Milano rende omaggio a Mario Sironi, una mostra imperdibile al Museo del Novecento

«Ogni giorno è lo sforzo immane di vivere, di resistere con questo cuore schiantato dall’enorme fatica di esistere

«Ogni giorno è lo sforzo immane di vivere, di resistere con questo cuore schiantato dall’enorme fatica di esistere…, sempre in solitudine atroce e resistere, resistere con l’anima devastata alla tempesta che non si ferma. In certi momenti mi illudo ancora… Poi torna a soffiare il vento livido orrendo». È una delle frasi toccanti di Mario Sironi (Sassari, 1885 – Milano, 1961) scritta nel 1944 su un foglio ritrovato nel suo studio dopo la sua morte. Turbano queste parole, ma racchiudono la chiave di lettura di tutta la produzione di questo straordinario artista del Novecento (scultore, architetto, illustratore, scenografo e grafico) in cui domina sempre il senso della tragedia della vita. Capolavori che possiamo ammirare nella imponente mostra antologica che gli dedica il Museo del Novecento (fino al 27 marzo 2022), a sessant’anni dalla morte: “Mario Sironi, Sintesi e grandiosità”.

Mostra imperdibile grazie all’autorevolissima e rigorosa curatela di Elena Pontiggia, massima studiosa dell’artista e autrice della sua prima biografia “Sironi. La grandezza dell’arte, le tragedie della storia”, 2015, e di Anna Maria Montaldo, direttrice del Museo del Novecento; in collaborazione con l’Associazione Mario Sironi di Milano, gestita dal nipote Andrea Sironi- Strausswald (figlio della primogenita Aglae), e Romana Sironi (figlia di Ettore, amato fratello dell’artista).

Un’occasione per ripercorrere l’avventura umana e la stagione artistica di un artista monumentale, grandioso, troppo spesso liquidato solo come “pittore fascista”. Per una rilettura necessaria – con la giusta distanza storica – “sottoposta al vaglio dell’analisi più strettamente legata a parametri fissati dalle leggi dell’arte”, come spiega con ampiezza di argomentazioni Anna Maria Montaldo. Non c’è dubbio che Sironi fu un sostenitore del regime fascista, ma questo nulla toglie alla sua grandezza artistica. “La sua non è un’arte fascista. È arte, grande arte. Senza aggettivi”, ha sottolineato Anna Maria Montaldo.

La drammaticità del vivere

“Due stati d’animo di uguale intensità dominano vita e percorso artistico di Sironi: una sofferenza immutabile e un’immutata tensione creativa”, scrive Elena Pontiggia. Il giovane che a diciotto anni dichiara di aver già avuto “molte prove della malignità del destino” (a 13 anni perde l’amato padre), l’uomo che nel ‘35 sente “il peso del destino inumano” e nel ‘61, poco prima di morire, si augura solo di trovare “dopo tanto bestiale soffrire… un po’ di pace e silenzio”, è lo stesso che lavora con inalterata concentrazione e si dedica all’arte con tutte le sue forze.

La sua pittura è una lezione di tragedia”, diceva lo scrittore Gianni Rodari che lo salvò dalla fucilazione quando il 25 aprile 1945 fu catturato da un gruppo di partigiani di cui faceva parte e gli rilasciò un lasciapassare “in nome dell’arte”. Chissà, forse Sironi non si perdonò mai quella salvezza. Sopravvissuto al proprio dolore dopo il crollo dei suoi ideali, l’orrore della guerra, e lo strazio del suicidio della figlia diciottenne Rossana nel 1948, forse decise di pagare il dazio. Si estraniò da tutto e da tutti. Continuerà egualmente a dipingere, sino alla morte nella deserta Milano del 13 agosto 1961.

Autoritratto.

Le sue opere viste da vicino

L’impressione che si riceve percorrendo le undici sale della mostra, è quella di trovarsi di fronte a un artista titanico. E ci si rende conto di quante fasi abbia attraversato la sua pittura (Divisionismo, Futurismo, Metafisica, Espressionismo), pur mantenendo sempre un proprio distinto e inconfondibile tratto pittorico. Sironi lo si incontra subito, diciannovenne, ne l’Autoritratto a matita del 1904, un giovane uomo che guarda davanti a sé, guarda la vita, le persone. E poi ecco i ritratti de La madre che cuce (1905), del fratello, della sorella al pianoforte, raccolti sulle pareti del corridoio d’ingresso, dipinti rielaborando echi e pennellate del Divisionismo.

Sironi aderisce al Futurismo (nel 1913), complice l’amicizia con Boccioni, ma resta un futurista eretico. Basta vedere opere come Il camion giallo (1914-1915) che sembra fuoriuscire minacciosamente dalla tela; lo straordinario Viandante del 1915 con il cappello a triangolo, che cammina ad ampie falcate nella notte per andare chissà dove, sullo sfondo le finestre di un palazzo cupo. Il ciclista del 1916: qui Sironi non dipinge il muscolo, ma la fatica. Si resta abbagliati davanti alla potenza espressiva e il fulgore cupo della Chiesa in periferia. La scena è dominata da un cielo nero e pesante, un buio profondo e uniforme. Un’architettura solida e compatta, muta e incombente.

Il ciclista.

L’eco della metafisica si ritrova in opere come La lampada (1919), dove la presenza enigmatica di una donna-manichino che ha scarpine bianche col tacco alto, sfiora la lampadina accesa che rischiara un tavolo verde. Una vera “folgorazione” trovarsi a faccia a faccia con La Venere dei porti (data 1919), forse il suo dipinto più bello e inquietante. È realizzata con tecnica mista, tempera e collage su tela, con frammenti di carte diverse. Una monumentale figura femminile in primo piano, simile a un manichino da sartoria. Sola, ritta e irrigidita in un busto giallo; i tacchi alti e il volto misterioso, in una postura che richiama l’attesa. Su un molo deserto, in una notte senza luna.

La Venere dei porti.

La Sala 5 è dedicata alla straordinaria stagione dei paesaggi urbani che nascono nel 1919, nel periodo in cui l’artista si stabilisce definitivamente a Milano. Capolavori come Sintesi di un paesaggio urbano (1919), Paesaggio urbano con camion, 1920-1921 Paesaggio urbano del 1921, Periferia del ‘22. Qui si capisce la sua grandezza assoluta. Forza, solidità, drammaticità. “Il muro di una fabbrica, un ciclista, un camion ripetono l’uomo è solo è solo”, scriverà lo scrittore e poeta Guido Ceronetti. Emblematico lo straordinario Paesaggio urbano con viandante, un simbolo dell’errare umano sulla terra, di impressionante grandiosità e forza drammatica.

Sala 6: eccoci davanti alla monumentale Pandora (databile fra 1919 e il 1921) opera mai esposta negli ultimi cinquant’anni, gonfia di una drammaticità incontenibile. Giganteggia la figura femminile, assorta in atteggiamento melanconico, sospesa in una atemporalità che affascina, mentre da una finestra sullo sfondo si scorge un paesaggio montuoso incendiato di blu che dimostra come Sironi, pur usando una tavolozza dai toni bruni e scuri, fosse uno straordinario colorista.

Pandora.

L’emozione del perturbante (per dirla con Freud) si ripete davanti a Il Cavallo bianco e molo (1920-1921). Si ha la sensazione di trovarsi in un contesto ur-bano stranamente popolato di figure mitologiche. Un cavaliere percorre la via deserta fiancheggiata da una muraglia dalla quale spuntano gru, magazzini, alberi di velieri. Sopra il cielo duro e azzurro come una piastrella. Da non perdere in Sala 7 La fata della montagna, del ‘28, è un quadro che non si vede dal ‘73. Seduta tra le brulle rocce di un ambiente arido, con pochi tocchi di colore che accendono appena il bruno dominante. Un capolavoro. E, ancora: l’imponente, statuario Pescivendolo del 1927 ha un sapore antico e una “solennità dolorosa”, la stessa che traspare dalle monumentali rappresentazioni della Famiglia del pastore (1929), esposte per la prima volta alla Biennale del 1932 a Venezia, dove la tela già di importanti dimensioni anticipa la “Pittura murale” a cui si sarebbe dedicato di lì a breve.

Cavallo bianco e molo.

L’ultima stagione creativa: gli anni dell’Apocalisse

Nel settembre del 1943 Sironi scrive: “S’è rotto tutto in questi mesi, tutto. Non sono rimaste che macerie e paura”. Chiuso nel suo studio come un antico anacoreta, il pittore delle grandi pareti, della monumentalità, negli ultimi suoi anni si ripiega su sé stesso. Dipinge figurine minime, murate nella pietra. Edifici evanescenti. Immagini ormai scheletrite. Le figure si disgregano e perdono forma. Anche le finestre scompaiono progressivamente. La tavolozza a poco a poco si restringe a una gamma di grigi, di neri, di ombre che tiene la luce continuamente in scacco.

Spicca un Lazzaro del 1946 che, forse per la prima volta nella storia dell’arte, non risorge ma rimane oppresso dalla pietra tombale. La grande chiesa, eseguita nel 1948, massiccia e scura, che si perde nel tetro cielo post-atomico. E ancora: Chiesa in periferia (1955) ridotta all’essenza imperitura di un fossile. E non è un caso che uno dei suoi ultimi cicli pittorici sia dedicato all’Apocalisse (1960). I volumi sono esplosi, ridotti a detriti, dove grandi massi rotolano a schiacciare gli uomini che si annidano come formiche in un riquadro di pietra a esprimere un senso di immodificabilità del destino. Sussulti di un mondo interiore in sfacelo. Sironi dipinge macerie di una civiltà, ma anche di una vita, la sua.

La mostra si chiude con il titolo che aveva scritto lo stesso Sironi sul retro della tela: L’ultimo quadro (1961), ritrovato sul cavalletto dopo la sua morte. In uno scenario urbano sfatto, scheggiato insolitamente di colori, si muovono sagome appena abbozzate che camminano con un passo quasi meccanico, da automi. L’anno prima aveva dipinto anche il proprio funerale, una piccola tela dove il piccolo corteo sfila, schiacciato da una parete con istoriate figure monumentali. Mario Sironi si congeda così da noi. Senza alzare i toni per dirci disperazione, dolore esistenziale, caduta di ogni speranza.

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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