Meglio così

Si è temuto sino all’ultimo, sino allo scadere del terzo mese di vacanza (o di attesa o di travaglio) che l’annunciato governo grilloleghista non vedesse la luce. Invece è nato. Fortunatamente, aggiungiamo. Ed è nato

Si è temuto sino all’ultimo, sino allo scadere del terzo mese di vacanza (o di attesa o di travaglio) che l’annunciato governo grilloleghista non vedesse la luce. Invece è nato. Fortunatamente, aggiungiamo. Ed è nato anche grazie alla incommensurabile pazienza del presidente Mattarella. Su questo non tutti saranno d’accordo, ma non so quale altro presidente avrebbe tollerata una così faticosa gestazione, tanto poco avversa alle ambizioni di leghisti e grillini, che è stata emblematicamente riassunta dall’affermazione di Salvini: «Non solo non abbiamo fatto un passo indietro, ma ne abbiamo fatti due avanti, perché al governo c’è Savona e per giunta c’è anche un ministro dell’Economia che la pensa come Savona, cioè Tria».

Niente pop-corn
E allora in cosa ha sbagliato Mattarella, il presidente che Di Maio voleva crocifiggere con l’impeachment e contro il quale Lega e 5Stelle avevano minacciato di sollevare la piazza? Forse ha sbagliato solo nell’ostinata, prolungatissima ricerca di una soluzione che consentisse ai nuovi “barbari” di insediarsi al governo d’Italia, vincendo il fastidio per la collana di grossolanità e di sgarbi istituzionali che i vincitori inanellavano giorno per giorno, ora per ora. Perché accogliamo con soddisfazione l’epilogo di questa crisi di governo? Non tanto per metterci a sgranocchiare pop-corn in attesa degli errori di leghisti e grillini; quanto perché ha messo fine a un logoramento che stava costando salatissimo all’Italia (la ferocia del cosiddetto “mercato” è pilotata fin che si vuole, ma inevitabile in una economia liberistica) e che ancora di più sarebbe costato nei prossimi mesi nel caso di un governo tecnico e di nuove elezioni a breve termine.

Chi elegge il governo?
Bene. Ora il governo parte. Un governo eletto dal Parlamento, non dal popolo. Ma questo lo si sapeva. Solo un irresponsabile tasso di demagogia ha coltivato per anni la distinzione fra governi eletti dal popolo e governi eletti dal Parlamento. Il governo presieduto da Conte (toh, un tecnico!) ha la stessa legittimità costituzionale di quelli che l’hanno preceduto. Forse ora chi ha somministrato e fatto consumare a quattro palmenti balordaggini sulla genesi degli esecutivi si cheterà e troverà alimento alla propria azione di governo non dall’analfabetismo delle regole, ma dalla efficacia (se ci sarà) del proprio operare.

Il dilettantismo grillino
Quattro considerazioni finali. La prima riguarda gli equilibri all’interno del governo. La Lega, pur avendo la metà dei voti grillini, ne esce con bottino pieno. Non solo per aver messo nero su bianco il 70% del loro programma (parola di Salvini, anche questa volta), ma perché controlla i gangli operativi: presidenza del Consiglio, con Salvini e Giorgetti accanto all’improbabile Conte; l’economia con Tria, i rapporti con l’Unione europea con Savona, gli Interni ancora con Salvini. Il movimento Cinque Stelle paga il presuntuoso dilettantismo di Di Maio. Certo che ce l’hanno fatta, i grillini, ad arrivare a Palazzo Chigi. Ma pagando un prezzo politico che già i sondaggi iniziano a quantificare. Significativo il ruolo di Fratelli d’Italia, che sono passati dall’annunciata opposizione (“ferma e senza sconti”, come da copione) all’astensione, che ora al senato non è più equiparata a voto contrario. Domandina: che cosa ha indotto la camerata Giorgia Meloni a questo repentino revirement?

Avanti le ruspe e i blindati
La seconda considerazione riguarda le prime azioni di governo (i famosi 100 giorni). Nessun dubbio che si punterà su iniziative altamente spettacolari ed è agevole prevedere che si svilupperanno sul terreno di più facile presa demagogica: immigrati, sicurezza, rimpatri. Su questo terreno (che è il vero terreno vincente della Lega) Salvini ha certamente programmato dei brillanti fuochi di artificio. Nell’immediato avrà probabilmente gioco facile. Poi quando si dovrà affrontare il problema seriamente, la musica cambierà. Aspettiamo – terza considerazione- con molto maggior interesse le decisioni che il governo prenderà sulla politica fiscale. La flat tax, la tassa piatta, è la vergognosa negazione dei principi costituzionali di progressività dell’imposizione. Se attuata, ha un esito certo: la diminuzione del gettito fiscale a beneficio quasi esclusivo dei redditi più elevati. Dovranno pensarci seriamente i molti elettori grillini, che hanno lasciato il Partito democratico, colpevole di aver impoverito i ceti popolari. Può darsi che avessero (o abbiano) ragione: ma i nuovi governanti, con la flat tax, fanno anche peggio.

Dal sabato al lunedì
Da ultimo, i rapporti con l’Europa. Sorvoliamo sulle fanciullaggini (che però impressionano le menti credule) sulla muscolarità, sulle espettorazioni, sui pugni sul tavolo, sul “farsi sentire”. Stiamo alla sostanza. Restiamo o usciamo dall’euro? Se stiamo alle dichiarazioni ufficiali, nessun dubbio: restiamo. Ma dobbiamo crederci? Gira in questi giorni in rete un video che mostra un Salvini che afferma – con la solenne teatralità che gli è propria – che se la Lega va al governo, si esce dall’euro. Non è un video preistorico, risale a meno di due anni fa ed è stato registrato nel corso di un convegno ufficiale. Accanto a Salvini sorride giulivamente consenziente il grillino Di Battista. Ma ciò che è grave non è tanto la minaccia, che sappiamo corrispondere al reale sentire del leader leghista, bensì la freddezza con cui annuncia le modalità dell’uscita: molto in fretta (dal sabato al lunedì, ha precisato ancora di recente qualche “economista” di scuola padana) e “senza ricorrere a referendum”.

Il tempo, che birichino! Salvini ha cambiato opinione?
Per convincerci che la coerenza non è ottusa fedeltà a principi e nemmeno costanza e continuità del proprio pensiero, alcuni autorevoli maîtres à penser della destra (Daniela Santanchè, ad esempio) ci hanno spiegato che “il tempo è una categoria della politica” (così come la pubblicità è l’anima del commercio e la logica è una categoria dello spirito). Che significa? Significa oggi qui e domani là, le parole non sono più pietre, ma gocce di calcolo che scivolano sulla memoria. Evviva Talleyrand che l’aveva capito molto prima di noi. Noi possiamo anche credere alla conversione di Salvini (in realtà non ci crediamo), ma sappiamo che se intende e se può farlo, mica ce lo viene a dire: dal sabato al lunedì, cotta e mangiata. Tanto, il tempo è una categoria della politica. Parola di Salvini (o di Santanchè). Anzi: gli ultimi dati confermano la tendenza positiva nel mondo del lavoro, con un ulteriore abbassamento del tasso di disoccupazione (sceso all’11 %) e una crescita degli occupati fino al livello (58,3) precedente la crisi, il 2007.

Piero Pantucci
(Giugno 2018)

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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