Lettere alla redazione. “Bullismo in classe, la Procura dopo sei mesi è ancora ferma”

Pubblichiamo una nuova lettera del padre di Marco (nome di fantasia NdR) e di seguito la lunghissima e straziante lettera della moglie e madre del bambino, tornata a Cuba con il piccolo, dopo aver denunciato oltre

bullismo, Lettere alla redazione. “Bullismo in classe, la Procura dopo sei mesi è ancora ferma”

Pubblichiamo una nuova lettera del padre di Marco (nome di fantasia NdR) e di seguito la lunghissima e straziante lettera della moglie e madre del bambino, tornata a Cuba con il piccolo, dopo aver denunciato oltre sei mesi fa gli atti di bullismo subiti dal figlio a scuola e ora in attesa che i giudici si esprimano. Non è facile per noi dare un giudizio oggettivo sui fatti, quello dovranno farlo i giudici, possibilmente velocemente. Di certo siamo di fronte a una famiglia divisa e un bambino traumatizzato. Una sconfitta per l’istituzione scolastica e per la nostra società.

Caro direttore,

scrivo per aggiornarti circa la vicenda che vede coinvolto mio figlio e di cui Milanosud si è occupato nel numero di dicembre scorso, che riguardava gli atti di bullismo subiti a scuola nella prima e all’inizio della seconda elementare e riguardo l’atteggiamento omissivo e di negazione delle maestre e della dirigente scolastica che hanno procurato al bambino un trauma psicologico che tuttora persiste e che ha avuto come conseguenza la perdita dell’anno scolastico malgrado il cambio di scuola. Purtroppo a distanza di più di sei mesi dalla mia denuncia – esposto presso la Procura della Repubblica di Milano mi viene comunicato dall’ufficio del giudice che si occupa del caso che non si è ancora giunti ad una conclusione e che il fascicolo è ancora pendente.

Trovo sinceramente indegno di un paese civile i tempi della giustizia italiana, oltretutto parliamo di un procedimento penale che vede come vittima un bambino, la mia famiglia è stata pesantemente segnata da questa vicenda che abbiamo cercato in tutti i modi di risolvere, prima cercando numerose volte un dialogo con la scuola e poi, davanti al muro di indifferenza e negazione, con il ricorso alla Procura della Repubblica perché venisse difeso il diritto alla serenità e allo studio di nostro figlio. Purtroppo però siamo ancora in attesa di un riscontro, affinché chi ha sbagliato paghi. Vorrei davvero continuare a credere nella giustizia e in uno stato di diritto e cercare di trasmettere questi valori anche a mio figlio, però in questo caso come in tanti, troppi altri casi anche ben più gravi, la giustizia italiana a causa della sua lentezza non riesce a essere tale e a garantire il diritto di un cittadino ad essere difeso dalle ingiustizie. Chi volesse sostenerci in questa battaglia per avere giustizia, può firmare la petizione pubblica su firmiamo.it

Il padre, lettera firmata

 

 

La Havana (Cuba) 18-05.-19

Caro direttore,

innanzitutto la ringrazio per la possibilità di poterci esprimere attraverso questo giornale, che già ci è stato vicino mostrando una grande sensibilità al nostro problema. Sono la mamma del bambino che ha dovuto forzatamente lasciare la seconda elementare appena due mesi dal suo inizio dopo le ripetute azioni di bullismo da parte di un altro bambino, che già erano iniziate nella prima elementare, e che hanno avuto come conseguenza un cambio struggente della personalità di mio figlio, vivendo, nella sua prima esperienza scolastica, anche la negazione assoluta alla difesa, ad essere ascoltato e supportato da coloro che dovevano avere sotto controllo situazioni che non dovevano diventare un incubo sia per il bambino che per noi genitori. Chiarisco che ho un’ altissima stima per le maestre, coloro che come principali finalità sviluppano nei loro alunni corretti comportamenti educativi, di umanità e convivenza sociale, che educano i loro alunni al rispetto, la cortesia, che li guidano, dirigono e li orientano nello studio, nell’apprendere la disciplina e a mantenere buone relazioni con i propri compagni; coloro che ascoltano i loro alunni, analizzano le loro inquietudini e che cercano di dare una soluzione alle loro preoccupazioni , qualunque siano le proprie idee; che sono imparziali e giuste nell’analisi delle situazioni che si presentano; che fanno del luogo di studio, la scuola, un posto gradevole per i bambini affinché non abbiano reazioni avverse verso il luogo dove passano gran parte del loro tempo e riescano a stare bene tra di loro senza aggressività; coloro che insomma si comportano bene e sono di esempio per i loro studenti, infatti si insegna facendo e si fa insegnando. Forse sto sbagliando con questo mio pensiero e quanto scritto sopra è un errato concetto di educazione scolastica?

Ci tengo a informare circa tutti quei segnali che ha percorso nostro figlio dalla prima elementare sia perché altri genitori che si possano identificare in questo possano reagire in tempo, sia perché lo ritengo giusto, la verità per quanto dura e triste deve essere detta. Tra i primi segnali del provocato disagio di mio figlio a soli sei anni a causa di ciò che viveva a scuola fu un cambio di personalità, il chiudersi in se stesso, poi il pianto continuo, c’erano sempre queste lacrime sul suo viso, anche quando guardava i cartoni animati alla tv, mangiava poco, parlava a monosillabe, non giocava più, e anche se mi prodigavo a cercare di farlo ridere era tutto inutile, stava diventando un altro, completamente opposto a quello che è il mio piccolo, a ciò si aggiunse il pianto a dirotto prima di andare a scuola, pregandomi di non portarlo perché aveva paura, e tutti i giorni davanti alla entrata della scuola mi chiedeva se quel giorno sarebbe andato tutto bene, se gli volevo tanto bene e quindi entrava a scuola guardando nel vuoto o per terra, estremamente struggente per un genitore.

Quindi rimanevo con il fiato sospeso per otto ore fino al momento di uscita da scuola, e solo a vederlo da lontano sapevo se gli era accaduto qualcosa di sgradevole, varie volte le insegnanti me lo hanno consegnato all’uscita che piangeva, senza alcuna spiegazione, come se si trattasse di un animale, e alle mie domande sul perché mio figlio si trovasse in quello stato mi rispondevano che non era successo niente e di stare tranquilla, ma la verità era un’altra, poi mio figlio mi informava e raccontava tutto quanto era accaduto, ma per le maestre tutto ciò doveva restare dentro la scuola, senza che ne venissero a conoscenza i genitori. È stata dura e lunga, perfino alcune mattine il bambino aveva momenti di vomito prima di entrare a scuola, le sere nel letto con i forti abbracci e i lunghi pianti chiedendo di restare a casa il giorno dopo. Ancora oggi all’ora di studiare a casa ha degli episodi di pianto, respiro forte e ansia per i tanti brutti ricordi vissuti a scuola. Dico che studia a casa perché visto il ripetersi della situazione a scuola già dall’inizio della seconda elementare (addirittura i primissimi giorni gli avevano messo come compagno di banco proprio il bambino che si era reso responsabile degli atti di bullismo nei suoi confronti l’anno precedente e abbiamo dovuto essere noi genitori a segnalare la inopportunità della cosa), abbiamo dovuto portare via il bambino da scuola, dal luogo dove in teoria doveva sentirsi sicuro, perché stavamo perdendo nostro figlio psicologicamente ed emozionalmente e non potevamo restare a guardare, la salute del mio piccolo viene prima di tutto. Inoltre a causa del fatto che le maestre in classe intervenivano in parte quando accadevano gli episodi di bullismo ma poi davanti a noi genitori negavano totalmente quanto accaduto, il bambino si sentiva inadeguato, e anche ora si sente colpevole di qualsiasi cosa accada intorno a lui e chiede scusa per tutto (anche su questo stiamo lavorando). Il 5 novembre scorso, giorno dell’ultimo episodio subito da mio figlio, in cui è uscito ancora una volta piangendo a dirotto, sono stata oltretutto anche io maltrattata dalla maestra presente all’uscita gridandomi davanti a tutti gli altri genitori per poi andarsene, senza mai guardare in faccia a mio figlio.

Sono tante le cose assurde accadute che avrei da raccontare e che non dovrebbero mai accadere in un ambito scolare, chiedevamo solo rispetto per la sofferenza di nostro figlio.

Mio figlio ha avuto una enorme reazione di rifiuto a qualsiasi altra scuola e tutto era tristezza intorno a lui, aveva solo una idea fissa in mente, tornare a Cuba ( io sono di origine cubana e a Cuba nostro figlio ha frequentato il primo anno di scuola materna ), andarsene il più presto possibile dall’Italia, quindi siamo andati via presto, come se fossimo noi dei delinquenti, lasciandoci tanto dietro di noi, ma a quel punto dovevamo scegliere tra rimanere in Italia, restare con mio marito come da quasi dieci anni, mantenendo così anche per mio figlio la presenza del padre come  era stato ogni giorno, vedere suo padre ogni mattina al suo risveglio (mio marito dovendo lavorare ed essendo l’unica fonte di reddito della famiglia doveva restare in Italia) o andare verso un nuovo inizio, che mi regalasse uno sguardo più sereno e allegro di mio figlio, un bambino comunicativo come lo era sempre stato prima, che tornasse ad essere il mio piccolo di prima, quindi non è stato un difficile calcolo matematico fare la somma per decidere che fare perché innanzitutto sono una madre e la vita a volte ti mette davanti a tante difficoltà da affrontare e nel mio caso il prezzo da pagare rimanendo in Italia sarebbe stato troppo alto, perché si trattava della salute di mio figlio, e quando si parla della sicurezza e serenità dei nostri figli dobbiamo essere decisi, anche se si deve per forza smembrare la famiglia. Per ritrovare il bambino che si era nascosto in lui avevamo di fronte a noi un compito per nulla facile, che necessita tempo, per fargli capire tante cose, prima di tutto cambiare il suo concetto delle maestre, che lo aveva fatto allontanare dall’ambito scolastico. Siamo ora a Cuba da dicembre facendo di tutto per lui e alcuni passi avanti ci sono stati, non mi arrendo, non posso arrendermi!

Per quanto ho vissuto per me la cosa peggiore è stato il trattamento che mio figlio ha ricevuto in quella scuola che invece di arricchire la sua piccola testa innocente, lo ha distrutto, colpendo la sua sincerità. i suoi sani sentimenti, la fiducia in se stesso, e continuare lì lo avrebbe portato ad essere una persona sottomessa e insicura. Sarebbe stata una cosa buona e giusta se al posto della prepotenza dell’autorità la unica fonte di rispetto fosse stata costituita dalle qualità umane delle insegnanti, ma questo non è mai accaduto con mio figlio.

Adesso ci troviamo anche di fronte a un muro giudiziario ingiusto che ci lascia al momento senza alcun riscontro dopo la nostra denuncia, con tutte le evidenze che il tribunale ha in mano, ci sono tempi inaccettabili della giustizia, dopo più di sei mesi come unica risposta ci viene comunicato che le indagini non sono ancora finite, altro segno di indifferenza oltre a quello che abbiamo già vissuto, nel frattempo mio figlio ha perso un anno di scuola e soffre ancora le conseguenze di quanto accaduto, sofferenze che restano latenti nella sua testa e nel suo cuore, mentre i responsabili continuano con la loro vita, dimenticando chi è la vittima e minimizzando l’accaduto con risposte assurde, forse perché viviamo in un mondo pieno di così tanti problemi che una storia come la nostra non ha spazio ne necessita di risposte, un caso isolato che dobbiamo arrangiarci a risolvere solo noi che ne siamo interessati, oppure dovevamo stare zitti e fare finta di niente ? Perché solo a questo serve il far passare così tanto tempo, così la vittima lascia stare, ma secondo il sistema giudiziario italiano sono questi i valori ed i principi che devo trasmettere a mio figlio? C’è tanta indifferenza e insensibilità verso chi da quasi due anni soffre a causa della arroganza, prepotenza e autorità artificiosa di alcuni, e a questo dobbiamo ora aggiungere l’indifferenza della giustizia. A volte penso che mi sveglierò e tutto sarà stato solo un terribile incubo, ma appena sveglia devo invece continuare ad essere una mamma d’acciaio, farmi forza, niente pianto, niente tristezza, tenermi tutto dentro, perché solo così mio figlio può andare avanti e uscire da quel labirinto emozionale distruttivo in cui lo hanno spinto, ci tocca rivivere ogni giorno lo stesso dolore, e con lo stato in cui si trova il bambino, l’aver dovuto interrompere la scuola e la sua quotidianità mi sembra più che doveroso che qualcuno ci dia delle risposte, un riscontro al fatto di averci stravolto la vita, siamo passati da che il mio piccolo si svegliava con il sorriso del padre ogni giorno a vedere quanti giorni all’anno riusciranno a vedersi padre e figlio, perché è evidente che non ci sono garanzie alla serenità di cui ogni bambino ha bisogno e ha diritto, non ci sono garanzie di avere giustizia quando vi è il bisogno, garanzie di potere bussare a una porta di una istituzione che ti sostenga e ti stia accanto, consigliandoti, dando risposte e soprattutto prendersi cura perché le tue sofferenze durino il meno possibile, dandoti delle soddisfazioni non solo a parole. Ci sentiamo abbandonati e non sostenuti dalla giustizia e quindi mi sembra chiaro che il mio bambino nato in Italia ha come unico diritto l’attesa senza fine.

Vedremo se queste mie parole se ne andranno nel vento o se serviranno a qualcosa soprattutto perché mio figlio ottenga giustizia che, anche se non cancellerà tanti brutti momenti, lo aiuterà ad andare avanti e fidarsi anche delle persone che stanno al di fuori del nucleo familiare. Di tornare in Italia non vuole neanche sentirne parlare, cosa più che comprensibile dal mio punto di vista, è da tempo oramai che non sappiamo cosa vuol dire vivere la normalità di un giorno qualsiasi.

Io amo l’Italia, mi ha accolta più di dieci anni fa tra le sue braccia, l’ho vissuta, respirata e fatta mia, me ne sono innamorata ad ogni respiro, sotto la sua luce è nato la mia seconda più grande gioia (questo bambino è il mio secondo figlio), quindi l’Italia è una parte di me, quello che odio è ciò che fanno alcune persone di questo bellissimo paese. Non so quando torneremo o se lo faremo, ci sono tante domande senza risposte, tanto dolore con enormi radici, e tanta sete di giustizia che non sappiamo quando ci sorriderà ridandoci la fiducia perduta, ma andremo avanti perché così deve essere, perché la vita deve essere vissuta pienamente e non dover soffrire ad una età tanto precoce, ma andremo avanti anche per dimostrare ai responsabili di tale sofferenza che la forza non è sinonimo di prepotenza, autorità e arroganza ma è semplicemente sinonimo di amore, vocazione e dedizione.

La madre, lettera firmata

Per leggere la lettera inviata alla redazione dal padre di Marco nel dicembre scorso, la risposta della scuola e il commento della psicologa che ha incontrato la famiglia, clicca qui

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di dargli un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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