“Memoria e progetto” dai racconti (e non solo) la ricostruzione dell’identità del Gratosoglio

“Il mio quartiere si chiama Gratosoglio e si trova alla periferia sud di Milano. È di tipo popolare, è infatti abitato da gente che lavora fuori dal quartiere, proprio per questo molti lo chiamano: quartiere

memoria, “Memoria e progetto” dai racconti (e non solo) la ricostruzione dell’identità del Gratosoglio

Incontro Memoria Progetto“Il mio quartiere si chiama Gratosoglio e si trova alla periferia sud di Milano. È di tipo popolare, è infatti abitato da gente che lavora fuori dal quartiere, proprio per questo molti lo chiamano: quartiere dormitorio. Dall’inchiesta svolta è emerso che molte persone abitano qui solo perché ci sono affitti bassi, sentono però la mancanza di rapporti umani e sociali. Questa situazione dipende anche dal fatto che gli abitanti provengono da regioni italiane diverse”.

Così scriveva del suo quartiere, in una delle ricerche condotte con la sua classe durante la sperimentazione del tempo pieno, la bambina Paola Giani Liuzzi. Ed è questo uno dei piccoli-grandi tesori che sono custoditi in un grosso quadernone che Susy Giani Liuzzi, la mamma di Paola, ha raccolto nell’anno scolastico 1974-75. Racconti sul quartiere e suoi abitanti, scritti dai bambini della IVC di via Baroni, che ora sono diventati la prima preziosa pietra di “Memoria e Progetto”. «Sono nata alla Barona ma vivo a Gratosoglio dal 1966, quando sopra le marcite sono sorti i grattacieli – racconta Susy, un’istituzione in quartiere –. All’epoca del quadernone facevo “solo” la mamma. Poi nel ‘79 abbiamo creato il Comitato contro la tossicodipendenza e l’emarginazione, diventato in seguito l’associazione Comunità educativa territoriale; facevamo formazione e un grande lavoro di documentazione».

lettera_Memoria Progetto

L’iniziativa “Memoria e progetto” è nata da un’idea del Laboratorio di quartiere Gratosoglio, che si propone di raccogliere documenti, interviste e foto della zona e dintorni. «Tante sono le memorie che giacciono custodite nei cassetti e armadi di cittadini, associazioni e realtà similari: piccoli tesori inconsapevoli – spiega Mario Donadio, che insieme a Luca ha ideato il progetto –. Il nostro scopo è raccoglierle digitalizzandole in un unico luogo. Passo successivo sarà quello di mettere tutto il materiale a disposizione di chiunque volesse utilizzarlo per studi o ricerche».

Un salto triplo indietro nel tempo che serve per ricostruire storie e identità. E il quadernone della Susy è una miniera. Leggendo lo scritto della piccola scolara Paola, scopriamo che nel 1974 nasceva il “tempo pieno”. Un periodo magico per il sistema scolastico che affrontava nuove metodologie educative e di confronto. Effetti concreti del ‘68 e dei movimenti studenteschi, nati solo pochi anni prima. “In questi ultimi tempi la scuola ha subito un grande cambiamento: la gente ha votato per cambiarla, per rinnovarla e renderla più moderna – scriveva un altro scolaro –. Il governo ha approvato una serie di leggi: i decreti delegati. Noi ci siamo chiesti: cosa sono i decreti delegati?… I nostri genitori sono andati a votare. E noi abbiamo fatto delle foto di alcuni genitori mentre stanno votando”. Le fotografie non ci sono più, ma dalle cronache scritte dai ragazzi risulta che c’era affollamento ai seggi e che finalmente anche i papà si interessavano alla scuola e andavano alle riunioni. “Il tempo pieno è nato nel 1973 nella scuola di via Baroni. Noi abbiamo due insegnanti con cui abbiamo rapporti più liberi e confidenziali. Abbiamo anche materie come musica, danza, cucina e fotografia, con cui possiamo anche documentare le nostre ricerche nel quartiere”, spiegava da cronista esperta un’altra studentessa. Dagli scritti contenuti nel quadernone emerge che i ragazzi conducevano le indagini con grande meticolosità. Gli approfondimenti e le tabelle statistiche prodotte dai ragazzi erano precise.

Le riflessioni erano messe a confronto con quelle degli adulti e la storia era anche la memoria dei nonni e dei genitori. “Mia mamma racconta che la guerra in casa era molto sentita. La sera la nonna preparava un sacchetto contenente un pezzo di pane, una bottiglia d’acqua e una scatola con gli oggetti preziosi e li faceva andare a letto vestiti per far più presto a scappare”, scriveva un’altra ragazza. Un ragazzo, Roberto, raccontava invece la storia della zia, che ha visto il padre deportato a Mauthausen e mai più tornato. Gli orrori della guerra non erano così lontani e ancora risvegliavano le coscienze.

Una “Recherche” dal Gratosoglio che muove dunque i primi passi e ha bisogno del contributo di tutti. Chi volesse arricchire l’archivio comunitario con foto, scritti e quant’altro può contattare Memoria e progetto ai seguenti recapiti: memoriaprogetto.archivio@gmail.com, tel. 3386038209 #memoriaeprogettoarchiviodiunospazio

Elena Bedei
(Luglio 2018)

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di dargli un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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