Lettere alla redazione. «È negato a nostro figlio il diritto di andare serenamente a scuola»

La denuncia di un padre il cui bambino frequenta una scuola primaria alla Barona Caro direttore,nostro figlio frequenta, o meglio frequentava la classe seconda elementare della scuola primaria nel quartiere Barona. Purtroppo fin dall’ottobre del primo

La denuncia di un padre il cui bambino frequenta una scuola primaria alla Barona

Caro direttore,

nostro figlio frequenta, o meglio frequentava la classe seconda elementare della scuola primaria nel quartiere Barona. Purtroppo fin dall’ottobre del primo anno scolastico Marco (nome di fantasia, NdR) ha iniziato a essere vittima di episodi di bullismo, prima lievi poi sempre più pesanti e frequenti, a opera, nella grande maggioranza dei casi, di un suo compagno di classe. Di questo problema abbiamo da subito parlato alle insegnanti e alla dirigente scolastica, ma ci siamo trovati davanti a un muro di negazione degli accadimenti. In classe sgridavano il bambino responsabile degli atti di bullismo, ma poi, davanti a noi genitori e a nostro figlio, che in tali occasioni usciva piangendo, negavano che fosse successo alcunché. Nostro figlio descriveva con precisione quanto era accaduto, raccontando cosa gli aveva fatto l’altro bambino, quando, quale maestra fosse presente al momento e cosa avesse detto. Tutto questo sia davanti a noi che alle maestre, ma queste ultime negavano poi sempre tutto.

Dopo ripetuti incontri / scontri con le maestre e la dirigente scolastica, che ha sempre sposato la posizione delle insegnanti, senza mai avere ascoltato nostro figlio, e dopo un ultimo incontro a fine febbraio scorso dove eravamo tutti presenti – noi genitori, le maestre e la dirigente – abbiamo annunciato che ci saremmo rivolti alla stampa e all’autorità giudiziaria se la situazione non fosse cambiata. Pur senza ammettere nulla davanti a noi, dal giorno dopo i loro atteggiamenti cambiarono radicalmente, crebbe il livello di attenzione durante la giornata scolastica, nostro figlio fu ascoltato e le comunicazioni con noi si svolsero in modo corretto. Cambio di atteggiamento documentato nel quaderno delle comunicazioni, permettendo così a Marco di proseguire e terminare lo scorso anno scolastico in modo sereno. In quella fase in cui avvenivano gli episodi di bullismo e l’atteggiamento di negazione delle insegnanti, nostro figlio era giunto a uno stato di paura nel frequentare la scuola, di trauma perché non si capacitava del motivo per cui questo bambino lo attaccasse e soprattutto perché poi le insegnanti, davanti a noi e a lui, negassero tutto, facendolo così sentire indifeso e inadatto. Purtroppo in questo secondo anno scolastico, da ottobre, la situazione si è ripresentata come nella prima parte dell’anno precedente, con gli episodi di bullismo da parte dello stesso bambino verso nostro figlio e la negazione da parte delle insegnanti e della dirigente. Malgrado i nostri ulteriori colloqui con le maestre e la dirigente, e le rassicurazioni a nostro figlio che tale situazione sarebbe cambiata rapidamente, non hanno voluto mettere in atto quanto necessario per permettere a Marco di frequentare serenamente la scuola. A questo punto nostro figlio è piombato in uno stato di trauma e di rifiuto della scuola, fatto di ansie e pianti che ci ha visto costretti a iscriverlo in un’altra scuola, cosa che ci procura non pochi disagi essendo difficilmente raggiungibile con i mezzi pubblici, poiché il servizio di bus scolastico non prevede il passaggio presso la nostra via di residenza, ed essendo io disabile e senza auto. Ma ciò che è più grave è che nostro figlio essendo stato così duramente colpito al suo primo contatto con l’istituzione scolastica, identifica la scuola finora frequentata con tutta la scuola italiana.

Al momento in cui scrivo non siamo ancora riusciti a fargli frequentare la nuova scuola, e vuole proseguire gli studi a Cuba (mia moglie è di origine cubana, Marco è nato a Milano, ma ha vissuto dai tre mesi di vita ai tre anni mezzo a Cuba frequentando là una parte di scuola materna) nazione in cui, pur con molti problemi e difetti, l’attenzione e la salvaguardia dei bambini è al primo posto. Ma io non posso spostarmi a Cuba, dovendo restare in Italia per lavorare e provvedere al sostentamento della mia famiglia, con il risultato di determinarne lo smembramento. La cosa ancora più paradossale è che a nostro figlio piace studiare, imparare cose nuove, un piacere oltre che un diritto che con questo trauma gli viene negato. Questa mia lettera è per stigmatizzare come in tutta questa vicenda ci siamo trovati soli ad affrontare questo problema, che ci ha toccato profondamente riguardando nostro figlio di 6-7 anni, senza trovare sponde istituzionali che ci aiutassero e si ponessero in funzione della soluzione, doverosamente rapida, del problema, lasciando alla nostra volontà, caparbietà e alla buona volontà di chi ci ha aiutato, a titolo personale, la gestione di questo problema.Mi chiedo se è giustificato tutto ciò. Se è normale che un bambino debba arrivare a pensare di emigrare, per essere sicuro di ritrovare la serenità nel frequentare la scuola. Se è accettabile che chi subisce disagi e penalizzazioni, chi ha subito il bullismo e ha voluto dire la verità debba cambiare scuola. Sarebbero stati sufficienti la volontà, l’umiltà e il doveroso appoggio istituzionale perché non si arrivasse a questo, doloroso e traumatico, punto. Caro direttore, per avere giustizia ci siamo rivolti al tribunale, che però non sembra essere adeguato a sostenere in tempi utili ed efficaci chi si trova in situazioni come la nostra. Non ci resta che una speranza: che leggere di questa nostra esperienza e l’azione legale che ne è conseguita siano almeno utili per altre famiglie.

Lettera firmata

La risposta della scuola: «I fatti dichiarati non hanno riscontro»

Gentile Direttore, siamo dispiaciuti e rattristati dalle parole di questo genitore, dalla sua scelta di lasciare il nostro istituto, dalla mancanza di stima e di fiducia che traspare dalla sua lettera ingiusta e ingenerosa. La vicenda è molto diversa da quanto raccontato dal genitore. Come ben comprenderà, ragioni di riservatezza e di tutela di minori non mi consentono di divulgare informazioni, testimonianze, documenti, che potranno provare la correttezza del nostro operato, negli ambiti appropriati. L’unica replica possibile in una dimensione pubblica è l’invito a riflettere sulla nostra storia, sui nostri valori di riferimento, sulla nostra idea di Scuola come luogo di reale inclusione, in cui nessuno possa sentirsi straniero, diverso, estraneo. Il nostro Istituto opera in un contesto socio-economico difficile, in un’area a rischio dispersione, in una zona a forte processo immigratorio (i bambini stranieri sono il 30% degli iscritti). Tale contesto, da elemento apparentemente critico, si è trasformato in opportunità, perché la nostra Scuola ha saputo promuovere una vera cultura della diversità, ha saputo fare rete con le tante realtà educative del territorio, con le quali co-progettare azioni efficaci di integrazione scolastica. Abbiamo ritenuto importante sostenere attività volte a favorire la capacità di accettare se stessi, di riconoscere e regolare le proprie emozioni, di comprendere e ascoltare l’altro. Una posizione di primo piano hanno occupato gli interventi di prevenzione di comportamenti violenti quali il bullismo e il cyberbullismo. Per contrastarli, abbiamo stretto alleanze educative con il territorio e realizzato progetti in collaborazione con il Centro per il disagio adolescenziale del Fatebenefratelli, il Comune di Milano, il Municipio 6, l’USR, Pepita Onlus. Tuttavia, il tema del bullismo poco c’entra con la vicenda di questo bambino di seconda elementare e del suo compagno di sei anni, ricondotto, da genitori allarmati, al ruolo di pericoloso bullo. Purtroppo, i genitori di Marco (nome di fantasia, NdR) sono certi della veridicità degli episodi da lui raccontati, e non appaiono disponibili a prendere in considerazione l’ipotesi che il malessere del bambino possa avere altre cause, esterne ed estranee all’attività scolastica. Come dirigente ho raccolto informazioni ed effettuato controlli: i fatti dichiarati da Marco non hanno trovato riscontro. Le attività didattiche nella classe si svolgono in un clima sereno; Marco è stato sempre oggetto di costante attenzione da parte dei docenti. I contenuti e la frequenza delle mail trasmesse dalla famiglia, la continua richiesta di colloqui con le maestre, testimoniano uno stato di ansia, allarmismo e agitazione. La Scuola non nega né sottovaluta il disagio di Marco, di cui vorrebbe anzi farsi carico. Sottolineiamo però che il disagio non si supera elevando ulteriormente il grado di protezione di Marco, o assecondando le richieste di sanzioni verso dei bambini, quanto piuttosto provando a percorrere altre strade, insieme. La dirigente.

Lettera firmata

Il commento della nostra psicologa: «Prima di tutto bisogna ascoltare il bambino»

(Questa breve nota è stata scritta dalla dottoressa Mereghetti, dopo aver incontrato diverse volte il bambino e la sua famiglia – NdR)

Come si può commentare un’esperienza raccontata a cuore aperto da un padre e una lettera “di difesa” da parte di un’istituzione che ancora non offre concretezza e sicurezza ma accusa e colpevolizza per l’ansia genitoriale anziché cogliere l’opportunità di accoglierla attivando risorse e soluzioni? Non si può non dire “davvero un peccato!”, poteva essere un’ultima occasione per sfoderare non un elenco di collaborazioni, ma uno sguardo nuovo su un problema generatosi innegabilmente al proprio interno, di cui curarsi anche con umiltà. Fortunatamente le cose non vanno sempre così, a scuola i progetti e i laboratori possono diventare realmente una rete efficace per sostenere quelle famiglie che attraversano un momento di criticità, si tratti di bullismo, così come di altre problematiche che possono generare paure, ansie; spesso basta poco, altre volte ci vuole più tempo e più fatica ma si possono risolvere e gli strumenti esistono, basta attivarli. La voce più importante in questi casi è sempre quella del bambino, e va ascoltato qualunque cosa dica, in qualunque modo la dica, c’è sempre qualcosa di significativo che vuole fare arrivare a noi adulti, non si tratta di “fatti” veri o non veri, ma di questioni per lui importanti che cerca di trasmetterci e se non stiamo in ascolto perdiamo la vera scommessa: aiutarlo a crescere in serenità.

Mariateresa Mereghetti Psicologa e Psicoterapeuta

(Dicembre 2018)

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di dargli un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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