L’uso improprio dei referendum

Proviamo a ragionare sui referendum. Ma prima di soffermarci (il che faremo nei prossimi numeri) su quello indetto in Italia per il 4 dicembre per l’approvazione o la disapprovazione della riforma costituzionale italiana, diamo un’occhiata

Proviamo a ragionare sui referendum. Ma prima di soffermarci (il che faremo nei prossimi numeri) su quello indetto in Italia per il 4 dicembre per l’approvazione o la disapprovazione della riforma costituzionale italiana, diamo un’occhiata al di fuori delle nostre frontiere. E ci accorgiamo che sempre di più gli esecutivi (i governi) e i legislatori (il parlamento) rinunciano alle prerogative della democrazia rappresentativa per rifugiarsi nei pronunciamenti della democrazia diretta, i referendum. E questo, non solo il più delle volte è indice di debolezza nella guida, ma soprattutto coltiva la pericolosa tendenza alla semplificazione dei problemi, ponendo alternative radicali (aut aut, bianco o nero), laddove il compito principale di ogni democrazia è quello di interpretare, approfondire, includere, mediare il più possibile.

Contro la pace o contro il governo?
Clamoroso nei suoi esiti è il referendum che, seppur con scarto esiguo (50,21 contro 49,79) ha bocciato in Colombia l’accordo di pace che mette fine a mezzo secolo di guerra intestina. Per debole o perfettibile che fosse l’accordo (costruito in anni di trattativa), rappresentava la fine di un conflitto armato. Nel tempo sarebbe stato possibile migliorarlo. Ma solo il 37 % dei colombiani si è recato alle urne, e valutazioni di carattere politico generale nonché la crisi economica hanno spinto la maggioranza a rifiutare l’accordo. Che i colombiani non vogliano la pace è da escludere. Che una parte consistente di loro (la maggioranza dei votanti) abbia visto nel referendum solo una occasione per andare contro il governo non è invece da escludere. Unica consolazione per il presidente Santos: gli hanno conferito il Nobel per la pace. Quasi un premio postumo.

Canton Ticino “moderato”
Ha fatto molto scalpore – più del dovuto – l’esito del referendum che nel Canton Ticino il 25 settembre ha ribadito ancora una volta una certa insofferenza della Svizzera meridionale verso il flusso di lavoro frontaliero: lavoro frontaliero di cui nessuno svizzero (nemmeno i leghisti ticinesi che hanno promosso il referendum) disconosce l’utilità. Ma in tempi di crisi economica generalizzata – da cui, peraltro, la Svizzera è solo sfiorata – lo slogan “prima i nostri” riempie i polmoni e non affatica i cervelli. Eppure solo il 45% si è recato alle urne. E di questa percentuale soltanto il 58% ha votato sì. Sottolineo il “soltanto”, perché nel febbraio 2014 un referendum nazionale svizzero aveva approvato norme contro l’immigrazione con una percentuale assai più elevata: 70% (con una partecipazione del 43). Come dire che il Canton Ticino, l’area più esposta ai flussi migratori, ha dato due anni e mezzo dopo, una risposta più moderata di quella dell’intero territorio elvetico.

La paura svizzera
Il referendum ticinese ha fatto quasi passare inosservato un referendum, più significativo, che lo stesso giorno è stato sottoposto al voto di tutti gli svizzeri. Era un referendum che chiedeva in sostanza il consenso dei cittadini a rinunciare a un po’ di riservatezza, consentendo controlli informatici, intercettazioni sui cellulari, sui computer, senza chiedere l’autorizzazione degli interessati. Un grosso calcio alla privacy. Eppure il 65,5% degli svizzeri ha detto sì (percentuale di partecipazione: 45). La Svizzera non ha avuto gli attentati Londra, di Parigi, di Bruxelles e di Madrid, non ha avuto stragi e non registra se non marginalissimi episodi di terrorismo. Eppure, la globalizzazione – che viaggia molto sul web – ha globalizzato anche la paura e la pacifica Svizzera rinuncia ad alcuni diritti fondamentali di riservatezza senza il clamore che sicuramente analoghe iniziative avrebbero suscitato nei paesi che invece il terrorismo lo subiscono realmente.

Ricerca del consenso
Ma mentre in Svizzera l’uso del referendum è abituale strumento di consultazione (tanto abituale che raramente vi partecipa la maggioranza degli elettori), altrove sta conoscendo una diffusione che precedentemente non aveva. Ed è perlopiù la testimonianza di una fragilità di fondo della politica a governare le situazioni difficili. Si cerca, su di un terreno considerato favorevole, un consenso popolare che vada al di là dello specifico su cui si chiede ai cittadini di pronunciarsi.  In Italia si voterà il 4 dicembre sulla riforma costituzionale. Ma sarà veramente questo il quesito? Brunetta, Grillo e Salvini dicono: “Votiamo per mandare a casa Renzi”. Desiderio legittimo. Ma la Costituzione che cosa c’entra?

La “festa” dei serbi
L’uso strumentale del referendum dilaga. È il caso dell’Ungheria, ma è anche il caso della piccola Bosnia, ove la minoranza serba è stata chiamata a pronunciarsi sul mantenimento della “festa nazionale dell’identità serba”. E il promotore, Dodik, ha avuto il successo che voleva: il 99,8% dei serbi della Bosnia ha detto sì. Sai che sorpresa! È un referendum che non avrà alcun effetto pratico o legislativo, se non quello di alimentare nuove tensioni in un’area, quella balcanica, storicamente percorsa da conflitti etnici e religiosi.

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L’isolazionismo della Brexit
L’uso eccessivo o improprio dello strumento referendario ha fatto svanire nel tempo la linea di confine, che pure dovrebbe esistere fra referendum e plebiscito. Il primo svolgendo, o dovendo svolgere, una normale funzione correttiva o suppletiva dell’attività legislativa; il secondo dovendo essere utilizzato per decidere su questioni fondative della vita di una nazione: esempio “monarchia o repubblica”. In questo senso, la cosiddetta Brexit (23 giugno) più che un referendum era un plebiscito, perché chiedeva agli inglesi molto di più che l’orientamento su come stare in Europa: chiedeva se volevano realmente entrare in Europa (perché non c’erano mai completamente entrati) o uscirne, assecondando la secolare vocazione isolazionistica dei britanni. Era in sostanza in gioco il profilo identitario della Gran Bretagna. Gli inglesi (a stretta maggioranza, 51,9%) hanno detto fuori.

Referendum e plebiscito
Era un referendum, quello inglese, che aveva il sapore del plebiscito, anche se l’uso di questo termine ha perso nel tempo il significato originale e, trascinato dalle esperienze storiche (l’unità d’Italia, i plebisciti durante il fascismo), che assegnavano la vittoria del sì con percentuali vicine al 100%, ha finito per caratterizzare il plebiscito come successo a larghissima, quasi totale maggioranza. E le parole valgono per quello che significano nell’uso corrente. Prendiamone atto.

Orbàn plebiscitato?
Ed era un plebiscito quello che, ad esempio, il primo ministro ungherese Viktor Orbàn voleva: un plebiscito contro le regole della Unione Europea. Il quesito referendario, il 2 ottobre, era formulato alla maniera di Catalano, quello che diceva che era meglio essere giovani, sani e belli che vecchi, malati e brutti. Orbàn chiedeva agli ungheresi: volete che siamo liberi di tutelare i nostri confini o volete che siano i burocrati europei a dettarci le regole? Su un quesito di raro sapore demagogico, Orbàn ha ottenuto il plebiscito che voleva: il 98% ha detto sì. Ma solo il 43,23 si è recato a votare. Il demagogo canta vittoria, in realtà esce scornato.

Annibale alle porte
Se c’è un tipo di referendum che sfugge alle normali convenzioni democratiche, all’uso proprio che se ne deve fare, è quello ungherese: non c’era nessuna legge da cambiare o da correggere. Il problema reale era quello di ospitare 1294 migranti (non uno di più) secondo le quote di ripartizione della Ue. Nulla di drammatico. Ma Orbàn vuole imporre all’Europa regole che di fatto ne lacerano il già debole tessuto. È la demagogia di cui si nutrono tutti i nazionalismi straccioni, che, anche quando non c’è Annibale alle porte, alimentano il più sfrenato sciovinismo. E aiutano, semmai ce ne fosse bisogno, il sentimento di intolleranza verso lo straniero, il diverso: quello che porta terrorismo e depauperamento economica. Il terrorismo c’entra poco, ma la crisi economica mondiale ne fa un moltiplicatore di ansietà e di paura. E una ossessiva domanda di sicurezza.

Piero Pantucci

(Ottobre 2016)

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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