareville e Ghenf ma per lunghi tratti il film sembra uno sfarzoso e patinatissimo spot pubblicitario. E gli interpreti rischiano di passare più per testimonial d’eccezione che per attori di professione. Le 2 ore abbondanti inoltre non aiutano il film ad acquisire ritmo e verve, facendolo risultare ulteriormente pesante e indigesto.

Alla fine a salvare un film c’è la sfolgorante ed ipnotica Eva Kant. Alias Miriam Leone. La trentaseienne catanese ci regala la prima vera interpretazione della sua (discutibile) carriera di attrice, incarnando alla perfezione la sensualità, l’ambizione e i demoni della partner in crime del famigerato ladro.

Ricca vedova dalla bellezza dirompente e dal passato tormentato, Eva Kant è il vero diamante del film. L’atomica bionda di Clareville si rivelerà l’unica donna che riuscirà ad affrontare Diabolik, a guardarlo in faccia senza tremare e a diventarne compagna e musa.

La Leone, oltre alla sua scultorea bellezza, dona al suo personaggio intensità, vitalità e audacia. Un’audacia che manca a tutto il film e che Miriam si accolla con stile e con grande coraggio.

Riccardo Carosella

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