Le elezioni fatali. Ovvero la storia controfattuale

C’è un esercizio che la storiografia più “sbarazzina” compie quando si cimenta a ragionare sui crinali della storia: quei crinali, cioè, lungo i quali si è fermata, oscillando, la vicenda umana, incerta se pendere da

C’è un esercizio che la storiografia più “sbarazzina” compie quando si cimenta a ragionare sui crinali della storia: quei crinali, cioè, lungo i quali si è fermata, oscillando, la vicenda umana, incerta se pendere da una parte o dall’altra, prima di “scegliere”. È come quando la palla da tennis rimbalza sul nastro della rete per qualche decimo di secondo, quasi indecisa sulla parte in cui ricadere: può trattarsi del match point, come ci raccontò qualche anno fa Woody Allen in un bel film. Pochi attimi e pochi millimetri di differenza sono decisivi nell’assegnare la vittoria a un campo o all’altro. Questa tecnica di valutare i fatti storici decisivi si chiama “storia controfattuale”. A null’altro serve – oltre al diletto di chi scrive la storia “come se…”, e a chi legge di fantasticare sul romanzo dell’impossibile (in quanto non avvenuto) – che a mettere in evidenza come certe svolte della storia, quelle che hanno segnato in modo indelebile il corso degli eventi, siano spesso dipese da cause occasionali, forse fortuite, apparentemente non inevitabili.
Che sarebbe successo se a Waterloo, anziché i prussiani di Blucher a salvare Wellington dalla sconfitta, fossero arrivati i francesi di Grouchy? Se Giulio Cesare avesse ascoltato in quelle fatali Idi di marzo chi lo dissuadeva ad andare in senato, ove lo aspettavano i congiurati? Se Alessandro Magno non fosse morto (di malaria?) a soli 33 anni? Se Ludovico il Moro non avesse chiamato in Italia Carlo VIII? Se la congiura dei Pazzi, a Firenze, fosse riuscita a colpire Lorenzo anziché il fratello Giuliano? Eccetera eccetera.
Lo storico controfattuale prende in esame i fatti e i personaggi di quel periodo e considera ciò che sarebbe potuto accadere se il corso degli eventi avesse preso un’altra possibile direzione. E sottolineo l’aggettivo possibile, anche se è vero, come scriveva Burckhardt, che “la storia è la registrazione di ciò che un’età trova di notevole in un’altra”. Per essere credibile – e godibile – la storia controfattuale deve però esaminare fatti possibili (cioè alternative che ragionevolmente appaiono plausibili) e circostanze molto significative, i “crinali” di cui si diceva. Per chiarire con uno degli esempi richiamati sopra: era del tutto possibile che il 26 aprile 1478 a Santa Maria del Fiore i sicari di Jacopo de’Pazzi riuscissero a colpire a morte Lorenzo il Magnifico, anziché – o in aggiunta – al fratello Giuliano. Ma i sicari sbagliarono bersaglio. E la morte del Magnifico avrebbe probabilmente determinato la fine dell’egemonia dei Medici, con un autentico sconvolgimento degli equi- libri politici in Italia. Veniamo ai nostri giorni e tentiamo di applicare la lettura controfattuale a due “crinali” della storia contemporanea: due vicende elettorali. Quelle statunitensi del 7 novembre 2000 e quelle tedesche del 18 settembre 2005.

Cosa hanno in comune queste due date?
1) Le elezioni furono controverse nel risultato e nel caso americano addirittura falsate dall’intervento della Corte Suprema.
2) Determinarono la presa del potere da parte degli schieramenti di destra (è una semplificazione, ma non una interpretazione arbitraria). 3) La sinistra (altra semplificazione), in entrambi i casi era risultata elettoralmente (numericamente) vittoriosa, ma non seppe, o le fu im- pedito, di trarre il democratico beneficio da quel voto.
4) Quelle elezioni segnarono, sia sul piano mondiale sia su quello europeo, l’avvio di una lunga stagione (non ancora conclusa), gravida di scelte impegnative e di conseguenze, specie sul terreno economico, tanto gravi quanto – direbbero gli storici controfattuali – non inevitabili. Insomma: non furono elezioni qualunque, ma elezioni che hanno significativamente determinato la direzione della storia.
Del voto americano colpisce un primo dato: il candidato democratico Al Gore prese più voti di Bush (48,4 contro 47,9), ma questo è un paradosso non inedito nella storia americana: il voto stato per stato può rivelarsi contraddittorio rispetto alla somma generale nazionale. Ma Gore avrebbe vinto – e questa non è fantasia controfattuale, ma l’og
gettività dei numeri – se la sciagurata candidatura di un battitore libero di sinistra (verde-ambientalista), Ralph Nader, non avesse sottratto quasi tre milioni di voti al partito democratico; ma soprattutto se la Corte Suprema non avesse troncato la verifica in corso delle decisive schede della Florida, dove il riconteggio stava delineando il successo di Al Gore. “È scattato, per la prima volta – ha scritto Luciano Canfora – il divieto di contare i voti: operazione che avrebbe determinato la sconfitta del candidato che doveva vincere. Questo colpo di stato (lo ha definito così lo stesso Al Gore in uno dei momenti più caldi del lungo braccio di ferro) è un inedito nella storia degli Usa”. E l’intervento della Corte Suprema, tanto per “controfattualizzare”, non era inevitabile né affatto scontato nel risultato.
In Germania, nel 2005, si profilava la fine del governo socialdemocratico. I sondaggi erano favorevoli all’emergente Angela Merkel, perché Schroder aveva risanato l’economia tedesca (oggi nessun economista contesta questa affermazioni) grazie ad una serie di riforme e di misure impopolari che ne avevano indebolito il consenso. Ma quelle riforme – anche questo non è contestato da nessuno – sono quelle che hanno poi consentito alla Germania di riprendere il comando dell’Europa e di dettare regole e comportamenti all’Unione Europea: ciò che oggi spiace tanto a moltissimi, non solo in Italia. Malgrado le premesse, la Merkel subì una sconfitta sostanziale, perché i cristiano-democratici e i loro alleati rimasero abbondantemente al di sotto del 50%, mentre nel loro insieme i tre partiti della sinistra, Spd (36,2), Linke (8,8) e Verdi (8,3) raggiunsero un sorprendente 53,3. A chi sarebbe andato il governo della Germania? Schroder, pur di non governare con la Linke (la sinistra di Lafontaine), scelse la “grossa coalizione”, consegnando le chiavi del governo alla Merkel, che avrebbe utilizzato – come in effetti fu – il vantaggio del risanamento economico operato dalla Spd. Era inevitabile la scelta di Schroder? Certamente, una intesa programmatica con la Linke appariva di non facile realizzazione, ma è parecchio discutibile che un partito socialdemocratico abbia più consonanza con i conservatori cristiano-democratici che con una formazione di sinistra, guidata per giunta da un ex ministro di Schroder. Che cosa abbia rappresentato l’ascesa della Merkel, non solo alla Germania ma all’Europa intera, è sotto i nostri occhi da anni. Quella resistibile ascesa non fu fermata quando era possibilissimo farlo e probabilmente non saremmo qui, a quest’ora, a dolerci del rigore e dell’austerità che ci sono imposte dalla locomotiva tedesca.
Quanto a Bush, a parte la desolante mediocrità intellettuale dell’uomo, è il caso di ricordare che la sua presidenza è stata caratterizzata non solo dal recupero dell’ultraliberismo reaganiano, ma soprattutto, in politica estera, da uno sciagurato attivismo interventista, che ha aperto fronti di guerra a ripetizione, senza riuscire a risolvere in termini politici alcuna delle gravi questioni mediorientali. Il fondamentalismo islamico e il terrorismo sono certamente condannabili, ma sarebbe superficiale non vedere quanto alimento traggono e hanno tratto dal susseguirsi di operazioni fallimentari in Iraq come in Afghanistan, per non parlare della cieca coonestazione della politica spietatamente antipalestinese del governo di Tel Aviv.
Lo storico controfattuale si può legittimamente chiedere: una diversa (e alternativa) politica americana e un comportamento meno avventuroso sarebbero perlomeno riusciti a ridurre lo spazio di azione del fondamentalismo e a limitare la suggestione che esercita su tanta parte del mondo arabo?
Più in generale, lo storico controfattuale si chiede: perché in due elezioni così decisive (due “crinali”) la sinistra è stata tanto autolesionista da vincere (si ricordi il caso Nader negli USA) per poi consegnare le chiavi del governo alla destra?
Era inevitabile quel corso della storia?

Piero Pantucci

Elisa Paci, 24 anni, laureata in Comunicazione e Società (Scienze Politiche), blogger e fotografa, ha uno spirito internazionalista, che la porta a viaggare a Milano e nel mondo, in aiuto di chi non ce la fa, siano persone, interi popoli o piccole redazioni digitali. Per lei il reaggae è il massimo.

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