Michele Serveto, l’eretico che tutti volevano sul rogo

Raramente, nella lunghissima e cruenta storia della intolleranza religiosa, un uomo è stato conteso da opposti carnefici. Fu questo il “privilegio” di Michele Serveto, che riuscì a porsi in aperto contrasto con la chiesa cattolica

Raramente, nella lunghissima e cruenta storia della intolleranza religiosa, un uomo è stato conteso da opposti carnefici. Fu questo il “privilegio” di Michele Serveto, che riuscì a porsi in aperto contrasto con la chiesa cattolica prima e con quella riformata poi: un eretico che amava pensare in proprio (in questo senso non fu un eresiarca, cioè non si pose a capo di un movimento ereticale) e che dunque trascorse buona parte della sua vita braccato dalle intenzioni persecutorie sia dell’Inquisizione degli epigoni del feroce Torquemada sia dei riformatori calvinisti. La spuntarono questi ultimi e il povero Serveto finì la sua esistenza su di un rogo ginevrino. Ma il mondo ormai gli era divenuto dovunque ostile: essere liberi pensatori in quel tormentato sedicesimo secolo – il secolo della Riforma e della Controriforma – era impresa al limite dell’impossibile.

Nato nel 1511, l’aragonese Serveto, dotato di autentico fervore religioso, fu forse tentato, come tanti suoi contemporanei anche di minor levatura intellettuale, di trovare comode sinecure in una carriera curial-cortigiana, prospettiva che il suo rango di collaboratore principale del francescano Quintana gli spalancava. Quintana infatti era nientemeno che il confessore dell’imperatore Carlo V, il potentissimo monarca spagnolo sulle cui terre “non tramontava mai il sole”. Ma Serveto non aveva spirito cortigiano. Mentalità speculativa e temperamento poco proclive al conformismo, fu spinto dai suoi studi a mettere in discussione nientemeno che il dogma della Santissima Trinità.

Serveto era un uomo erudito, conosceva assai bene la storia della chiesa, l’estrema rissosità che contraddistinse i primi secoli del cristianesimo, con un fiorire di sette, un esplodere di eresie, un intrecciarsi di conflitti in cui spada e Vangelo si alternavano nell’opera di “persuasione” degli avversari. E sapeva bene che cosa aveva rappresentato il Concilio di Nicea nel 325. Quel Concilio aveva tentato la composizione dei molti contrasti, aveva liquidato la più pericolosa eresia, quella ariana, e aveva stabilito il dogma fondamentale del cristianesimo, quello della Santissima Trinità. Serveto si domandava perché mai i seguaci delle altre due grandi religioni monoteistiche, il giudaismo e l’islamismo, avrebbero dovuto aderire ad una religione, quella cattolica che, di fatto, col dogma trinitario, si configurava a suo avviso come una religione triteistica.

Serveto riconosceva come fonti di rivelazione Cristo e le Sacre Scritture: e in queste fonti non si trovava traccia alcuna della Trinità. Poi fu inventata una terza fonte di verità assoluta: l’autorità della chiesa. E questo non sembrava affatto convincente a Serveto.

Bastava molto meno in quei tempi per finire sul rogo. E la vita di Serveto divenne una vita di fughe, di esilii, di anonimati o di pseudonimati. A complicarsi la vita, Serveto, dopo aver scritto “Gli errori della Trinità”, curò un’edizione della Bibbia nella quale, descrivendo la Palestina, “asserì essere certamente la terra promessa, ma non una terra di grandi promesse” (Bainton, “La lotta per la libertà religiosa”). Tanto bastò perché lo si accusasse di aver dato del bugiardo a Mosè. Si aggiunga la sua dichiarata avversione al battesimo dei neonati, con esplicita adesione alla tesi degli anabattisti e il quadro sarà completo.

C’erano due sole “colpe” che il codice giustinianeo, tuttora in vigore, giudicava punibili con la morte: la negazione della Trinità e il ripudio del battesimo. Per Serveto non c’era scampo.

Si rifugiò a Ginevra, culla del calvinismo, consapevole dei rischi che correva ma fiducioso nella maggior tolleranza dei riformati. Arrestato, subì un processo, nel quale nessun aiuto gli venne da Giovanni Calvino (dopo Lutero il più importante dei Riformatori), cui lo legava un rapporto di stima. Serveto, rassegnato alla condanna, pensava però di evitare la pena capitale. Tant’è che, quando “arrivò dalla Francia un corriere con la richiesta che Serveto venisse consegnato all’Inquisizione, Serveto cadde sulle ginocchia, pregando di essere giudicato a Ginevra” (Bainton). Invece, forse anche per la temerarietà con cui esclamò che il battesimo dei bambini “è un’invenzione del diavolo” e con cui denunciò Calvino, definendolo un seguace di Simon Mago, il verdetto – imposto dal consiglio comunale ginevrino, interamente laico – fu di condanna a morte. L’aragonese non ci credeva. Udita la sentenza, urlò in spagnolo “Misericordia, misericordia!”. Poi invocò l’esecuzione a fil di spada. Ma gli fu negata. Il 27 ottobre 1553 fu arso vivo. Milan trip planner . “O Gesù, figlio dell’eterno Dio, abbi pietà di me!” furono le sue ultime parole.

Piero Pantucci

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di dargli un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

Recensioni
1 COMMENTO
  • Martina
    Martina 21 Marzo 2014

    Interessantissimo! mi raccomando pubblicate anche gli altri pezzi della rubrica a cura di Pantucci

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