Marvin Hagler, “Il Meraviglioso” che abitava a Rozzano

Ci hanno lasciato in tanti in questo anno orribile e sarebbe ormai il caso di parlare di biennio. Tra loro anche Marvin Hagler. Aveva 66 anni, era un afroamericano nato a Newark ma viveva vicino

Ci hanno lasciato in tanti in questo anno orribile e sarebbe ormai il caso di parlare di biennio. Tra loro anche Marvin Hagler. Aveva 66 anni, era un afroamericano nato a Newark ma viveva vicino a noi, a Rozzano. Un nome che a molti dice poco ma Marvin è stato il più importante campione di pugilato dei suoi tempi.

Erano gli anni ottanta del secolo scorso, il pugilato era ancora lo sport popolare che affondava le sue radici in una leggenda antica. Era lo sport cantato prima da Omero e poi da Virgilio. Aveva attraversato i secoli fino ad essere codificato a metà Ottocento nelle regole della noble art. E arte nobile lo era davvero quando la forza bruta veniva stemperata attraverso norme precise e il combattimento assumeva un valore quasi sacrale, ben lontano dalle pratiche marziali odierne dove l’unico obiettivo è annientare l’avversario in una lotta selvaggia dove “vale tutto”.

Marvin Hagler è stato uno dei più grandi. Difficile dimenticare il suo aspetto di indomabile guerriero, la testa calva, i baffi e il pizzetto, e quel fisico scultoreo, quasi irreale, disegnato dalla dura selezione naturale passata attraverso trecento anni di schiavitù, una storia familiare che partiva da avi lontani imbarcati sulle coste del Senegal per approdare a una terra che non era quella promessa. Al giovane Marvin e a quelli come lui, la boxe offriva l’occasione per uscire dal ghetto, salire una scala impervia per arrivare forse un giorno a battersi per un titolo mondiale.

Era il 1979, Marvin aveva venticinque anni quando si trovò di fronte al campione, l’italoamericano Vito Antuofermo (nella foto in alto una fase del match). Chi, come me, ha visto quel match non lo ha più dimenticato. Vito era figlio di un’altra povertà, in qualche modo anche nostra. Era il paisà che portava sul volto i segni di una fame atavica, una maschera da teatro di Eduardo su un corpo sgraziato, reso forte dai mille lavori umili dei migranti. Era una storia alla Rocky a ruoli invertiti, lo stallone italiano era il campione, l’Apollo nero lo sfidante.

Marvin Hagler e il presidente del Sudafrica e premio Nobel Nelson Mandela.

Alla fine le ferite di Antuofermo richiesero settanta punti di sutura, Marvin aveva dominato ma la giuria premiò lo stoico coraggio di Vito con un salomonico verdetto di parità che gli permetteva di conservare il titolo. Marvin non gridò all’ingiustizia, molti anni dopo avrebbe parlato di quell’incontro (e della successiva amicizia con Antuofermo) come del più bel ricordo della sua carriera.

L’appuntamento con la storia era solo rinviato. Marvin sarebbe divenuto campione del mondo dei pesi medi l’anno seguente, dominando poi la scena per sette stagioni scontrandosi e battendo altri personaggi leggendari della boxe, Mano di Pietra Duran, Il Cobra Hearns, la Bestia Mugabi. Anche per lui era stato coniato una sorta di nome d’arte. Giocando sul suo nome di battesimo era diventato per tutti The Marvelous, il Meraviglioso. E dopo anni di meraviglie avrebbe lasciato il titolo nelle mani di un altro mito della boxe, Ray Sugar Leonard, un verdetto contestato e mai accettato da The Marvelous che di lì a poco avrebbe dato l’addio al ring.

Sarebbero poi venuti il difficile adeguamento a una vita diversa, un’effimera carriera da attore e alla fine l’amore italiano che l’avrebbe reso uno di noi, solo di un colore diverso. Avrebbe imparato la lingua di Dante meglio di certi politici di casa nostra, si sarebbe innamorato del calcio scegliendo come squadra del cuore non l’Inter o il Milan, ma la Sampdoria (perché ha la maglia più bella, diceva lui, e aveva ragione).

Negli ultimi anni si divideva fra la casa negli States e la sua Rozzano. Frequentava una palestra della zona per mantenere integro il fisico prodigioso che la natura gli aveva donato. Qui l’aveva incontrato un mio amico, riconoscendolo subito fra tanti corpi allevati in serra. L’aveva timidamente avvicinato chiedendogli “Ma tu sei Marvin Hagler, The Marvelous?”. Il campione aveva scosso la testa, per un attimo l’aveva squadrato con quello sguardo torvo che metteva paura agli avversari, poi si era sciolto in un sorriso e aveva risposto nel suo italiano perfetto “No, sono Marvin Hagler, Il Meraviglioso“.

Marvin Hagler, Il Meraviglioso.

Bibliotecario approdato finalmente alla pensione cerco di coltivare e condividere con maldestri tentativi di scrittura le mie mille passioni. Dalla letteratura allo sport, dalla storia alla musica, tutto con la stessa onnivora curiosità inversamente proporzionale alla competenza. Al primo posto l'amore per il cinema, nato a sei anni dalla folgorazione in una sala buia e mai più abbandonato.

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