Milano multietnica, storia e storie della città globale

Circa sette secoli fa Bonvesin de la Riva diceva dei milanesi che fossero ”facili a sorridere e piuttosto benevoli, non infidi, non ostili verso i forestieri”. Gli abitanti della nostra città oggi si possono ancora

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Circa sette secoli fa Bonvesin de la Riva diceva dei milanesi che fossero ”facili a sorridere e piuttosto benevoli, non infidi, non ostili verso i forestieri”. Gli abitanti della nostra città oggi si possono ancora considerare così sorridenti, così accoglienti?

Ha tentato di rispondere a questa domanda l’incontro per I Giovedì del Puecher che si è tenuto il 20 febbraio alla Biblioteca Chiesa Rossa. Il professor Giuseppe Deiana ha invitato un suo allievo di qualche decennio fa a presentare il suo libro “Milano multietnica, storia e storie della città globale”, edito da Meravigli nel 2016 e scritto insieme a Donatella Ferrario. L’autore si chiama Fabrizio Pesoli che si definisce “curioso e giornalista”.

Lo scopo della ricerca della Ferrario e di Pesoli è stato quello di confutare la cattiva informazione capace di generare luoghi comuni e prevenzioni ingiustificate, superare confini che spesso sembrano invalicabili, senza tacere gli aspetti più problematici del fenomeno migratorio in città. Il libro è stata una risposta ad alcune facili generalizzazioni che, all’epoca in cui è stato scritto, circolavano per via di alcuni fatti di cronaca nera nella zona di Via Padova.

Il libro è un viaggio tra diverse comunità di nuovi milanesi, tra storie che si intrecciano formando nuovi tessuti culturali.

Nei secoli la storia cittadina è sempre caratterizzata dal confronto con l’altro. Nel secolo scorso, fino agli anni settanta, la città operaia e industriale assorbe notevoli flussi migratori dalle altre regioni italiane. Milano diventa multiregionale, divisa in comunità che si rifanno alle province di origine.

Ma con gli inizi degli anni ottanta l’immigrazione in città cambia i suoi connotati, diventa internazionale, dalle molte lingue, la città diventa multietnica.

Gli stranieri residenti a Milano sono ora circa 275.000, pari a un quinto della popolazione.

Attualmente si contano fino a 163 comunità nazionali. Nel Municipio 5 si ritiene esistano cittadini provenienti da un centinaio di paesi, e il quartiere Stadera è uno dei più multietnici.

Ma quando si crea una comunità? Ognuna ha la sua storia, e spesso comincia con un solo emigrato che magari apre un’attività commerciale e attorno ad essa a poco a poco si calamita la presenza in città di persone dalla stessa origine.

Ovviamente molto diverse sono le motivazioni dei trasferimenti in città da paesi occidentali o dal Giappone, rispetto a quelli da gran parte dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina, dell’Europa dell’Est. Come prima succedeva per gli emigranti da altre zone d’Italia, la scelta di Milano è per i nuovi arrivati dovuta alla ricerca di un “ascensore sociale”. Pesoli sostiene che gli stranieri hanno le medesime possibilità di aver successo rispetto agli italiani.

L’autore ha raccontato storie di alcune comunità tra le più numerose (Filippine, Cina, Bangladesh, Egitto) o di quelle più significative (popolo armeno, ebraico, rom e sinti, senegalesi). Di come molti quartieri milanesi abbiano ora una forte caratterizzazione di una specifica etnia. Ovviamente Chinatown, ma anche Caiazzo per i bangladini, la zona di Porta Venezia per gli eritrei o di sant’Agostino per gli srilankesi. Ma a Milano, come dappertutto in Italia e a differenza di quanto succede in molti altri paesi, come USA, Francia e Gran Bretagna, non esistono veri e propri ghetti.

Storie raccolte attraverso interviste come quella all’ex-edicolante di via Domenico Savio, vicino alla biblioteca di Chiesa Rossa, proveniente dal Bangladesh. Bebah Chandra Kar è stato un giocatore in prima divisione di cricket e grazie all’aiuto della parrocchia di via Montegani, e ricambiando con lezioni di inglese, è riuscito a costituire una squadra di cricket, coinvolgendo atleti di diverse nazionalità, da pakistani a irlandesi, e a iscriverla nella nostra massima divisione.

Nel libro si trova anche l’intervista con un insegnante srilankese della scuola di via Palmieri. Che tra l’altro invita a frequentare il tempio buddhista di via Pienza per meglio conoscere il suo popolo.

Una storia citata è pure quella di un ebreo famoso che visse per un paio di anni a Milano, Albert Einstein. Prima di andare a Zurigo per studiare al Politecnico raggiunse il padre nella nostra città. Il padre aveva infatti aperto una piccola attività elettromeccanica in via Lecchi, una traversa di viale Liguria.

La serata si conclude con alcune osservazioni sui luoghi di culto delle varie etnie. Deiana fa notare l’assurda legge regionale che impedisce la costruzione di moschee in Lombardia. Legge ritenuta incostituzionale dalla Consulta e proprio qualche giorno fa anche dal Tar.

Luca Ambrogio Santini

<librisottocasa@outlook.it>

 

La diretta presso la Biblioteca Chiesa Rossa, giovedì 20 febbraio

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