Migrazioni, sfida globale per un’Europa miope e divisa

Sarà possibile arrivare al rinnovo del Parlamento italiano (nella primavera del 2018, verosimilmente) senza essere frastornati da bombi e rimbombi del caso migrazione? No, non sarà possibile. Ne vedremo i risultati nelle urne. E chiamare

migrazioniSarà possibile arrivare al rinnovo del Parlamento italiano (nella primavera del 2018, verosimilmente) senza essere frastornati da bombi e rimbombi del caso migrazione? No, non sarà possibile. Ne vedremo i risultati nelle urne. E chiamare la migrazione un caso, è certamente riduttivo. È un capitolo della storia, che si è aperto da pochi anni e che è destinato a durare decenni. Come molte altre volte nella storia è avvenuto. Quando calamità naturali, cause belliche, desolazione economiche spingono intere popolazioni alla fuga, bloccare flussi di milioni di persone diventa praticamente impossibile: governare questi processi è compito della politica. A volte ci si deve accontentare di limitare i danni. Dividere impegni e costi è necessario. Restituire alle popolazioni in fuga la possibilità di continuare a vivere nella loro terra è ciò che tutti (be’, proprio tutti non so) vorremmo. Ma in che misura e soprattutto in che tempi ciò è possibile? Quando leggiamo – e nessuno è in grado di smentirlo – che nel mondo circa 800 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, con conseguente elevatissima mortalità infantile (mille morti al giorno per consumo di acqua sporca).

Segue dalla prima O che 30 milioni di persone nell’Africa centro-orientale non hanno cibo e acqua sufficienti per sopravvivere, cosa possiamo aspettarci? Che si sdraino tutti per terra, guardando il cielo e sillabando “Oggi è un buon giorno per morire”? Anche quando non sono inseguiti dalle orde di Attila e di Gengis Kahn che provocarono l’esodo di milioni di europei e di asiatici; e anche quando, come nel 1947 dal neonato Pakistan una decina di milioni di indù e musulmani dovettero emigrare da un giorno all’altro verso terre più generose verso il loro credo religioso; c’è sempre, comunque, una guerra che morde queste popolazioni: oltre alle miriadi di guerre locali e tribali e oltre al Califfato e alle sue per fortuna declinanti pretese egemoniche, c’è una guerra spietata e attualmente invincibile che si chiama fame. E sete. Alcuni dichiarano apertamente che non gliene frega niente: che Bingo-Bongo viva o crepi, sono affari suoi. Ma per fortuna sono una minoranza. Altri sostengono che le migrazioni vanno bloccate, dando alle popolazioni la possibilità di vivere nelle loro terre. D’accordo, anche se i cambiamenti climatici e la progressiva desertificazione alterano le possibilità di sopravvivenza nei territori da cui parte la migrazione. Comunque, chi si occupa di scavare pozzi nell’Africa centrale per fornire di risorse idriche le popolazioni? Ci vogliono molti soldi. Chi ce li mette? E soprattutto ci vuole molto tempo.

E intanto? E intanto, purtroppo, abbiamo soprattutto bombi e rimbombi. La discussione in Italia è inevitabilmente viziata da questa ossessiva cupezza: sul costo dei salvataggi e sullo jus soli, sulla corruttela (presunta) di alcune ong e sul ruolo dell’Europa, sulla politica dell’accoglienza e dei rimpatri, su tutto grava il peso ossessivo di una paura, che non è totalmente priva di fondamento, ma che è dilatata fino a diventare incubo, minaccia mortale, definitiva. Anni fa (2009) un affermato uomo di spettacolo, in seguito diventato patron della politica, scriveva nel suo blog: “Chi vusa pusè la vacca l’è sua. Tradotto dal dialetto lombardo: ‘Chi grida di più si prende la vacca’. Una tecnica nota alla Lega che si è portata a casa un mucchio di vacche in questi anni”. Un empito antileghista che si è col tempo molto afflosciato (memorabile la pubblica sconfessione dei due parlamentari, Buccarella e Cioffi, che avevano osato proporre una norma che aboliva il reato di clandestinità: “Con questi programmi avremmo preso percentuali da prefisso telefonico”), ma come modalità di lotta politica, quel proverbio lombardo (brianzolo per l’esattezza) resta il paradigma per ora vincente. Per una crescente fetta della popolazione, il web è la principale se non l’unica fonte di approvvigionamento di notizie. La vastità e varietà di informazioni confuse, artefatte, mendaci, distorte (balle, per dirla con una sola parola) è impressionante. Risulta perfino impossibile trovare fatti, cifre e dati che smentiscano il presidente Tito Boeri riguardo a una sua fondamentale affermazione: e cioè che il saldo fra dare e avere (in termini di costi sociali e di versamenti contributivi) fornito dagli extracomunitari è largamente attivo. Si leggono e si sentono imprecazioni contro Boeri e cachinni nei suoi confronti, ma una sola cifra che lo smentisca non viene prodotta: perché non esiste. Così come si sorvola facilmente sulla legge Bossi-Fini, varata da un governo Berlusconi, che consente ai lavoratori stranieri che hanno versamenti contributivi a partire dal 1996, di percepire la pensione di vecchiaia, una volta rimpatriati, anche se hanno solo poche settimane di contribuzione: privilegio che gli italiani non hanno.

Curioso, no? Eppure è opera di chi oggi sventola il tricolore. Ci sono enormi responsabilità che risiedono al di fuori dei nostri confini. L’Onu è assente. L’Europa soggiace ai ricatti di dittatori come Orban o al neogollismo di Macron (meglio lui della Le Pen, comunque). E la Merkel si barcamena in attesa delle elezioni di settembre. Donald Trump è frutto di uno spermatozoo e di un ovulo che non si sarebbero mai incontrati se muri e barriere nazionalistiche avessero impedito l’accesso migratorio ai suoi nonni scozzesi e tedeschi; ma oggi è il campione dell’“America agli americani”. Se ne accorgeranno i bardi del libero mercato, quando si avranno gli effetti della cancellazione dei trattati commerciali e della nuova politica doganale della Casa Bianca. Bombi e rimbombi. Come quelli che hanno portato a Downing Street quella modesta caricatura della Thatcher che si chiama Theresa May, sull’onda di un referendum vissuto come l’ultima occasione di sopravvivenza del Regno Unito. O come quelli che spingono il governo austriaco a spedire quattro cingolati al Brennero. Alla nostra scabra quotidianità, al nostro penoso navigare fra gli scogli di un sistema economico che non decolla può sembrare diciamo stravagante l’appello di un pontefice, Papa Francesco, che riassume la vicenda della migrazione in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, e che li coniuga con tre doveri: di giustizia, di civiltà e di solidarietà. Ma è il senso della nostra civiltà, che non dovrebbe mai essere smarrito, pur con tutte le mediazioni che la politica impone e con l’estrema difficoltà a conciliare il Vangelo cristiano con il Vangelo liberista. Fra bombi e rimbombi.

Piero Pantucci
(Luglio 2017)

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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