“Mastella Mastella” è l’urlo che si alza dalla destra, ma la memoria è corta

“Mastella, Mastella!” scandiscono in coro i parlamentari della destra, indicandolo alla pubblica opinione come il campione del voltagabbanismo, che si accingerebbe a dare una mano al governo Conte. Che Mastella sia un politico in perpetuo

“Mastella, Mastella!” scandiscono in coro i parlamentari della destra, indicandolo alla pubblica opinione come il campione del voltagabbanismo, che si accingerebbe a dare una mano al governo Conte. Che Mastella sia un politico in perpetuo movimento, e con spiccata tendenza al pendolarismo, è nei fatti, per cui è difficile attribuirgli una identità ideologico-culturale da cui, per le più svariate ragioni (non necessariamente esecrabili), si distaccherebbe, tradendo la sua matrice.

Mastella sorprende quando sta fermo più di quanto non imbarazzi chi cerchi di cogliere la linearità dei suoi percorsi. Tra l’altro, probabilmente si sopravvaluta il suo peso politico, dal momento che attualmente il sindaco di Benevento è presente in Parlamento solo per interposta persona, la moglie Sandra Lonardo.

E’ stato ministro sia Berlusconi sia di Prodi, entrambi persuasi della forza del suo bacino elettorale.

Comunque, se almeno una volta nella sua lunga esistenza politica, Clemente Mastella è stato, in modo decisivo, un voltagabbana, lo è stato il 24 gennaio 2008, quando contribuì alla caduta del governo Prodi, di cui era stato ministro fino a una settimana prima ed al quale aveva comunque garantito l’appoggio esterno.

Vogliamo discutere la nobiltà delle motivazioni che indussero Mastella a “passare al nemico”? Facciamolo. Ma sarebbe singolare che quello che fu allora un gesto patriottico (e salvifico per Berlusconi) sarebbe oggi giudicato un “Francia o Spagna purché se magna”.

La nostra storia parlamentare ha sempre registrato (ma particolarmente nell’ultimo ventennio) i cambi di casacca. Determinati da cosa? Ragioni ideali? Puro interesse personale? Adescamento corruttivo?

Non facciamo di tutta l’erba un fascio. Ma, giusto per capire meglio la storia, diamo un’occhiata ai cambi di casacca che risultarono determinanti per la sopravvivenza di un governo o per la caduta di un altro.

  • Massimo Calearo – Eletto come capolista (!) del partito democratico a Venezia (una delle più mirabolanti genialate di Veltroni), il 14 dicembre 2010 vota contro la sfiducia al governo Berlusconi: il suo voto, unitamente a quello di altri “responsabili” (Scilipoti, Cesario, Razzi) risulta decisivo per salvare il governo.
  • Domenico Scilipoti – Eletto nelle liste dell’Italia dei Valori, abbandona il centrosinistra e, il giorno della mozione di sfiducia al governo Berlusconi, con spettacolare ingresso in aula all’ultimo minuto, insieme con Calearo e Cesario, vota contro: Berlusconi è salvo.
  • Bruno Cesario – Eletto nelle liste dell’Ulivo nel 2006, il 14 dicembre 2010, dà vita, con Calearo e Scilipoti al salvataggio in extremis del governo Berlusconi. Il suo patriottismo gli frutterà la carica di sottosegretario al Ministero dell’Economia.
  • Antonio Razzi – “È stato un atto di salvarmi la mia paga […] Se salviamo il governo, io mi salvo tutto e almeno pago il mutuo”. Così Antonio Razzi, deputato di Italia dei Valori, giustificò il voto con cui aveva respinto la sfiducia a Berlusconi il 14 dicembre 2010 (sempre quella data: caspita che movimento quei giorni! Battaglia delle idee o libero mercato?).

Questi alcuni “responsabili”, le cui idealità tennero in vita un governo agonizzante, che, sulla base del mandato elettorale, avrebbero dovuto avversare.  

Ma c’è anche un altro genere di patriottismo: quello che decreta la fine di un governo, col passaggio dalla maggioranza all’opposizione.

Per esempio.

  • Sergio De Gregorio. Un altro prodigio di quell’eccezionale talent scout che era Di Pietro. Eletto in Italia dei Valori, fa parte della pattuglia che il 24 gennaio 2008 vota con l’opposizione facendo cadere il governo Prodi. Perché questo cambio di campo? Lo spiega lui stesso: “Tra il 2006 e il 2008 Berlusconi mi pagò quasi 3 milioni di euro per passare con Forza Italia”.
  • Domenico Fisichella. Eletto nelle file della Margherita, quindi con i voti dell’elettorato di centrosinistra, nel corso della legislatura passa al gruppo misto e vota, il 24 gennaio 2008, la sfiducia al governo di Romano Prodi. Insomma, di patrioti o responsabili o costruttori (o venduti o voltagabbana o corrotti) le nostre istituzioni non fanno difetto. Si tratta di giudicarli (se giudicarli è necessario) con criteri omogenei.

Una chiosa doverosa. Berlusconi era il dominus della destra, ma non era il solo a beneficiare del patriottismo degli Scilipoti che lo salvavano o dei De Gregorio che ne affossavano il rivale Prodi. Nel suo governo e nel suo schieramento c’era sempre la Lega: la Lega dei duri e puri; la Lega che ieri alla Camera ha affidato a Claudio Borghi una alata sintesi di ragionamenti politici in un discorso che, per la frequenza delle citazioni escrementizie, possiamo dire che gli riempiva la bocca di sterco: una oratoria fecale, irripetibile per rispetto dei lettori, ma che avrebbe dovuto essere sanzionata con l’espulsione dall’aula.

Dire stupidaggini o volgarità, è facile. Riesce a chiunque. Ma dire cose intelligenti è impegnativo e “nulla urta tanto le persone mediocri quanto la superiorità dell’intelligenza” (Stendhal). Parla come mangi, si diceva una volta. D’accordo. Ma povero esofago di Borghi!

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