Le posizioni dei presidenti Bianco (Mu4), Carapellese (Mu5) e Minniti (Mu6) sulle localizzazioni di Case e Ospedali di Comunità, proposte da Regione Lombardia

È iniziato il confronto tra Municipi e Comune per individuare le localizzazioni delle future Case di Comunità e Ospedali di Comunità nel sud Milano che, previste dalla riforma sanitaria Regione Lombardia e finanziate dal Pnrr,

È iniziato il confronto tra Municipi e Comune per individuare le localizzazioni delle future Case di Comunità e Ospedali di Comunità nel sud Milano che, previste dalla riforma sanitaria Regione Lombardia e finanziate dal Pnrr, dovranno risolvere i problemi della medicina territoriale milanese. Dopo un primo confronto, l’Ats Milano ha presentato il 9 dicembre scorso al sindaco Sala e ai presidenti di Municipio le prime 24 localizzazioni, deliberate dalla Giunta regionale il 15 dicembre.

Municipio 5

L’ubicazione delle Case di comunità e degli Ospedali di comunità, proposta dalla Regione.

Municipio 5

Nel Municipio 5 la scelta le due Case di Comunità previste è caduta su due terreni comunali, uno in via Ghini, nello spazio dove si trovava la ex scuola materna abbattuta nel 2017 per la presenza di amianto, e l’altro in via De Andrè, tra Isola Anita e il vivaista Lorenzini (nella immagine in alto In giallo l’area dove la Regione intende realizzare Casa e Ospedali di Comunità). Si tratta, in entrambi i casi, di aree in cui si dovrà procedere con una nuova costruzione e, per quanto i progetti siano già pronti, ci vorranno circa tre anni per inaugurare le nuove strutture. Se per la prima localizzazione proposta c’è la piena adesione da parte del Municipio 5, che vede in questo modo la possibilità di recuperare e bonificare i terreni, per la localizzazione in via De Andrè i dubbi sono diversi, visto che si tratta di uno spazio che il Comune stesso due anni fa aveva classificato come area a verde pubblico e, attraverso un bando, il Municipio l’aveva attribuita a un’associazione ambientalista. «Il Comune deve prima di tutto verificare se l’area di via De Andrè è destinata a verde pubblico, come ci era stato comunicato. Tra l’altro ci sembra un’area piccola per ospitare una Casa di Comunità e un Ospedale di Comunità, con 40 posti letto. Noi chiediamo, in alternativa – spiega il presidente del Municipio 5 Natale Carapellese – di verificare la possibilità di utilizzare un’area comunale abbandonata in via Treccani degli Alfieri, angolo via Bellarmino, che potrebbe essere raggiunta facilmente da piazza Abbiategrasso, allungando il tracciato già esistente di via Pallanti».

Municipio 6

Nel municipio 6 le localizzazioni previste sono invece tre. Presso il Golgi Redaelli in via Caterina da Forlì 55 e il Poliambulatorio di via Gola 22 saranno realizzate una Casa di Comunità e una Centrale operativa territoriale. Da costruirsi ex novo invece la Casa di Comunità in zona Barona. Si era parlato dell’area della ex scuola S. Paolino, al quartiere S. Ambrogio 1, ma poi si è optato per l’area tra via Faenza angolo via Chiodi. «Riteniamo quest’area meglio raggiungibile e più baricentrica nel Municipio, in grado di coprire anche il quartiere Ronchetto sul Naviglio – ci dice Santo Minniti, presidente del Municipio 6 – e ribadiamo la nostra richiesta che l’ospedale San Paolo non diventi sede di Case o Ospedali di Comunità». I tempi: il Golgi Redaelli e il poliambulatorio saranno riorganizzati entro quest’anno, mentre il “cubo” di via Faenza angolo via Chiodi che ospiterà la nuova Casa di Comunità, entro il 2024.

Municipio 4

Anche nel Municipio 4 le proposte per le Case di Comunità sono tre. Insieme a uno spazio limitrofo alla Clinica Macedonio Melloni in via Piceno 60, la Regione ha previsto una Casa di Comunità divisa tra gli spazi di via Barabino 4/8, all’interno della Rsa, e di via dei Cinquecento 19, e una nel quartiere Taliedo, in un’area tra via Salomone angolo via Bonfadini. Il presidente Stefano Bianco ha avanzato però una proposta alternativa: «Come Municipio 4 riteniamo importante che il Comune e la Regione valutino attentamente anche la possibilità di collocare una Casa di Comunità nell’edificio del Centro civico di viale Ungheria 29, soluzione facilmente raggiungibile, attrezzabile e già frequentata dai cittadini». Un confronto ancora aperto dunque – così almeno sperano i presidenti di Municipio – che, in ogni caso, non potrà protrarsi oltre marzo 2022. Entro questa data ogni localizzazione dovrà essere formalizzata e accompagnata da studi di fattibilità economica.

Quali servizi nelle Case e negli ospedali di Comunità

Secondo le linee di progetto presentate da Ats Milano le Case di Comunità (Cdc) a Milano saranno 15, una ogni 60mila abitanti, mentre gli Ospedali di Comunità (Odc) che conterranno anche le funzioni delle Cdc, saranno 9.

Le strutture individuate potranno essere nuove – per queste è già stato progettato un edificio di quattro piani più uno interrato a forma di cubo, che sarà lo stesso in tutti gli interventi – da riqualificare o semplicemente da riorganizzare. Sei di queste saranno inaugurate entro il 2022; una, il Poliambulatorio di via Rugabella, è già stato trasformato in Cdc il 22 dicembre scorso.

Le Case di comunità saranno strutture polivalenti in grado di erogare prestazioni sociosanitarie integrate ai cittadini e conterranno, oltre alle funzioni amministrative, aree prelievo e vaccinazioni, cure primarie e continuità assistenziale, ambulatori specialistici (cardiologico, oculistico, ortopedico, oncologico, diabetologico, pneumologico e in alcune strutture, odontoiatrico) e aree prevenzione salute e servizi sociali del Comune. Gli Ospedali di Comunità sono invece strutture che alle funzioni delle Cdc aggiungono 40 letti, per il ricovero breve per pazienti che richiedono interventi sanitari a bassa intensità clinica e di assistenza/sorveglianza sanitaria infermieristica continuativa. Prevista nelle Odc come nelle Cdc una presenza medico-infermieristica continuativa.

 

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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