L’ultimo libro di Riccardo Tammaro – Borghi e cascine della Zona 5

Per oltre un anno il giornale Milanosud ha avuto il privilegio di ospitare la rubrica “Le cascine della zona 5”, scritta da Riccardo Tammaro. I suoi articoli erano particolarmente attesi dalla redazione e anche dai

, L’ultimo libro di Riccardo Tammaro – Borghi e cascine della Zona 5

BCZ5COVFPer oltre un anno il giornale Milanosud ha avuto il privilegio di ospitare la rubrica “Le cascine della zona 5”, scritta da Riccardo Tammaro. I suoi articoli erano particolarmente attesi dalla redazione e anche dai nostri lettori. Più di una volta ci sono giunte lettere e mail che si complimentavano con l’autore e il giornale. Il motivo era semplice. Gli scritti di Riccardo, ora raccolti in questo libro, sono di grande qualità, probabilmente unici nel panorama della ricerca e della pubblicistica milanese. L’approccio è storico, ma non semplicemente accademico. Si raccontano le vicende principali che hanno riguardato gli insediamenti rurali che ancora sopravvivono nella zona sud della città, le origini del nome, i resti di arte campestre, la vita contadina. Le fonti sono di primissima mano, risalenti in alcuni casi al Basso Medio Evo, principalmente attinte da mappe e testi d’epoca e da una conoscenza diretta delle cascine e dei loro abitanti. Niente a che spartire con lo sciapo copia-incolla che ormai imperversa in questa epoca digitale.

Il risultato di questo lavoro di indagine vale mille convegni sull’agricoltura a Milano. Dopo aver letto gli scritti di Riccardo non è più possibile passare indifferenti accanto alle cascine e ai resti degli insediamenti rurali. Ognuno di essi appare sotto una nuova luce. Come uno degli snodi di un reticolato sociale ed economico, su cui si è sviluppata la nostra società, con i suoi valori e tradizioni. Un patrimonio culturale che va ben oltre la cifra edilizia e urbanistica, che deve essere valorizzato in toto, per non essere disperso. Perché se così fosse perderemmo una parte fondamentale di ciò che siamo e ci precluderemmo la strada a un nuovo e più proficuo sviluppo.

Stefano Ferri

Di seguito il decimo capitolo

Cascina Annone al Basmetto

Uscendo da Cascina Basmetto per mezzo del sentiero che conduce al quartiere omonimo, se ci si dirige verso l’altra sponda del Naviglio Pavese, passato un ponte pedonale (su cui tornerò più avanti), ci si trova davanti alla Cascina Annone. Si tratta di una antica realtà rurale, che probabilmente prende il nome dalla famiglia Annoni (quella del palazzo di corso di Porta Romana 6), e che già compariva, con il nome di “Anone”, sulla mappa del Claricio del 1600. Oggi purtroppo il suo aspetto non è più florido come un tempo, ma fino a un paio di anni fa essa era ancora abitata; il terreno invece è tuttora coltivato da nu contadino foraneo. Mi è stato possibile ricostruire un tipico spaccato di vita contadina grazie ai fratelli Stefanini, il cui padre fu fattore nel secondo dopoguerra. Anzitutto va detto che la cascina sorge in un terreno ricco di acqua, tanto che ancora trent’anni fa alcuni vasti appezzamenti erano coltivati a marcita, il cui foraggio dava da mangiare al centinanio di mucche che alloggiavano nella stalla, ancora perfettamente funzionante. In seguito le coltivazioni si concentrarono su mais, frumento e riso, che a tutt’oggi risulta la specie più diffusa, seguita dal granoturco. La proprietà di terreni pertinenti all’Annone è di vaste dimensioni: a sud infatti essa si estende fino a Cascina Venina, in comune di Assago, e raggiunge quindi il confine còmunale; altrettanto accade verso ovest, dove le cascine confinanti sonò la Bassana e la Bassanella, sempre di Assago; verso nord la proprietà arriva fino ai terreni pertinenti cascina Cantalupa, ove ora sorge un insediamento abitativo, mentre ad est è il Naviglio Pavese a fare da confine invalicabile per le colture. Il Naviglio non è però l’unico corso d’acqua presente nell’area dei fabbricati: a nord degli stessi si trova infatti il cavo Paimbro (noto anche come roggia Palmera), che poi finisce la sua corsa gettandosi nel Lambro Meridionale, e ad ovest scorre la roggia Carlesca, proveniente dalla città, al cui fianco in parallelo scorreva fino agli anni ’70 del XX secolo il Naviglietto, poi interrato e fatto confluire nella roggia. Mentre però la roggia raccoglieva gli scarichi della zona, il Naviglietto aveva le acque pulitissime, e i bambini andavano a farvi il bagno ancora nel dopoguerra. In quell’epoca infatti la cascina era in piena attività: nella palazzina e nelle abitazioini dei salariati abitavano in totale 12 famiglie con più di 40 bambini, molti dei quali frequentavano la scuola “Duca degli Abruzzi”, sita un paio di chilometri (che venivano percorsi tutti i giorni rigorosamente a piedi) a nord lungo l’alzaia del Naviglio Pavese, nelle cui scuole medie si trovava anche una sezione di Avviamento Professionale Agrario: al suo posto ora sorge la scuola di via Pescarenico, ma i platani sono ancora quelli della vecchia scuola. Nella cascina vigeva una gerarchia molto chiara: il proprietario delegava un fattore a guidare la cascina, e questi era responsabile di far svolgere le attività lavorative potendo contare su alcuni referenti: il cavalllante, che poi comandava i lavoranti addetti ai cavalli, il beolco, che guidava gli addetti ai buoi, il famiglio, che era responsabile delle stalle e della mungitura; un’altra figura fondamentale era poi il camparo, che era responsabile delle acque, le cui competenze includevano la verifica della pulizia dell’acqua e della presenza di eventuali piante cadute nei corsi d’acqua. Fino alla seconda guerra mondiale il fattore godeva di grande ricchezza: aveva infatti carrozza con cavalli ed abitava tutta la palazzina nobile con la sua famiglia e la servitù; in seguito però alle lotte contadine degli anni ’50, che avrebbero anche portato ad un incendio, presto domato, che causò la ricostruzione (in legno e coppi) del tetto della stalla, i salari dei contadini vennero un poco adeguati; i salariati infatti percepivano un tempo cifre molto basse, anche se ricevevano in cambio della loro opera anche vitto ed alloggio. Per quanto riguarda la disposizione dei fabbricati, la proprietà dell’Annone comprende una cascina, un edificio rurale posto a sud e due edifici posti a nord, oltre la via Gattinara. Questi ultimi erano adibiti ad abitazione dei salariati (quello più vicino al naviglio) e a magazzino (quello più ad ovest, oltre la roggia Carlesca). La cascina si presenta a corte chiusa: è infatti delimitata a sud da una palazzina per abitazioni, con tre piani incluso il pianterreno, costruita all’inizio del Novecento, mentre ad ovest si trovano le stalle, ormai in rovina, ad est magazzino e fienile e a nord altri fabbricati dedicati a residenza per i salariati. Al di fuori della corte si estendeva l’aia, posta a sud-ovest rispetto agli edifici; una parte di essa è stata in seguito trasformata in giardino, mentre è ancora visibile, pochi metri a sud della palazzina, l’edificio un tempo adibito ad essiccatoio. Tra la corte e l’aia si trova un passaggio porticato, detto “La Rosa”, in cui è tuttora visibile un affresco della Vergine, di fattura rurale. Sulla cima della palazzina si trova inoltre una colombaia di gradevole fattura, che per diverso tempo ha ospitato piccioni ed altri uccelli; su di essa a un certo punto venne piazzata la sirena che sostituì la campanella che segnalava i tempi di lavoro ai salariati, e gli uccelli ebbero qualche problema, ma poi si abituarono. Per attraversare il naviglio verso cascina Basmetto ci si avvale di un ponte, detto Ponte o Passerella “dell’Annone”, che ha una storia significativa: esso fu infatti fatto costruire nel 1865 (come attestava una incisione presente su un suo gradino) per consentire agli abitanti della cascina Basmetto di raggiungere il Mulino della Follazza, tuttora visibile sulla via Gattinara poche centinaia di metri oltre la cascina Annone. L’inaugurazione del ponte dunque avvenne appena dopo l’Unità d’Italia, ma probabilmente la decisione di costruirlo fu presa dagli austriaci, come attesterebbe la scritta “Fonderia Bauer” che compariva sullo stesso gradino ove era incisa la data. Erano tra l’altro quelli gli anni in cui ci si stava orientando all’uso nelle costruzioni del metallo e delle leghe metalliche, e in Italia ne mancava ancora la produzione industriale. Dopo 120 anni di onorato servizio, il ponte dell’Annone fu sostituito nel 1985 in quanto non era più possibile intervenire per restaurarlo, e così quello attualmente in loco ha meno di trent’anni, ma è stato costruito assolutamente identico al precedente dalla fonderia di Ghise Speciali Lamperti di Limbiate, indi dipinto dall’azienda “La Metallotecnica” di Caponago. Le uniche due differenze sono che la cosiddetta “anima” del ponte è stata sostituita (quella vecchia è stata portata all’epoca nei magazzini del Comune di Milano) e che la ghisa è differente: il nuovo ponte infatti è stato realizzato in ghisa ematite con bassa percentuale di cromo, che l’ha reso più resistente alla corrosione. Concludo dicendo due parole su alcune cascine site a poca distanza. Inizio col mulino della Follazza, che veniva alimentato dalle acque della roggia Palmera e che nel XX secolo ospitava anche una fabbrica di colle; esso non va confuso con l’omonima cascina presente a Rozzano, nè con altre con lo stesso nome; questo termine era infatti un tempo molto diffuso in quanto faceva riferimento alla “folla”: vediamo che cos’è. La maggior parte dei mulini ad acqua aveva una ruota idraulica verticale; il movimento della ruota attorno ad un asse orizzontale poteva, allora, essere utilizzato per la follatura. Questa è un’operazione che fa parte del processo di finissaggio dei tessuti di lana, e che consiste nel compattare il tessuto attraverso l’infeltrimento, per renderlo impermeabile; i primi mulini per follatura fecero la loro comparsa nel 1080 in Francia. In questa maniera l’energia dell’acqua veniva sfruttata per più compiti; lo strumento che realizzava questa operazione era appunto detto “follone” o “folla”. Non molto a sud, circa a fronte della citata Cascina Venina, al confine della città di Milano, si trova un Mulino “Le Folle”, insieme alle cascine Cascinetta e Casanova; per accedervi occorre infilarsi tra i condomini di via Baroni, oppure, a piedi, arrivarvi da via Rozzano; sul Lambro Meridionale si trova anche un bel ponte in ferro. Infine, meritano una citazione la cascina Caimera, la cui fornace trasformava la buona terra della zona in mattoni, sita a nord dell’Annone lungo il naviglio, vicino a dove ora sorge il quartiere omonimo, e il Mulino della Polvere, poco più ad ovest, ove probabilmente si fabbricava la polvere da sparo: qui cadde durante la seconda guerra mondiale un velivolo americano, e il suo motore venne ritrovato nel 1990 durante gli scavi per il deposito della Metropolitana.

Riccardo Tammaro Borghi e Cascine della Zona 5
Editore La vita felice Pp 120 prezzo 13,50 euro
Il libro è in vendita presso la sede di Milanosud (via S. teresa 2/A, lunedì dalle 10 alle 12, martedì e giovedì dalle 17 alle 19)

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

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