M5S e Sardine. Analogie e differenze

Una singolare prudenza guida la mano dei commentatori politici di fronte al fenomeno delle sardine. Tanto era stato accreditato di enormi potenzialità il grillismo nella sua pirotecnica fase di avvio quanto ora si tende a

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Una singolare prudenza guida la mano dei commentatori politici di fronte al fenomeno delle sardine. Tanto era stato accreditato di enormi potenzialità il grillismo nella sua pirotecnica fase di avvio quanto ora si tende a collocare nell’area dell’effimero il movimento scaturito dalla piazza di Bologna nel novembre dello scorso anno.
Forse proprio il precoce invecchiamento (molti parlano già di estinzione) di un soggetto (i 5S) che sembrava destinato a riscrivere la geografia politica italiana induce oggi a guardare con estrema cautela il “sardinismo”.

Eppure i cardini dei due movimenti sono profondamente diversi. Li accomuna la volontà di entrare nell’arengo politico senza il biglietto d’ingresso. Entrambi estranei alle istituzioni (partiti e parlamento in primis). Ed entrambi con la dichiarata volontà di modificare radicalmente il quadro istituzionale. Ma le analogie finiscono qui.
Nel grillismo c’era (parliamo naturalmente della nascita del movimento) una dichiarata alterità rispetto a tutto e tutti: una dichiarazione di guerra al sistema che non risparmiava nessuno e prometteva con la digitalizzazione della democrazia di scardinare completamente il sistema.
Le sardine mobilitano una piazza che si sente esclusa dalle istituzioni, ma che vuole operare per ridar loro vita, naturalmente svecchiando uomini e programmi.
Il grillismo era una orgogliosa dichiarazione di diversità antropologica: noi contro tutti, noi incontaminabili e incontaminandi. Tutti sappiamo come sono andate poi le cose.
Le sardine non sono politicamente apolidi: si collocano dichiaratamente in un’area di sinistra (e questo ha già prodotto le prime slabbrature e i primi dissensi), ma senza alcuna indulgenza verso i partiti ai quali dovrebbero essere idealmente più vicini.
Il grillismo si è posto da subito come protagonista unico del rinnovamento politico: la forza-guida in grado, da subito e con una classe dirigente tutta da inventare, di prendere le redini della società.
Le sardine continuano a definirsi movimento, sembrano restie a darsi forme organizzative cogenti: si pongono come agenti di una dinamica che riporti nella società la politica come fattore di scontro ma anche di coesione, di confronto e di attenzione al senso comune.

Lotta frontale alla cultura dell’odio: questo è forse il comandamento principale del verbo sardinista.
Esiste questa cultura dell’odio? La destra, che aveva abbozzato inizialmente una sorta di paternalistica benevolenza verso le sardine, appena si è resa conto della crescente popolarità del movimento è passata dalla negazione della cultura dell’odio al ribaltamento dell’accusa: a fomentare l’odio sarebbero proprio le sardine e Salvini sarebbe non l’artefice di questa cultura, ma la vittima principale.
Qualche social particolarmente sboccato o protervo lo si trova sempre, in tutte le comunità, quindi anche nell’area sardinista. Ma ben altro è l’effetto che il sovranismo delle frontiere chiuse e della paura del diverso, della latente xenofobia e del negazionismo storico (cresce il numero degli italiani che non credono alla Shoah e cresce anche il numero di quelli che tutto sommato assolvono il fascismo che “ha fatto anche cose buone”) produce nel quotidiano una chiamata alle armi nei confronti di minacce globali, congiure europee, vampirismo delle banche, spietate lobby di potere, mescolando ai problemi autentici fantasie fumettistiche e complottistiche.
La grande novità che le sardine possono introdurre non è tanto quella di puntellare le incerte sorti dei partiti di sinistra: questo può essere (come nel caso dell’Emilia-Romagna) un dato contingente; ma è nel sommovimento della “morta gora”, nel rimettere in moto le acque, nel risvegliare da un coatto torpore milioni di italiani che le sardine possono essere il dinamismo che occorre per avviare un ciclo.
Non un partito, non una forza gregaria di uno schieramento, non lo sbuffo di qualche piazza affollata; ma il ritorno in circolo delle energie disperse. Questo, se sarà confermato dai fatti, non è episodio stagionale, ma l’inizio di una fase che può scomporre assetti consolidati e archiviare cattive abitudini. E poi ricomporre, magari con soggetti diversi e temi ampiamente rivisitati. A destra come a sinistra. Non la piattaforma digitale, ma la riscoperta della agorà. Naturalmente, la sfida è appena partita.
Diamo un’occhiata ai giornali on-line. È lì che si trova la cultura dell’odio? Fanno la loro parte, ma più in termini propedeutici che direttamente pedagogici.
Prendiamo un giornale qualunque del giorno 7 febbraio. I titoli sono: Feltri smaschera Benigni; La Appendino va a processo: una sentenza ammazza5S; Feltri stende la Lamorgese: storica lezione sull’odio; La vergogna di Zingaretti: Meloni replica, è un massacro; Meloni negli USA: umiliato Conte; Vittorio Feltri monumentale: il colpo di grazia alle sardine; Senaldi: Renzi uccide il Pd per la seconda volta.
A me sembra, più che predicazione di odio, una libera docenza di citrullismo.
L’unilateralità è evidente e non è grave: è propria di tutti i giornali. Ma solo Libero riesce (non solo per il titanismo di Feltri che ogni giorno sgomina tre o quattro eserciti) a spaccare la realtà politica in modo così assolutamente manicheo: da una parte soggetti (tutti di destra) che non si limitano a prevalere sempre, ma asfaltano, massacrano, infliggono colpi mortali, uccidono, schiantano: sono i verbi realmente usati. Dall’altra gli imbecilli, i vinti, i ridicolizzati, gli umiliati: tutti ovviamente di sinistra. Grande assente è il senso della misura. La realtà è complessa: capirla e interpretarla senza ricorrere a questa informazione adolescenziale non significa rinunciare alle proprie ragioni. Stiamo parlando di giornali nazionali, non di bollettini di quartiere.
La pochezza culturale che purtroppo permea buona parte del villaggio globale, non produce direttamente odio, ma ne è facilitatrice. “Tutte le grandi epoche della cultura sono epoche di decadenza politica” scriveva Nietzsche.
Se l’affermazione è corretta, ci sentiamo sfortunati. La decadenza politica (anche fuori dai nostri confini, ovviamente) è acclarata e la grande cultura ci sfugge. Forse i posteri saranno più generosi nel giudicarci, ma l’unica cultura che vediamo marciare spedita è quella che quotidianamente inventa nuove strumentazioni per sequestrare, plasmare, manipolare la comunicazione, bruciare sul tempo la “concorrenza” per diffondere fake news o depistaggi, isolare l’individuo in un guscio di apparente autonomia in realtà di orchestrata polifonia. L’illusione di essere più liberi controllando in autonomia uno strumentino, che in realtà ci controlla.

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